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Oblomov di Ivan Goncarov – trama e riassunto

Se nell’intimità delle vostre coscienze, quando siete costretti a fare i conti con voi stessi, riconoscete di essere pigri, se l’indolenza fiacca gli slanci del vostro spirito, se l’ozio vi preclude il raggiungimento di un obiettivo fondamentale, allora fareste bene a leggere la storia di Oblomov. Qualora vi riusciste, sareste già un passo avanti al protagonista, credetemi.
Come dite? Non ho capito bene. Ah, vi costa troppa fatica impegnare la mente in un romanzo che copre circa 600 pagine? Beh, io non posso risparmiarvi il sacrificio, ma cercherò di venirvi in soccorso riportando la mia esperienza di lettura di quella che è l’opera più famosa di Ivan Goncarov. Tranquilli, non ho il dono dell’esegesi né le competenze per realizzare una recensione di tipo accademico, quindi non dovrei annoiarvi troppo.

Premessa

Ve lo dico subito: Goncarov non comincia il suo romanzo in bello stile. Non ci regala un incipit memorabile o un virtuosismo letterario che resti a imperitura testimonianza del suo talento. Si limita a fornire al lettore alcune informazioni sul protagonista e a descrivere subito la sua indole oziosa. Si chiama Ilia Ilic Oblomov ed è al contempo un “egregio signore” (ha origini nobiliari) e un gran fannullone. Ha 32 anni, è di media statura, ha un aspetto non sgradevole, uno sguardo dolce e malinconico e… non ha voglia di far niente. Il fatto che un trentaduenne venga subito qualificato come “uomo”, ci lascia intuire che il romanzo non appartiene alla nostra epoca e ci conferma che non è ambientato sul suolo italico, ove si rimane comodamente nella vastissima categoria dei “ragazzi” fino alla soglia dei quarant’anni (qualora i termini non siano già stati prorogati a mia insaputa).

Trama

Oblomov si trova a San Pietroburgo, il cuore pulsante della vita sociale russa, nella prima metà del diciannovesimo secolo. Lui, tuttavia, è quasi del tutto refrattario alle pulsazioni vitali e se ne sta in casa a crogiolarsi nell’avvilente tranquillità del suo immobilismo. Non si occupa di niente, non si interessa a nulla, non aspira a qualcosa, non desidera alcunché. Si abbandona alla sciatteria degli oziosi, rimanendo giornate intere con addosso un’ampia e logora veste da camera. È trasandato, pingue, indolente ed asociale. Non frequenta nessuno, eccezion fatta per quello sparuto gruppo di conoscenti che irrompe in casa sua e disturba la sua inerzia patologica. Considera i rapporti sociali una seccatura, le convenienze da adottare in pubblico lo infastidiscono per il semplice fatto che non gli consentono di rimanere stravaccato sul letto o sul divano a suo piacimento. Asserisce che le discussioni pubbliche sono del tutto inutili, oltre che noiose, poiché non portano ad alcuna soluzione dei problemi e degli interrogativi di carattere politico, sociologico, economico, metafisico e religioso. Ritiene che non abbia senso leggere i giornali e tenersi aggiornati sui provvedimenti politici e/o amministrativi poiché tanto essi verrebbero adottati indipendentemente dal parere del lettore. Qualche perplessità l’avrebbe riguardo ai libri e, ad essere onesti, ne tiene qualcuno in casa. Ma accenna solamente a leggerli, prima di abbandonarli ad un polveroso oblio. Il fatto è che diventa presto svogliato anche per quei rari argomenti che catturano la sua attenzione. Una noia mortale lo attanaglia ed essa è interamente dovuta al rifiuto di compiere qualsivoglia sforzo, sia esso fisico o intellettivo. Che fa dunque, durante le sue giornate, questo campione di apatia? Se ne sta intere ore a letto a pensare a non si sa bene che cosa, a ciò che poteva essere e non è stato, a quel che potrà avvenire e mai sarà, e a come evitare di provvedere alle necessità della vita. Rinunce e procrastinazioni sono il suo pane quotidiano e gli strumenti fatalmente efficaci con i quali si difende dal pericolo di vivere, dalla quotidianità ineluttabile. Ha in testa un progetto, ma ce l’ha da almeno dieci anni, e vi rimugina sopra in maniera ossessiva ma inconcludente. Vorrebbe apportare delle riforme e delle ristrutturazioni alla sua tenuta di campagna, in modo da migliorarne i rendimenti, le condizioni di vita degli agricoltori e da renderla di nuovo abitabile per se stesso. Ma non approda a niente e si perde in elucubrazioni senza sbocco. Il bello è che tutto questo pensare e ripensare, tutto questo stare con la testa tra le nuvole, tutta la sua astrazione, gli porta via intere giornate senza che si renda bene conto di come passi il tempo. La vita gli sfugge di mano mentre lui cerca di non occuparsene. Quando proprio non ne può fare a meno, quando viene messo alle strette dalle circostanze, non agisce (non sia mai!) ma accenna ad agire, mentre sospira con esasperazione Oh, Santo Dio, la vita ci raggiunge dovunque!”Parole emblematiche, queste ultime, perché la non-vita di Oblomov consiste tutta in un’assurda fuga dalla vita stessa. Si capisce, quindi, come egli non sia soltanto un infingardo, ma anche un codardo di prima categoria. Ha paura di affrontare qualsiasi difficoltà. Basti pensare che si rifiuta di stringere la mano a coloro che vengono a fargli visita per non avvertire al tatto il differenziale di temperatura che distingue il suo flaccido corpo, perennemente immerso nel tepore domestico, e l’energia estranea (ma fredda!) di coloro che giungono dall’esterno.

“Non vi avvicinate, non vi avvicinate, io non vi darò la mano: voi venite dal freddo!”

E queste parole, si badi bene, le pronuncia a primavera inoltrata, nella giornata del primo maggio. Nonostante i ripetuti inviti ad uscire di casa, a passeggiare all’aria aperta, a socializzare, lui persiste a poltrire a letto. Se lo può permettere, del resto, perché vive di rendita. La sua abitazione è un appartamento preso in affitto al centro di San Pietroburgo ed è in totale stato di abbandono. Il suo vecchio servitore, Zachar, è indolente quasi quanto lui. Non pulisce, lasciando campo libero a polvere e ragnatele secolari, né fa il suo dovere con attenzione. Anche lui è trasandato, sempre vestito di un deprimente grigio, e sempre sbadato. Ne conseguono incidenti domestici e battibecchi esilaranti tra padrone e servo. La convivenza tra Oblomov e il vecchio Zachar è, al contempo, difficile e indissolubile. Non potrebbero fare a meno l’uno dell’altro, nonostante manifestino spesso segni di insofferenza reciproca. Il padrone non potrebbe trovare un servitore più leale ed affezionato, né un inserviente così “passivo” e sfaticato da evitare di disturbare la sonnolenza atavica che lo affligge e l’immobilismo cronico che lo contraddistingue. Avere un servo sedentario è la condizione ideale di chi non vuole fare altro che mangiare e sonnecchiare. Il loro rapporto è caratterizzato da continui malintesi, con i quali l’autore gioca abilmente per creare dialoghi al limite della comicità. Zachar è un simpatico brontolone, che impreca ogni volta che il suo padrone lo chiama. Risponde in modo insolente, rubacchia qualche soldo, sparla di Oblomov con i servi di altri “signori”, ma non l’abbandonerebbe per nulla al mondo.  Lo ha visto nascere e lo ha seguito fedelmente dalla campagna alla città. Ogni volta che Oblomov lo rimprovera per la scarsa pulizia della casa, Zachar si arrabbia e protesta ingenuamente asserendo di non essere stato lui ad inventare la polvere.
Oblomov, ovviamente, è scapolo. Sebbene immagini (o sogni) un futuro coniugale e una vita bucolica, rifugge la compagnia femminile. Figuriamoci poi se si slancerebbe in un corteggiamento. L’autore ci comunica che le simpatie giovanili del suo anti-eroe sono state abilmente sopite dalla sua pigrizia:

“[…] anche a Ilia Ilic erano stati rivolti, tra la folla delle belle, non pochi sguardi morbidi, vellutati e perfino appassionati, un’infinità di sorrisi carichi di promesse, due o tre baci non privilegiati e ancor più numerose amichevoli strette di mano, date con forza da far spuntare le lacrime.
Del resto, egli non si era mai dato prigioniero alle belle, non ne era lo schiavo e neppure un molto zelante adoratore, non fosse che perché entrare nell’intimità delle donne costa molto disturbo. Oblomov si limitava a un’adorazione da lontano, a rispettosa distanza”.

Con tutto il garbo e la maestria che si confanno ad un esponente del Romanticismo, Goncarov ci lascia intuire che Oblomov non ha mai conosciuto sentimentalmente e carnalmente una donna. Inutile dire che viene naturale chiederselo di fronte a un simile pappamolla. Eppure non era sempre stato così. Da giovane, appena trasferitosi nella capitale dal suo villaggio di origine, aveva avuto qualche guizzo di vitalità. Aveva anche lavorato, per un periodo di due anni, in un ufficio ministeriale. Sognava di fare carriera ma il lavoro lo faceva soffrire. All’improvviso, decise di dimettersi e di seppellirsi in casa, ancora una volta per via della sua codardia: aveva spedito per errore dei documenti a una destinazione errata e, per evitare di affrontare una probabile reprimenda del capo, aveva tolto il disturbo con una missiva, lamentando problemi di salute.
C’è, è chiaro, una componente di ipocondria nel suo carattere. Ma si tratta spesso di un’ipocondria pretestuosa, anch’essa originata dalla pigrizia, e che viene spesso usata come scusante per evitare di uscire di casa ed agire.
È piuttosto difficile, in questo romanzo, identificarsi con il protagonista e simpatizzare con lui. Innumerevoli volte, durante la lettura, il mio retropensiero urla “e muoviti, maledizione!” ogni volta che Oblomov adduce mille scusanti per continuare a rimanere immobile e solleva mille problemi per evitare di mutare la sua condizione. Tuttavia, c’è anche un aspetto adorabile in quest’uomo, dettato dalla sua assoluta innocenza, dalla sua sconfinata bontà d’animo, dalla sua dolcezza quasi fanciullesca. Non fa del male a nessuno, fuorché a se stesso. Mi piace definirlo un personaggio “odiosamente simpatico”. Segno, questo, che la missione narrativa di Goncarov è pienamente compiuta. L’autore ha creato un uomo indimenticabile ed unico nel suo genere e lo ha poi eretto a paradigma dell’indolenza lasciando coniare al suo unico, vero amico il termine “oblomovismo”. L’oblomovismo è l’indole rinunciataria e lassista di chi è ripiegato su stesso e non sa (o non vuole) reagire. Del resto, la scelta di un titolo così semplice e per nulla descrittivo per il suo romanzo, denota proprio l’intenzione di donare ad Oblomov l’antonomasia. Meritata, non c’è che dire.

Personaggi

L’abulia di Ilia Ilic ci viene raccontata da una voce narrante onniscente ed indiscreta, poiché esprime giudizi e valutazioni sui vari personaggi. Lascia subito capire chi sono i buoni e chi i cattivi della storia. Spesso è impietosa e pungente, specie con il protagonista, e accompagna il lettore nella conoscenza dell’intera storia come farebbe un dotto cicerone fra le vestigia di un glorioso passato.
L’aspetto più straordinario di questo romanzo è che l’immenso talento narrativo di Goncarov gli consente di intrattenere il lettore per centinaia di pagine nelle quali la narrazione è lentissima (come potrebbe non esserlo con un simile protagonista?!), eppure mai tediosa. All’autore riesce l’impresa di raccontare il dolce far niente del suo personaggio per interi capitoli, facendo ricorso ad una prosa elegante, piacevole e mai contorta o ridondante. L’eccellente lavoro di traduzione di Laura Simoni Malavasi rispetta le scelte lessicali originarie e fa buon uso di termini desueti e forme arcaiche, che meglio si adattano allo stile di Goncarov, senza tuttavia appesantire la narrazione. Dove l’autore eccelle è nella caratterizzazione dei personaggi. Riesce a descrivere perfettamente pose, atteggiamenti, espressioni del volto e le manifestazioni esteriori delle pulsioni dello spirito. Parlando del protagonista, ci dice:

“[…] sui tratti del suo volto non vi era segno di un’idea ben definita né di una qualunque forma di concentrazione mentale. Il pensiero gli passava sul volto come un libero uccello dell’aria, svolazzava negli occhi, si posava sulle labbra socchiuse, si nascondeva fra le rughe della fronte, per sparire poi completamente, e allora su quel viso splendeva soltanto la tranquilla luce dell’indolenza. Dal volto, l’indolenza si comunicava all’atteggiamento di tutta la persona e perfino alle pieghe della vestaglia.
Di tanto in tanto, lo sguardo gli si offuscava in un’espressione come di stanchezza o di noia, ma né la stanchezza né la noia potevano cancellare, non fosse che per un attimo la dolcezza che era l’espressione abituale e dominante, non soltanto del volto, ma di tutta l’anima; e l’anima splendeva limpida e aperta negli occhi, nel sorriso e in ogni moto del capo e delle mani.”

Finché si tratta di delineare le peculiarità e i tratti marcati di un personaggio (come Oblomov) che risalta dalla massa informe, Goncarov non delude le aspettative di chi si approccia a un grande classico della letteratura. Si supera, invece, quando decide di tratteggiare la banalità. Come si fa a parlare del nulla? Come descrivere ciò che è insignificante? Lui vi riesce al meglio. Ad un certo punto, infatti, si presenta a casa di Oblomov un ospite che si potrebbe eufemisticamente definire “insignificante”. È un uomo tanto inutile e scialbo da essere la compagnia ideale per chi non vuole impegnarsi in conversazioni complesse che possano elevare lo spirito dalla sciatteria della pigrizia mentale. È l’idiot savant per eccellenza, un soprammobile umano che è presente ma mai ingombrante:

“Entrò un uomo di un’età indefinibile, con una faccia indecifrabile, in quell’età, appunto, in cui è difficile indovinare gli anni, né bello né brutto, né alto né basso, né biondo né bruno. La natura non gli aveva dato nessun tratto netto e ben definito né in bene né in male. Molti lo chiamavano Ivan Ivanovic, altri Ivan Vassilievic, altri ancora Ivan Michailovic.
Anche il suo cognome veniva indicato in modo svariato: alcuni dicevano che fosse Ivanov, altri lo chiamavano Vassiliev oppure Andreiev, altri ancora credevano che si chiamasse Alekseiev. Un estraneo che lo avesse visto per la prima volta, e a cui fosse stato detto il suo cognome, se ne sarebbe subito dimenticato, così come ne avrebbe dimenticato il viso e quanto avesse potuto dire. La presenza di lui non aggiungeva nulla a una compagnia, come la sua assenza nulla le toglieva. La sua intelligenza non aveva né acutezza né originalità né altre caratteristiche, così come non ne aveva la sua persona.
Avrebbe potuto, forse, raccontare ciò che aveva veduto e sentito, e intrattenere così gli altri; ma non andava in nessun posto: da quando era nato a Pietroburgo, non ne era mai uscito; di conseguenza, vedeva e sentiva ciò che anche gli altri sapevano.
È simpatico un uomo simile? Ama, odia, soffre? A quanto pare dovrebbe amare e non amare e soffrire, poiché nessuno ne va esente. Ma egli s’ingegna ad amare tutti. Ci sono uomini in cui, qualunque cosa si faccia loro, non si riesce a destare alcun senso d’inimicizia né di vendetta. Qualunque cosa si faccia loro, restano sempre affettuosi. Del resto, bisogna render loro giustizia: anche il loro amore, a misurarlo in centigradi, non arriva mai al calore. Benché di simili individui si dica che amano tutti e perciò sono buoni, in sostanza non amano nessuno e sono buoni soltanto perché non sono cattivi.
Se in presenza di un uomo di tal fatta, si fa l’elemosina a un mendicante, anch’egli butta il suo soldino; ma se lo si rimprovera, lo si scaccia, lo si deride, anch’egli lo rimprovera e lo deride con gli altri. Non lo si può dire ricco, perché ricco non è, anzi, piuttosto è povero; ma non lo si può dire neppure decisamente povero, perché molti sono più poveri di lui. […]
Sulla faccia non gli si sorprende mai traccia di preoccupazione, di fantasticheria, di qualche cosa che riveli come, in quel momento, conversi con se stesso; né lo si vede mai rivolgere uno sguardo indagatore su un oggetto esteriore, che dimostri come desideri appropriarsene la cognizione. […]
È difficile che altri che sua madre abbia notato la sua venuta al mondo; pochissimi lo notano nel corso della sua esistenza e nessuno noterà certo la sua scomparsa; nessuno chiederà di lui, nessuno lo rimpiangerà o si rallegrerà della sua morte. Non ha né nemici né amici, solo innumerevoli conoscenti. Forse, soltanto i funerali desteranno l’attenzione del passante, il quale ne onorerà per la prima volta l’indefinita persona con un inchino profondo; forse ci sarà perfino un curioso che correrà in testa al corteo per informarsi del nome del defunto, ma subito se ne scorderà.
L’intero Alekseiev, Vassiliev, Andreiev, o come meglio piace, è una specie di impersonale e imperfetta proiezione della massa, la sua eco sorda, il suo confuso riflesso.”
 

Altri due personaggi importanti fluttuano sulle spalle del protagonista, assumendo l’uno il ruolo di angelo, l’altro quello del diavolo. Il primo è Andrei Stolz, coetaneo di Oblomov e compagno di studi. Tutti lo chiamano “il tedesco”, sebbene sia nato e cresciuto in Russia. Il nomignolo serve a ricordare il padre, un precettore teutonico immigrato, e a canzonare il suo attivismo, la sua efficienza germanica, la sua severità ancestrale, che mal si sposano con il lassismo slavo che lo circonda. A Stolz spetta il ruolo dell’amico perfetto. È sincero, leale ed affezionato. Un uomo carismatico con una notevole vitalità, che lo induce a viaggiare in continuazione per “conoscere il mondo”. Ahimè, ciò lo tiene lontano da Oblomov per lunghi periodi e non gli consente di spronarlo a sufficienza e di scuoterlo per salvarlo da se stesso.
Il secondo è il malfido Tarantiev, che viene così introdotto:


“Entrò un uomo sui quarant’anni, appartenente senza dubbio a una razza robusta, alto, largo di spalle, possente nella persona, con i tratti del viso pesanti, una gran testa, un collo forte e corto, gli occhi grandi e sporgenti, le labbra tumide. Un rapido sguardo gettato su di lui destava subito l’idea di un che di rozzo e di sgradevole. Era chiaro che non ricercava vestiti eleganti, né sempre capitava di vederlo rasato. Ma evidentemente, di questo, non gli importava: il suo vestito non lo imbarazzava affatto, lo portava, anzi, con una certa cinica dignità.
Era Michei Andreievic Tarantiev, compaesano di Oblomov.
Non c’era cosa al mondo che Tarantiev non considerasse cupamente, con un mezzo disprezzo, con un’evidente malevolenza, pronto a biasimare tutto e tutti, come se fosse offeso da un’ingiustizia o misconosciuto in qualcuno dei suoi meriti, come un carattere forte, infine, perseguitato dal destino, e che a questo si sottomette solo malvolentieri e con fierezza.
I suoi movimenti erano decisi e ampi; parlava in modo rumoroso, aggressivo e quasi sempre con irritazione; a sentirlo da una certa distanza faceva, tal quale, l’effetto di tre carri vuoti che rotolassero su un ponte. Non aveva soggezione di nessuno, non misurava le proprie parole, in generale era sempre sgarbato con chiunque avesse a che fare, compresi gli amici, come se volesse far sentire che, parlando con qualcuno, e perfino pranzando o cenando in casa sua, gli rendeva un grande onore.
Tarantiev era dotato di un’intelligenza ardita e piena di astuzia, nessuno meglio di lui era in grado di giudicare qualsivoglia problema della vita di ogni giorno o un’imbrogliata questione giuridica: era capace di formulare subito una teoria su come agire in questo o quel caso, giungendo con gran finezza alla dimostrazione finale e concludendo poi quasi sempre con l’inveire contro la persona che lo aveva richiesto del suo consiglio. […]
Il fatto si è che Tarantiev era maestro soltanto nelle chiacchiere: a parole decideva ogni cosa con chiarezza e facilità, soprattutto se riguardava gli altri; ma, non appena occorreva muovere un dito, mettersi in moto, insomma applicare nella pratica la teoria da lui stesso creata e darle uno sviluppo reale, dimostrare capacità di decisione, rapidità, diventava tutt’altro uomo: le forze non gli bastavano, di colpo ogni cosa riusciva gravosa, stava male e ora si sentiva imbarazzato, ora succedeva qualche altro fatto nel quale non voleva mettere mano o, se anche ci avesse messo mano, Dio sa cosa sarebbe successo. Come un bambino, là si lasciava sfuggire qualcosa, qui ignorava alcune quisquilie, là ancora arrivava in ritardo; finiva che piantava tutto a metà, o incominciava dalla fine e rovinava ogni cosa in modo così definitivo che era impossibile porvi riparo; per di più, alla fine, si metteva a inveire.”

Non so voi, ma di fronte a una descrizione del genere, io non so fare altro che applaudire. Anche a costo di ripetermi, non posso non rilevare l’estro di uno scrittore che ricorre all’espressione “una certa cinica dignità” per sintetizzare il contegno di un personaggio che è tronfio e arrogante nella sua rozzezza. Personaggio, questo, che approfitta oltre misura dell’ospitalità e della bontà di Oblomov. È uno scroccone che cerca di vivere alle sue spalle e gli sgraffigna del denaro. In generale, non muove un dito senza averne un tornaconto personale. Oblomov lo sa, ma non se ne cura. È troppo distratto dai suoi pensieri inconcludenti o troppo apatico per cacciarlo via definitivamente dalla sua vita. Per di più, commette il madornale errore di confidargli i propri problemi e di consigliarsi con lui.

Sviluppi della narrazione

Due sono le questioni che si sono presentate al cospetto di Ilia Ilic e che lo rendono inquieto: l’incombente sfratto, per scadenza dei termini contrattuali, lo obbliga a trasferirsi al più presto in un altro alloggio; dalla campagna, invece, gli comunicano difficoltà di gestione delle sue proprietà e gli prospettano sempre più magri introiti per il futuro. Oblomov, come al solito, non sa cosa fare e cerca di rimandare il più possibile qualsiasi decisione.
Nella sua malsana concezione dell’esistenza umana, tutto ciò che implica occupazione, lavoro, impegno, relazioni umane, sentimenti, difficoltà, problemi, è un ostacolo alla vera vita. “Quando si vive?” egli si chiede, ogni volta che gli si propone di fare qualcosa, di agire o di modificare il suo andazzo inconcepibile. La vita ideale sarebbe, a suo dire, una semplice esistenza ritirata in un’oasi di pace e serenità. Egli vorrebbe vivere in campagna con un’ipotetica moglie. Purché ella sia semplice e giammai pretenziosa, che non sia passionale o vanesia, né tanto intelligente da pretendere qualcosa in più di ciò che le verrebbe offerto. Vivere, pertanto, per occuparsi nient’altro che di decidere cosa mangiare a pranzo e a cena, e per tenersi attentamente isolato dal mondo esterno e dalle sue inquietudini. Ma, intanto, sono anni che non si occupa della gestione della sua proprietà, chiamata “Oblomovka”. Non tiene i conti in ordine, non sa gestire il denaro e le spese. Il risultato è che tutto sta andando a scatafascio e che si sta rovinando economicamente.
Quel volpone di Tarantiev prende in mano la situazione. Gli consiglia un alloggio di periferia, in casa di una giovane vedova e gli propone di assumere un sedicente uomo fidato, seppur sconosciuto al protagonista, che gestisca in sua vece la situazione a Oblomovka. Pur di non muoversi e di non sforzarsi a pensare, Oblomov il boccalone, accetta e si mette nei guai. Firma un contratto capestro per l’affitto della nuova casa, tutto a vantaggio di un losco personaggio che si è segretamente accordato con Tarantiev, e accetta di affidare il mandato allo sconosciuto.

Contesto storico

A un certo punto della narrazione, Oblomov, sfiancato dal tanto rimuginìo sui suddetti problemi, si addormenta in pieno giorno. Cade in un sonno profondo e sogna se stesso. Sogna l’Oblomov bambino, immerso nella sua precedente vita di campagna, tanto serena e spensierata. Con questo espediente letterario, Goncarov ci porta alle origini del problema, all’infanzia del protagonista. Intuiamo che Oblomov è oggi “immobile” perché è nato e cresciuto in un contesto nel quale l’immobilismo sociale la faceva da padrone: quel piccolo mondo antico, tanto caro al nostro Fogazzaro, tanto semplice e genuino nelle sue conformazioni, e così “immutabile” da suscitare nostalgia e tenerezza. Il problema è che tale mondo nella concezione di Fogazzaro non era privo di sacrificio o sofferenza, anzi. Mentre dal punto di vista oblomoviano lo è stato perché la sua famiglia lo ha iperprotetto da ogni pericolo e lo ha circondato di servitori sin da bambino. I suoi genitori non hanno nemmeno insistito troppo affinchè egli studiasse, accontentandosi dell’alfabetizzazione e di una generale infarinatura culturale. Oblomov viveva in un’oasi felice e protetta, nel pieno dell’entroterra russo, al riparo da ogni pericolo o turbamento esterno. Il suo retroterra culturale è dunque fortemente limitato. C’era ignoranza in quella tenuta di campagna, c’era superstizione, c’era misoneismo, trasandatezza e avarizia.

“Dove siamo? In quale cantuccio benedetto della terra ci ha trasportati il sogno di Oblomov? Che meraviglioso paese!
Non c’è, è vero, il mare, non ci sono alte montagne, rocce e abissi, e neppure foreste vergini; non c’è nulla di grandioso, di selvaggio e di cupo.
Ma a che serve poi il grandioso e il selvaggio? Il mare, per esempio? Esso suscita soltanto tristezza: a guardarlo vien voglia di piangere. Il cuore è preso dallo sgomento dinanzi alla sterminata distesa di acque e non c’è dove posare lo sguardo, affaticato dall’uniformità di quello spettacolo senza fine.
Il mugghiare e rombare infuriato delle onde non molce (molcere = dare un piacere soave e segreto, ndr) il nostro debole orecchio: dall’inizio del mondo, esse ripetono senza fine sempre la stessa triste, inesplicabile canzone, e sempre vi si ode lo stesso lamento, gli stessi gemiti, quasi di un mostro condannato al supplizio, e certe voci penetranti e sinistre. Gli uccelli non cinguettano intorno; soltanto i muti gabbiani, come condannati, volano tristemente lungo la riva e volteggiano sull’acqua.
L’urlo della belva è senza forza in paragone a questi lamenti della natura; nulla è anche la voce dell’uomo; l’uomo stesso è così piccolo e fragile, che scompare senza essere notato nei vasti particolari dell’ampio quadro! Per questo, forse, gli pesa tanto guardare il mare!
No, lasciamo perdere il mare! Neppure il suo silenzio e la sua immobilità destano un lieto sentimento nell’animo: nel tremolare pressoché impercettibile della massa liquida, l’uomo scorge pur sempre, per quanto assopita, la stessa forza incommensurabile che poco prima con tanta perfidia si è fatta scherno della sua superba volontà e che ha così profondamente sepolto i suoi ardimentosi propositi, e le sue fatiche, i suoi affanni.
Neppure i monti e gli abissi sono stati creati per arrecare allegria all’uomo: essi sono terribili, minacciosi come gli artigli e i denti di una fiera diretti contro di lui; essi ci ricordano troppo vivamente la nostra debole natura e ci tengono in terrore e angoscia per la nostra vita. E il cielo sopra le rocce e gli abissi appare lontano e irraggiungibile, come se avesse rinnegato gli uomini.”

 

Questa visione angosciosa del mare, tanto diversa da quella che hanno i popoli mediterranei, è giustificabile in uno scrittore russo per via della conformazione del territorio in cui è vissuto. Uno sconfinato entroterra diventa rassicurante e si contrappone alla grande incognita del mare, al mistero latente che lo caratterizza, ai pericoli che può originare. In questo caso, il mare è usato come metafora della vita, del cambiamento, dell’evoluzione dei tempi e dei popoli. Tutti aspetti che non hanno mai toccato Oblomovka, nella quale le gerarchie e le strutture erano immutabili. Ecco, dunque, perché Goncarov ha scritto questo libro. La sua è una denuncia sociale niente affatto velata. L’autore si schiera a favore dell’abolizione della servitù della gleba e dell’emancipazione di contadini e inservienti ad essa soggetti. Oblomov è il prodotto di una sovrastruttura sociale che lascia nell’ozio i nobili e in condizione di indigenza e schiavitù tanti servi e contadini. La colpa, il peccato originario dell’oblomovismo sta nell’atteggiamento dei genitori e nell’immobilismo sociale di una casta chiusa e refrattaria, come quella della nobiltà russa. Il romanzo di Goncarov si inserisce in un dibattito che era già fervente. Del resto, anche Eugenio Onegin, nell’opera di Puškin è affetto da oblomovismo. Così come lo è Rudin di Turgenev. La differenza consiste nell’esasperazione caricaturale dell’indolenza che Goncarov ha scelto per Oblomov. In quel periodo (il romanzo uscì nel 1855) tutta la letteratura russa si schierava a favore dell’emancipazione dei servi ed attaccava il sonno, l’inerzia e l’immobilismo della nobiltà. Solo nel 1861, finalmente, la servitù della gleba in Russia verrà abolita per ordine dello Zar Alessandro II, con un ritardo di circa 50 anni rispetto al resto dell’Europa. I recensori ufficiali e gli studiosi concordano nel dire che l’oblomovismo era un tratto tipico della società russa del tempo e che Goncarov intendesse denunciare e canzonare l’atteggiamento dei suoi compatrioti privilegiati. Ma io non sono d’accordo e mi permetto di affermare che Oblomov è un personaggio universale ed eterno, che il suo atteggiamento è ahimè attualissimo e riconoscibile a tutte le latitudini. Quando si dice che l’oblomovismo è il sonno della civiltà, riecheggiano nella mia mente le parole di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare”. Anche in quel romanzo c’era tutto un mondo da svecchiare.

I sentimenti

Prima che Oblomov si faccia del tutto rovinare da Tarantiev, irrompe sulla scena il suo grande amico Stolz. Rientra dall’estero e passa a trovarlo. Lo rimprovera ripetutamente per essersi lasciato andare, cerca in ogni modo di scuoterlo, di farlo tornare alla vita. Lo esorta a viaggiare, ad uscire dal suo cantuccio ottuso e retrogrado. Ma Oblomov resiste come una roccia, adduce scusanti, lamenta scarsità di denaro. È per questo che Stolz lo accusa di oblomovismo e lo rimprovera aspramente. Ma non c’è niente da fare, non c’è modo di convincerlo. L’unica carta che si può giocare di fronte a un uomo simile è quella di far leva sui sentimenti. Ma deve trattarsi di un sentimento quasi indotto. L’autore è costretto a piazzare sotto il naso del suo protagonista una giovane e adorabile donna. Si chiama Olga Sergheievna e ha solo 21 anni. Gliela presenta Stolz e, prima di allontanarsi per un altro dei suoi lunghi viaggi, affida Oblomov a lei. La prega di farlo uscire, di invitarlo a passeggiare, a frequentare gente stimolante e intellettualmente fervida. Incredibile a dirsi, Olga riesce per davvero in tale impresa, almeno per qualche mese. Lei ride della goffaggine di Oblomov e gli lancia qualche battuta canzonatoria, ma nutre dell’affetto per lui. Lo considera un bambinone e sa riconoscere la dolcezza insita nel carattere di lui.
Olga ci viene presentata come una ragazza adorabile, piena di grazia e vitalità. Ha molti interessi, legge, studia, riflette ed è molto dotata nel canto. La sua gioventù e l’inesperienza in ambito sentimentale non le permettono, inizialmente, di riconoscere i sentimenti che nutre per Stolz. Lo considera un grande amico e lo ammira. Per non deluderlo e per compiacerlo, accetta di occuparsi del loro amico comune Oblomov. Lei e Ilia Ilic cominciano a vedersi molto spesso, fanno delle lunghe passeggiate nel parco, discutono di svariati argomenti e si confrontano apertamente. In maniera prematura e inopportuna, Oblomov le dichiara di provare attrazione per lei, mettendola in grande imbarazzo. Riescono, tuttavia a ricomporre la loro amicizia, e a riprendere la frequentazione. A questo punto, la narrazione si impantana nel processo di insorgenza dell’amore tra loro due. Man mano che si conoscono meglio, si abbandonano a reiterati sdilinquimenti e a frequenti disquisizioni sull’amore romantico, sul sentimento autentico, sulla purezza e genuinità del più nobile dei sentimenti. Tutto ciò può risultare tedioso e stucchevole per il lettore moderno, che si trova inevitabilmente costretto a confrontare la concezione semplificata e consumistica che abbiamo dell’amore nella nostra epoca (il cosiddetto amore liquido) con il platonismo di Goncarov e dei suoi colleghi romantici. Scopriamo che Olga è affetta dalla cosiddetta sindrome della crocerossina e si innamora di un essere tanto complicato ed involuto quale Oblomov.

“L’amore”dice lei a se stessa“si identifica con la vita e la vita con il dovere. Quindi anche l’amore è dovere. Mi sembra che Dio mi abbia mandato questo amore e mi abbia comandato di amare.”

Ah, povera ragazza! Si immagina di avere avuto un’investitura divina per cercare di salvare un mammalucco come Oblomov. Costui, dal canto suo, scopre per la prima volta un sentimento tanto forte e corroborante. Ne viene travolto e trasfigurato per un certo periodo. Non sembra più lui, esce, cammina, legge, si mette a dieta, va a teatro…

Per quanto si dica che l’amore sia un sentimento capriccioso che insorge come una malattia, tuttavia anche esso, come ogni altro fenomeno, ha le sue cause e le sue ragioni. E se finora tali leggi sono state scarsamente studiate è perché la persona presa d’amore ha ben altro da pensare che seguire con occhio scientifico come l’impressione penetri nell’animo; come vi incateni, quasi a mezzo del sonno, i sentimenti; come gli occhi, all’inizio, diventino ciechi; da quale momento il polso, e con esso il cuore, cominci a battere più forte; come all’improvviso sorga una devozione che vuol durare fino alla tomba, l’anelito a far sacrificio di sé; come, a poco a poco, il proprio io scompaia e si trasferisca in lui o in lei; come la mente si faccia o straordinariamente ottusa oppure straordinariamente acuta; come la volontà si arrenda a quella dell’altro, come la testa si inclini, le ginocchia tremino, venga da piangere, si abbia la febbre…”

Ma dov’è finito il solito Oblomov? Eccolo che riemerge non appena si accorge di aver speso molto di più del consueto per poter frequentare Olga. Eccolo sentirsi improvvisamente rovinato di fronte all’idea di comprare un regalo per la fidanzata. Avete capito bene, sì. I due si promettono l’un l’altro e decidono di sposarsi. Olga è inconsapevolmente pronta a cadere nel baratro in cui Oblomov la trascinerebbe trasferendosi a Oblomovka, distante anni luce dalla civiltà e dalla vita. Tutto ciò che di carnale avviene tra loro è un bacio, rapidissimo ma impegnativo per una donna di quel tempo. Adesso Ilia Ilic è costretto a sposarla. Ma invece di rallegrarsi per la gran fortuna di avere tra le mani una simile donna, comincia a inquietarsi. Il matrimonio comporterebbe delle spese importanti e lo costringerebbe a viaggiare, una buona volta, per andare a restaurare Oblomovka e costruire una casa nuova. Si fa i conti in tasca e capisce che economicamente non gli conviene. Si spaventa, si scoraggia, si inibisce di fronte alla prospettiva di poter finalmente vivere. Nel frattempo, si è trasferito in periferia, nella casa indicatagli da Tarantiev. Qui trova la padrona di casa, tale Agafia Matveievna, una donna semplice e genuina. Lei ha un’intelligenza bovina e nessun guizzo intellettuale. Passa le sue giornate a fare la massaia e a preparare manicaretti. Oblomov inizia a fare il confronto tra una popolana come Agafia e una ragazza dell’alta società come Olga. L’analisi costi/benefici che ne consegue lo porta a immaginare di vivere felicemente (secondo i suoi grotteschi parametri) con la prima. Cosa fa, dunque? Si finge malato e si chiude in casa pur di non rivedere Olga, già pronta a dichiarare pubblicamente il loro fidanzamento.

Epilogo

Il fatto è che Oblomov è inguaribile, è perduto per sempre. Egli è vittima di autoinganno, quella condizione psicologica che gli americani chiamano self deception e si costruisce da solo ostacoli e impedimenti per evitare di andare incontro alla vita. Oblomov sabota se stesso. In questo caso sabota il matrimonio imminente.
Quando, finalmente, Olga capisce e riconosce che stava per commettere un errore fatale legandosi a un simile uomo, rompe il fidanzamento (lui non avrebbe mai trovato il coraggio di farlo e si sarebbe tormentato chissà per quanto tempo ancora).

Olga si reca all’estero e, dopo qualche anno, scopre finalmente il vero amore. Lo trova in Stolz, lo riconosce dopo tanto tempo. Anche lui, finora scapolo inguaribile, ne è travolto. I due si sposano e vivono un matrimonio idilliaco. Stolz è un marito non convenzionale, nel senso che coinvolge Olga in tutte quelle questioni che normalmente sarebbero considerate adatte a un uomo e non a una moglie. Anche qui emerge l’intento riformista dell’opera di Goncarov. C’è un abbraccio ideologico al femminismo e la spinta verso l’emancipazione delle donne. Il narratore si dilunga per farci conoscere il menage di Olga e Stolz e cerca di assicurarci che essi sono felici, specie da quando è venuta alla luce la loro prole. Sia l’uno che l’altra, tuttavia, si interrogano sul concetto di felicità e si chiedono se essa consista tutta in un matrimonio felice, in un affetto stabile. Avvertono qualche turbamento (soprattutto Olga) e un senso di incompletezza. Goncarov si lancia in rassicurazioni sperticate per giustificare come normale (o fisiologica) tale improvvisa inquietudine. Se solo avessi avuto l’opportunità di conferire con lui o di intervenire nel suo romanzo avrei citato la canzone di Califano:

“Sì, d’accordo il primo anno,
Ma l’entusiasmo che ti resta ancora
è brutta copia di quello che era
Cominciano i silenzi della sera
Inventi feste e inviti gente in casa
Così non pensi almeno fai qualcosa
Sì, d’accordo ma poi.
Tutto il resto è noia
No, non ho detto gioia, ma noia, noia, noia
Maledetta noia”

Ma forse il concetto di noia è troppo moderno e decadente per uno scrittore romantico…

Che ne è di Oblomov? Si è chiuso in casa con il suo senso di colpa per aver offeso e deluso Olga. Riprende la sua esistenza vana e vuota, fatta di ozio e ipernutrizione. La vicinanza con Agafia Matveievna lo tenta al punto da approcciarsi a lei con un patetico corteggiamento. Per via di tale avvicinamento, cade vittima di un tranello preparatogli dal diavolo Tarantiev e dal fratello di Agafia. Lo costringono a firmare una cambiale per risarcire la vedova Agafia dopo averla compromessa con il suo tentativo di seduzione. La cambiale viene ingenuamente girata da Agafia al fratello. Costui vive adesso nella bambagia alle spalle di Oblomov, che è rovinato finanziariamente. Ancora una volta, è il rientro improvviso di Stolz a salvarlo e a ripristinare la situazione originaria. Oblomov, appresa la notizia dell’unione fra l’amico e la sua ex fidanzata, non nutre gelosia, ma se ne rallegra. Riconosce apertamente che Olga avrebbe meritato molto di più di un Oblomov al suo fianco e si congratula con loro.
Il baratro è davanti a lui ed egli ovviamente vi si getta a capofitto. Sposa segretamente Agafia, una popolana che non può fornirgli altro che un affetto smisurato ma inespresso e una cucina succulenta. Si ingozza e sonnecchia fino a morirne, per via di un colpo apoplettico.

Conclusione

Il romanzo, dunque, che è stato infarcito di ironia per lunghissimi tratti, si conclude tristemente, così come tristemente era iniziato, con il fallimento di un’esistenza già fallita e la morte di un uomo mai affacciatosi alla vita. Se è vero che in ogni storia che si rispetti vi è una morale da estrapolare, qui essa risulta chiara ed evidente: non c’è tempo da perdere, non vi sono rinunce da fare, non bisogna precludersi nulla. La vita è adesso.

 

Rosso Groviglio