• No products in the cart.

“V.” di Thomas Pynchon – recensione

Ci sono autori ai quali non basta raccontare una storia, intriderla di una morale più o meno surrettizia e accompagnare il lettore verso il suo discernimento. Ci sono autori che preferiscono complicare le cose, sperimentare nuove strade, disorientare il lettore e, infine, spiazzarlo. Thomas Pynchon, scrittore iconico per l’America del ‘900, più volte in odore di premio Nobel per la letteratura, è uno di loro.

Premessa

Questo romanzo è un poderoso esperimento di ciò che si definisce ipernarrazione, cioè l’intersecarsi di più storie con la trattazione di molteplici argomenti al fine di rendere l’opera letteraria “enciclopedica”, ovvero caleidoscopica, eclettica e, per tale motivo, difficilmente classificabile in un genere ben preciso. Ne consegue che il lettore si trova immerso in un intreccio gravemente ingarbugliato, che può scoraggiare molti e infastidire tanti. È come un gigantesco gioco enigmistico, da sbrogliare con pazienza, viluppo dopo viluppo, per poi giungere alla soluzione misteriosa. Solo che in questo caso la soluzione potrebbe dare sui nervi.

Personaggi

Fra le decine di personaggi che ci vengono presentati, le cui storie sono di volta in volta abbozzate, accennate, stilizzate, tratteggiate o esplicitate – a seconda dell’importanza e della necessità narrativa – emerge un disadattato per eccellenza: Benny Profane (leggi “Profein”, all’americana, ndr). Costui è un antieroe, uno scarabocchio di uomo che vaga per la metropoli newyorkese a metà degli anni ’50 in cerca di requie esistenziale. Non può trovarla, ovviamente, perché dentro di sé nasconde tante contraddizioni quanti sono i fasci dei suoi nervi – sempre in subbuglio – e perché le persone con le quali si confronta non sono poi tanto più “mature” di lui. L’autore paragona la disordinata quotidianità del suo protagonista a quella di uno yo-yo. Fa avanti e indietro per la città, rimbalza tra un sentimento e l’altro, tra una frequentazione e l’altra, fra un lavoraccio e l’altro, senza trovare una condizione stanziale soddisfacente. Il suo vivere consiste di un moto rettilineo alternato, è un’intermittenza esistenziale che oscilla fra la balordaggine e l’indolenza.

“Era ancora lo stesso ragazzone di una volta, simile a una grossa ameba, grasso e flaccido, i capelli che crescevano a cespugli, tagliati cortissimi, gli occhietti porcini, troppo distanti l’uno dall’altro. […] A seconda delle fasi lunari, veniva travolto da queste grandi ondate di arrapamento, per cui sentiva un desiderio irrefrenabile e inesaudibile per tutte le donne entro una certa età, con determinate fattezze, senza discriminazioni di sorta. Al termine di questi periodi aveva le palle degli occhi di fuori, e sentiva il desiderio di poter ruotare la testa di trecentosessanta gradi.”

Profane, “mezzo italiano e mezzo ebreo”, ha circa trent’anni. Ricorda il giovane Homer Simpson, con la sua goffaggine e i suoi innumerevoli impacci. Lo ricorda anche nell’aspetto fisico, essendo non certo avvenente e piuttosto panciuto, nonché nell’eloquio stentato e spesso insulso. Lui è ben conscio dei suoi limiti e si autocommisera definendosi “uno schlemihl”, termine yiddish che si può tradurre con “sciocco” o “buono a nulla”. Niente gli riesce bene, e ha un pessimo rapporto con gli oggetti. Li sfascia, non sa maneggiarli, ne ha perfino timore. Questa sua scarsa confidenza con ciò che è inanimato è una metafora che Pynchon costruisce per denunciare la deriva materialistica e grettamente banausica della società post industriale, della quale Profane e i suoi amici sono, al contempo, vittime e prodotti.
Il povero Profane, più che un “irrisolto” risulta essere un “irrisolvibile”, ma non bisogna giudicarlo frettolosamente. Il suo animo semplicione non nasconde cinismo, bensì una bonaria faciloneria: 

“Ogni tanto veniva preso da questo desiderio irrefrenabile di essere crudele e allo stesso tempo di lasciarsi pervadere dal dispiacere, un dispiacere talmente grande da uscirgli dagli occhi e dai buchi delle scarpe, andando a raccogliersi in una grande pozza, su una strada dove si era rovesciato tutto, dalla birra al sangue, ma che aveva visto ben poca compassione.”

Nonostante questa caterva di difetti, a Profane le donne piovono letteralmente addosso. Si invaghiscono di lui, gli si affezionano e vorrebbero costringerlo all’amore, ovvero a quel sentimento che lui più di tutti rifugge. Lo rifugge per codardia, infingardaggine e inettitudine. Loro bramano il suo affetto e lui svicola continuamente. Profane è un Oblomov della società consumistica.
Si unisce a una pessima compagnia, la “Banda dei Morbosi”, e ne combina di tutti i colori. Esilaranti le loro battute di caccia in cerca di cono (termine slang che si riferisce a “cunnus”, vagina, ndr), così come i loro continui scambi di idee sconclusionate da cui trapelano solo nevrosi e frustrazioni.

Trama

A un certo punto della sua balorda esistenza, Profane incrocia la strada di Herbert Stencil, un intellettuale inglese di mezza età. Costui gira il mondo in cerca di un’introvabile “V.”. Non sa nemmeno se si tratti di una persona, di un luogo eterico nel quale si dipanerebbero tutte le magagne della storia umana, o di un oggetto misterioso. Fatto sta che la cerca. A suo tempo, la cercava anche suo padre, un uomo implicato in astrusi maneggi internazionali, in pericolose azioni di spionaggio. Ecco, dunque, che ci viene presentato un ulteriore piano narrativo, sottostante la vicenda principale, ambientato qualche decennio addietro. È un’ottima occasione per lasciarsi andare alle riflessioni, ai ragionamenti metafisici, alle elucubrazioni sociopolitiche, e Pynchon non se la lascia sfuggire.

“L’unica morale che si può trovare nella politica […] è che andiamo avanti in questo secolo con una insopportabile diplopia (difetto visivo per cui si vedono doppie le immagini, ndr). La Destra e la Sinistra, la serra e la strada. La Destra può vivere e lavorare solo in un ambiente ermetico, nella serra del passato, mentre la Sinistra opera fuori, nelle strade, pilotando la violenza delle masse. E l’unico paesaggio in cui può vivere sono i sogni del futuro.
E che ne è stato della realtà del presente, degli uomini senza una precisa posizione politica, dell’Aura Mediocrità, un tempo così preziosa? Son cose sorpassate, o comunque trascurate. In un mondo occidentale dove regnano tali estremi, il minimo che possiamo aspettarci e di avere, nel giro di pochi anni, una popolazione profondamente “alienata”.”

Stencil, andando alla ricerca di “V.” costruisce un “grandioso castello gotico di illazioni” nel quale il lettore rischia inevitabilmente di perdersi. Santa pazienza!
Ma la storia di “V.” è il motivo per il quale questo romanzo risulta essere di difficile classificazione. Fosse per Profane e la Banda dei Morbosi lo si inserirebbe senza indugio fra le opere della beat generation. La verità però è che l’autore ha voluto osare di più, finendo per riuscirci, e costruendo un “guazzabuglio a n-dimensioni”.

Thomas Pynchon e lo stile letterario

Thomas Pynchon risulta, pertanto, meno esplicito di John Dos Passos, meno picaresco di Jack Kerouac, meno ombroso di Ernest Hemingway, meno commovente di John Steinbeck, meno pornografico di Henry Miller, meno devoto al flusso di coscienza di William Faulkner, ma certamente più criptico di tutti loro. Si contraddistingue per la maggiore ricercatezza stilistica e gli intriganti guizzi metaforici. Impossibile non collegare questa sua opera farraginosa a quelle che furono le “beffe infinite” di David Foster Wallace e alle trame sbilenche di Don Delillo, che poggiano interamente sull’estro linguistico dell’autore. In entrambi i casi, sono sicuro di poter dire che gli allievi hanno superato il maestro, ma ciò che conta è che Pynchon ha influenzato qualunque scrittore americano postmoderno.

Morale

Ma dove vuole andare a parare Pynchon? C’è una morale dietro un guazzabuglio di parole tanto dispersivo? Forse sì: un uomo deve avere delle regole, altrimenti finisce per non sapere più chi è, altrimenti si smarrisce alla ricerca di quel se stesso che non è mai esistito. L’uomo non può vivere per comprare oggetti e per farne dei feticci.
Inoltre la storia, la cosiddetta maestra di vita, di fatto non esiste. Pynchon intende decostruire la storia al pari dell’esistenza umana. La storia è un pantano di menzogne, visioni soggettive, parzialità, conflitti di interessi e interpretazioni personali. Nulla è prevedibile e nulla è già accaduto. Tutto sta per finire. Il mondo, così come lo conosciamo – ma bisognerebbe dire “così come pensiamo di conoscerlo” – sta per implodere dentro le sue stesse contraddizioni per effetto delle infinite miserie umane. La speranza non esiste.

Conclusioni

Non sono sicuro che questo romanzo mi sia piaciuto, ma averne completato la lettura (compito piuttosto arduo) mi ha lasciato due certezze:
Thomas Pynchon è uno di quei geni a cui si fa fatica a star dietro, quando decidono di lanciarsi a più non posso nel mettere nero su bianco tutto ciò che gli passa per la testa;
– Hanno fatto male a non avergli (ancora) consegnato il Nobel per la letteratura.

Curiosità: negli anni ’80 nacque una rock band inglese che portava il nome di “Benny Profane”. Troppo comico, il suo contegno, per non suscitare tentativi di emulazione…

 

Orazio C.