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Orazio C.

Orazio C., siciliano, classe 1982. Ha avuto una formazione scientifica ma, alla soglia dei vent’anni, ha sentito il bisogno di avvicinarsi alla letteratura, diventando dapprima un fervente lettore e, successivamente uno scrittore amatoriale. Talvolta utilizza lo pseudonimo “Rosso Groviglio”, specie sui social. Lavora come operaio per pura necessità, non per scelta. È alla costante ricerca di sé stesso.

10 DOMANDE PER UN AUTORE

  • Cosa ci puoi dire di te e cosa no?
    Posso dirvi che mi viene più semplice scrivere un racconto piuttosto che parlare di me stesso. Posso dirvi che adoro leggere e confrontarmi con persone aperte e intelligenti e posso parlarvi dell’elemento che non manca mai nel mio quotidiano e che si ritrova spesso anche nella mia scrittura: l’ironia. La applico alle persone e alle situazioni, nonché a me stesso. In generale, diffido di coloro i quali non capiscono o apprezzano l’ironia, né sanno ridere di sé stessi. Per il resto, io sono un misantropo. Non amo la compagnia degli esseri umani, fatta eccezione per quelli accuratamente scelti e selezionati da me. Tuttavia, ho la fortuna di avere amici meravigliosi.
  •  Cosa scrivi e perché?
    Scrivo racconti e poesie. I primi descrivono personaggi tormentati e situazioni di vita reale e contemporanea. Alcuni affrontano tematiche complesse e dolorose, di difficile o impossibile soluzione. Tutti contengono e veicolano dubbi. Le certezze sono bandite dalla mia scrittura perché sono assenti nella mia vita. Non amo le persone troppo sicure e piene di assiomi. Per questo tendo a metterle in ridicolo, a dissacrarle, nella vita e nella narrazione. Le mie poesie trattano di sentimenti e turbamenti e andrebbero sempre lette ad alta voce, in modo da coglierne il ritmo e la sonorità. C’è dietro un lungo lavoro di ricerca per ottenere una forma melodiosa di metrica. Scrivo perché ho bisogno di mettere ordine dentro di me, di convogliare nelle mie parole tutte le mie contraddizioni e di vincere le mie insicurezze.
  • Cosa manca nell’attuale panorama letterario e cosa c’è di troppo?
     Nella letteratura di oggi manca la grandezza formale del passato. Quella grandezza che ha reso immortali e ineguagliabili i classici. Ciò che più mi infastidisce, parlando da lettore, è l’impoverimento lessicale e l’appiattimento della prosa. I periodi tendono ad essere il più possibile semplificati e scarni, le frasi sono secche, le subordinate in estinzione. Alcune opere moderne sembrano raccolte di tweet, di messaggistica breve. Ciò è certamente dovuto al tentativo di andare incontro alle aspettative di un lettore sempre più disabituato alla concentrazione e all’esegesi. Tante, troppe persone rifiutano di impegnarsi in un percorso cognitivo e di decodificazione del testo. Preferiscono la semplicità sciatta e la rapidità. Di tale pigrizia non ne beneficia nessuno.
    Quello che c’è di troppo, invece, è tutta quella letteratura di intrattenimento fine a sé stessa. Tutte quelle migliaia di parole spese per non veicolare nulla, non comunicare niente, non coinvolgere il lettore in riflessioni costruttive. Mi è capitato di leggere dei romanzi, purtroppo dei best sellers, che hanno tutte le caratteristiche di un film d’azione hollywoodiano. Dialoghi poveri e situazioni inverosimili. Cosa ce ne facciamo di questa pochezza?
  • Come convinceresti il lettore a leggere di più? Quando si è letto abbastanza?
    Non è possibile convincere qualcuno a leggere. La lettura è un bisogno esistenziale. E’ un processo endogeno che scaturisce autonomamente nelle persone più sensibili e percettive.
    Non si è mai letto abbastanza. Ci si può prendere delle pause, certo, ma poi il bisogno insorge nuovamente.
  • Vivi di scrittura? O per la scrittura?
    Non vivo di scrittura, né per essa. Scrivere mi aiuta a capire e a valorizzare me stesso, ma non lo trovo un fattore imprescindibile dalla mia vita. Piuttosto è alla lettura che non saprei rinunciare.
  • Qual è il tuo ultimo progetto?
    Ho scritto una raccolta di racconti alla quale tengo molto. Ha per titolo “Lo scrittore in erba” e verrà pubblicata da Entheos Edizioni. Ringrazio la casa editrice per averci creduto. Mi è costata studio, impegno e ricerca. Contiene 14 storie che, senza falsa modestia, definirei interessanti e coinvolgenti. Il loro punto di forza è, a parer mio, il continuo oscillare della scrittura, a mò di pendolo, dal livello aulico allo slang metropolitano.
  • Qual è il tuo prossimo progetto?
    Sto lavorando alla prossima raccolta di racconti. Garantisco che saranno più belli e interessanti dei primi. Avete la mia parola.
  • Quali sono i pro e i contro della scrittura?
    La scrittura dona all’autore un formidabile strumento di introspezione e analisi. A un bravo scrittore non serve uno psicanalista. A tutti gli altri, scrittori e non, serve eccome!
    Tuttavia, posso dire che la scrittura è dolorosa e costa sacrificio. Ogni volta che si narra una storia, si scava dentro sé stessi e si asporta via qualcosa. A volte può trattarsi di un qualcosa di talmente intimo e viscerale, di talmente insito e recondito, da causare sofferenza e stress nell’autore.
  • Dove andresti e cosa porteresti con te?
    Andrei a vivere volentieri in una città pregna di arte e storia perché sono una persona particolarmente sensibile all’ambiente esterno. Credo che essere circondato da bellezza e pathos contribuirebbe al mio benessere e avrebbe risvolti positivi sulla mia scrittura. Roma sarebbe l’ideale, così come Firenze. Ma forse apprezzerei di più la tranquillità di Urbino. Porterei con me dei libri e la mia automobile, uno strumento di evasione indispensabile. Io ho il bisogno fisico di allontanarmi, di tanto in tanto, dalla realtà e di guidare me stesso altrove. Spesso senza meta e senza fretta.
  • Perché resti?
    Resto per mere ragioni di venale necessità economica. Ma anche perché andare via significa affrontare l’ignoto e questo mi fa paura. Sono già andato via una volta nella mia mia vita e non è stato facile affrontarne le conseguenze. Non mi sento ancora pronto per il secondo turno.

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