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No e basta

Tutti bravi a dire di no? A quanto pare serve talento anche per opporre un rifiuto. È quel talento derivante dall’autostima, dalla sicurezza dei propri mezzi, dall’intransigenza ai propri principi. Una persona deve avere dei principi, altrimenti è presto smarrita, presto perduta nel marasma del mondo. Una persona deve fissare i cardini della propria esistenza su tre o quattro pilastri fondamentali e inamovibili. Deve farlo in fretta, appena superata l’adolescenza, o si troverà presto a vacillare in un etere di incertezza. L’anima continuerà a sublimare pericolosamente verso le insicurezze, senza compiere mai quel brinamento che porta alla concretezza, alla maturità.

Avete sentito parlare di Simone Biles? Pochi giorni fa, ha fatto scalpore la scelta della giovanissima ginnasta statunitense di abbandonare la competizione olimpica in seguito a un malessere che sembra avere tutte le caratteristiche di un disturbo psicosomatico. “Soffro di twisties da quando avevo 11 anni” ha dichiarato la campionessa. In sostanza, viene d’improvviso colta da un senso di vuoto, è come se si trovasse a vacillare nello spazio, perdendo consapevolezza della propria essenza, perdendo il controllo sui movimenti. Persino la volontà pare annullarsi in questo stato di coscienza inibita. Pare che si tratti di un disturbo piuttosto comune fra i ginnasti, certamente indotto da una matrice psicologica – forse è il frutto della pressione mediatica, probabilmente è la somatizzazione dell’ansia da prestazione – ma è interessante la descrizione che ne viene fatta.

Per fortuna, a me non è mai capitato di avvertire un tale senso di smarrimento fisico – forse perché sono alquanto lontano dall’essere un atleta acclamato – ma mi è successo di vivere qualcosa di simile a livello emotivo. Mi è successo – in tempi ormai remoti – di non avere appoggio, di fluttuare nel dubbio senza saper governare le mie emozioni, senza sapere intercettare gli impulsi della mia volontà. Dunque senza rispondervi. Ero alla deriva emotiva del mio essere, né sapevo come aiutarmi.
Ho poi scoperto di non essere affatto un “caso raro” – e neppure grave, per fortuna – perché il fenomeno è più comune di quanto si pensi. La fluttuazione – a me piace chiamarla così – affligge tutte le persone che hanno un’insicurezza tale da perdere l’orientamento esistenziale, la direzione verso cui procedere. All’improvviso, non si sa più come disporre di sé, quale direzione prendere nella vita, su cosa transigere, cosa tollerare, ciò che è vero, ciò che è falso, quel che è giusto, quel che è sbagliato… Ma soprattutto, non ci si sa difendere. E poiché la prima forma di difesa sociale è il rifiuto, diventa problematico saper dire di no. No e basta, senza concessioni, senza trattative, senza contrattazione. Il no è la linea di confine fra l’autostima e la soggezione. Chi si vuol bene, chi ha rispetto di sé, chi ha la giusta considerazione della propria persona sa bene come dire di no, né teme le ripercussioni per il rifiuto opposto.

Se volessimo fare un esempio che attiene il campo della letteratura, potremmo certamente chiamare in causa il Myskin di Dostoevskij, il famoso idiota. Non era stupido, no. Era ingenuo, indifeso, sensibile, smarrito… e non sapeva scontentare gli altri. Un Myskin più moderno – e senz’altro più buffo – è il goffo Benny Profane di Thomas Pynchon. Ma nemmeno Jay Gatsby sa negare qualcosa alla sua amatissima Daisy; quel poveraccio di Charles Bovary – un vero pappamolla – non oppone alcun argine alla deriva della moglie e alla rovina delle loro finanze; lo Svedese del grande Philip Roth non sa imporsi su quella squilibrata della figlia, né sa scontentare Miss America, la moglie.
Chi, tra i personaggi di fantasia, sa invece scegliere il diniego? Isabel Archer, in “Ritratto di signora” di Henry James, rifiuta il miglior partito possibile per una signorina spiantata; la Loredana di Luciano Zuccoli scontenta il borioso Adolfo Gianella per votarsi – rovinandosi per sempre – all’amore sincero; l’incorruttibile Ira Ringold di “Ho sposato un comunista” oppone caterve di rifiuti sdegnati. Il Conte di Montecristo dice di no ai soprusi, alle ingiustizie, alle malversazioni. Credo proprio che bisognerebbe imitarlo. La cosa importante è non fare come quel pelandrone di Oblomov, che dice di no a tutto, perfino alla vita, per la sua perversa infingardaggine. Ecco, lui non prendetelo ad esempio di vita.

Sapete, la paura di pronunciare ogni negazione deriva interamente da eccessiva sensibilità d’animo. Con il no si corre il rischio di deludere qualcuno, forse di ferirlo, certamente di scontentarlo. E il problema consiste nel saper affrontare le eventuali conseguenze del proprio rifiuto: il raffreddamento di un’amicizia, le rimostranze della persona amata, le ripicche di un collega di lavoro. Ma il timore più grande è uno solo, state tranquilli. Cosa fa più paura all’uomo? La solitudine, non c’è dubbio. Ebbene, sappiate che non dovete più temerla. Perché siete già soli, signori miei. Ogni uomo è un’isola, si sa. E se si decidesse di creare qualche istmo artificiale che ci colleghi al resto dell’arcipelago, dovrebbe essere sempre basato sulla biunivocità, sulla compartecipazione e sul rispetto. Non siate mai assoggettati o servizievoli verso amici, parenti e coniugi. Se proprio avete voglia di donare, fate beneficienza a chi ha davvero bisogno.
Il timore di arrecare dispiacere agli altri è sano solo finché attiene all’assertività, ovvero finché si è capaci di agire nel proprio pieno interesse, difendendo con sincerità il proprio punto di vista. Quando l’assertività manca si rischia di anteporre l’altro a sé stessi. È malsano, non c’è dubbio, e lo si fa tutte quelle volte in cui non si è capaci di affermazione personale, tutte le volte in cui non si è sicuri di sé, quando si teme il giudizio degli altri, la riprovazione, l’emarginazione. Ma l’aspetto cruciale del discorso sta proprio qui: bisogna saper dire di no proprio a coloro che sappiamo reagirebbero male. Bisogna rifiutare le pretese di chiunque avanzi pretese. A meno che non si tratti delle lecite aspettative di un cliente che ha pagato una fornitura, non si dovrebbe mai consentire a nessuno di pretendere qualcosa. Del resto, se si vuol bene a qualcuno – e qui amicizia e amore coincidono – non gli si chiede mai più del lecito. Se avete un amico che vi chiede un favore troppo grande, troppo oneroso, troppo sacrificante, allora negateglielo. E se il vostro rifiuto ha conseguenze deleterie sulla vostra amicizia, allora gioitene. Si vede che non era un’amicizia disinteressata. Prima di tutto venite voi, prima viene il vostro benessere, il vostro spazio vitale. Esso non può essere invaso inopportunamente da nessuno.

Sapete, qualche mese fa, un amico di vecchia data ci ha provato.

“Sai, a novembre mi laureo” – mi ha detto.
“Congratulazioni. Sarà un bellissimo novembre” – ho risposto prontamente, rievocando il successo di Ercole Patti.
“Il problema è” – ha subito obiettato lui – “che con il lavoro che sto facendo, ho poco tempo a disposizione. Dovrei preparare la tesi, ma temo di non riuscire a consegnarla in tempo…”
“Mannaggia li pescetti!” – ho pensato io.
“Non è che potresti occupartene tu?” – mi ha chiesto. E di fronte alla mia esitazione, alla rapida rimodulazione dei miei muscoli facciali verso la raffigurazione della contrarietà, ha pensato bene di insistere. Ha inserito subito degli edulcoranti verbali, i cosiddetti indoratori di pillole:
“Tu sei bravo a scrivere” – ha precisato, come se per scrivere una tesi bastasse solo quello. Ci ha buttato giù pure un incentivo economico: “Ti do cento euro…” – roba da miserabili, lo so.

Ecco, in altri tempi, in tempi di carestia assertiva, avrei ceduto. Senz’altro avrei sofferto – per l’esorbitanza della richiesta e per la sfacciataggine – ma mi sarei prestato a tale supplizio. Ma oggi no. Da quando ho imparato a dire di no, ho steso una recinzione attorno alla mia libertà personale. Consento di scavalcarla solo a chi lo merita, altrimenti sparo a prima vista. Sparo dei no convinti, che vanno dritti al bersaglio e mi lasciano fra le mani bossoli caldi di indifferenza. Non mi importa più di chi si offende, vengo prima io. Ma la notizia che a qualcuno di voi potrebbe interessare di più, è proprio il fatto che sia possibile imparare a dire di no. Se ci sono riuscito io, potrete certamente emularmi.
Istruzioni: fissate il confine del vostro benessere e poi muratelo, fortificatelo, difendetelo. Non cedete alle lusinghe, non lasciatevi intimidire, non abbiate timore delle rappresaglie.
Io, ad esempio, ho tratto ispirazione dal più affascinante dei miei amici. Si chiama Diego e, a soli due anni e mezzo, sembra avere sviluppato un’invidiabile propensione alla contrarietà. Sta attraversando una fase oppositiva – certamente passerà presto, o almeno me lo auguro per i suoi genitori – ma è tremendamente istruttiva, interessante. Lui riesce a pronunciare dei no stupendi. Sono totalmente genuini, non filtrati da alcun timore reverenziale, da nessun complesso di inferiorità. Diego si erge in tutti i suoi novanta centimetri scarsi e declama dei no ostinati, energici, quasi rabbiosi. Sono così sentiti da rendere la sua vocina un filo rauca, donandole un timbro vibrato che suona molto rock. Spesso sono dei no immotivati, dettati dal mero capriccio. Eppure funzionano. Vi giuro che mettono in difficoltà qualunque interlocutore si presenti al cospetto di quel nano collerico. Perché? È semplice: sono pronunciati con convinzione, con sicumera, quasi con boria. Mi soffermo spesso a contemplare i suoi innocentissimi no e ne rimango completamente affascinato. Sono la quintessenza della sincerità e un compendio di efficacia. Qualche giorno fa ho osato fargli un’osservazione:

“Diego, perché dici sempre no? Sei diventato scontroso?”
“No, tu doso!” mi ha risposto.

Tornando alla letteratura, il migliore esempio di personaggio capace di evolversi acquisendo fermezza è certamente quello di Martin Eden. Lui è il più puro fra i personaggi letterari e certamente il più risoluto. Il bello è che ci provano a corromperlo, a sradicarlo dalla sua essenza, ma non ci riusciranno mai. Martin Eden è sul punto di cedere alla sferza correzionale della sua amata Ruth. Ma poi capisce che le lusinghe della fidanzata sono interessate – e corrotte dall’ipocrisia borghese – dunque non si piega. Martin Eden è il perfetto esempio di persona che ha imparato a dire di no. Tuttavia non ci sarà bisogno di un epilogo similmente tragico nelle vostre vite. Basterà acuire l’orgoglio, rimanere a schiena dritta e scandire quel bellissimo monosillabo. Posso garantirvi che più no riuscirete a dire, più autorevolezza riuscirete a dimostrare, maggiore sarà la considerazione che gli altri avranno per voi. Infatti, il laureando a cui mi sono rifiutato di fare da scriba non si è mica risentito. Anzi, adesso mi tratta con una deferenza insolita. Sono io, semmai, ad averlo leggermente declassificato nel rating della mia stima amicale.
Viceversa, prostratevi, mostratevi debolucci, abbiate le solite remore e verrete sempre calpestati, usati, abusati, bistrattati.

Forse è il caso di precisare che non intendo incitarvi all’insensibilità o al cinismo, non voglio farvi disconoscere la pietà verso il prossimo, né l’altruismo. È chiaro che vi saranno circostanze in cui dovrete prodigarvi in aiuto di qualcuno. Ma ciò non può mai diventare un riflesso incondizionato, né una debolezza. Dev’essere, semmai, una scelta. Dev’esserci consapevolezza. Dovrete sacrificarvi per generosità e mai – assolutamente mai – per compiacenza, soggezione o viltà. Coraggio, dunque, cominciate da subito. Affrontate il molestatore e ditegli un bel no. No e basta.

 

Orazio C.