
Tobia Perosi
Mi chiamo Tobia Perosi, o almeno questo è il nome che ho deciso di usare.
Sono l’alter ego una persona che indossa una divisa da oltre 35 anni (non vi dirò quale divisa) e che nella propria carriera ha visto e fatto un po’ di tutto. A parte i primi dieci anni, in cui la componente fisica del lavoro era quella predominante, la maturità professionale e il mal di schiena mi hanno portato ai servizi investigativi.
Ho voluto utilizzare uno pseudonimo perché ritengo che i doveri e il ruolo di una persona in divisa non devono essere confusi o mischiati con quello che può essere scritto su un libro, anche se si tratta di una storia inventata.
Italo Calvino, in varie interviste, disse che amava quelle situazioni in cui si sentiva invisibile e che a uno scrittore non giova essere visto in viso. Non ho l’esperienza necessaria per valutare queste affermazioni, ma posso confermare che lo stesso vale anche per un buon investigatore.
Chi indaga deve lavorare sotto traccia, senza farsi notare, magari dando la sensazione di non essere neanche troppo intelligente. Se ti sottovalutano è più probabile che siano meno prudenti e commettano errori.
Avete presente il Tenente Colombo? È sempre stato il mio modello.
Volete sapere come ho creato il mio pseudonimo? Forse un giorno ve lo svelerò, per il momento non vi conosco abbastanza.
10 DOMANDE PER UN AUTORE
1. Cosa ci puoi dire di te e cosa no?
I miei genitori, i miei nonni e tutti gli avi di cui ho notizia erano contadini. Anche io sono un contadino, non di mestiere ma nell’anima. Cos’hanno in comune un contadino e un uomo in divisa? La consapevolezza di quali sono le cose giuste da fare e di come bisogna farle.
Di sicuro ci sono cose di me che non voglio dirvi, almeno fino a quando non saranno prescritte.
Se volete sapere di più, leggete quello che scrivo nei miei libri, ho messo tutto lì.
2. Cosa scrivi e perché?
Uno dei primi insegnamenti che ho trovato nei corsi di scrittura che ho seguito, era la frase: scrivi di quello che conosci. Ho seguito il consiglio.
I miei libri sono resoconti di indagini. Le storie sono inventate ma, leggendole, vi renderete conto che sono reali, perché chi le ha scritte ha inventato la trama, ma le azioni, le emozioni, le delusioni dei fallimenti, le ha vissute davvero e in prima persona. Perché solo nei romanzi gialli il colpevole viene sempre scoperto e alla fine delle indagini tutto cambia, niente ritorna come prima. Soprattutto l’anima dell’investigatore.
I protagonisti sono figli della mia terra, sia per nascita che acquisiti. I fatti si svolgono nel Monferrato e quindi la descrizione del territorio ha la sua parte. I personaggi mangiano ravioli al plin, hanno una loro ricetta per il carpione, conoscono i nostri vini e sanno riconoscere il profumo dei fiori di vite.
Conoscete i fiori di vite e il loro profumo? No? Chi legge i miei libri sentirà quel profumo.
Non sono in grado di rispondere alla domanda: perché scrivi? Forse, semplicemente, scrivo perché mi va di farlo, perché provo piacere.
3. Cosa manca nell’attuale panorama letterario e cosa c’è di troppo?
Altra domanda tosta: per sapere cosa manca servirebbe qualcuno che conosca tutto l’attuale panorama letterario e io non sono quella persona.
Una cosa, invece, vedo sempre più spesso nei libri polizieschi che leggo, pubblicati da scrittori italiani. Premetto che sono libri che mi sono piaciuti, anche molto, e sono scritti bene, forse anche meglio di come li avrei scritti io. Ma ho constatato che l’idea e le nozioni che questi scrittori hanno della procedura penale è molto anglosassone, probabilmente acquisita da libri scritti da autori americani o dai film della “Signora in giallo”.
È innegabile che le procedure descritte nei libri o nei film d’azione siano volutamente rese più flessibili per dare più brio alle pagine, però cerco, fatte salve alcune piccole licenze, forse per deformazione professionale, forse perché io le ho vissute, di attenermi il più possibile alle procedure esatte, quelle previste e applicate dalle leggi italiane.
4. Come convinceresti il lettore a leggere di più? Quando si è letto abbastanza?
Per diventare scrittori bisogna essere prima di tutto lettori. La lettura è crescita e quando si smette di crescere si muore.
5. Vivi di scrittura? O per la scrittura?
Raccolta di dati e scrittura di relazioni con descrizione dei reati e delle prove che portano all’identificazione e alla segnalazione dei presunti colpevoli alla magistratura.
Questo è, in sintesi, il mio lavoro. Poi ho iniziato a scrivere romanzi.
Per cui, in un certo senso, vivo scrivendo.
6. Qual è il tuo ultimo progetto?
I primi due libri della (speriamo) lunga serie che intendo scrivere. Si intitolano “Colpita alle Spalle” e “Il Tesoro di Antignano” e raccontano le indagini del Commissario Irene Ferraris.
7. Qual è il tuo prossimo progetto?
Ho un archivio che contiene 30 anni di indagini, non mi basterà una vita per raccontarvele tutte, e vi assicuro che conto di vivere a lungo. Intanto, il libro che racconta la terza indagine è già in scrittura.
Vorrei anche scrivere un libro in risposta a certi ufficiali (uno in particolare) che credono di aver capito il mondo meglio delle altre persone, e che soprattutto non hanno capito che le divise non stanno a destra o a sinistra, ma in mezzo alla gente e per la gente.
Credo che lo farò quando sarò in pensione.
Naturalmente, ogni riferimento a fatti e persone reali è puramente “casuale”…
8. Quali sono i pro e i contro della scrittura?
La scrittura è, di per sé, un atto di isolamento, di concentrazione, un rifugio. Personalmente sono gli aspetti che più mi piacciono. La scrittura non ha “contro”. Poi ho scoperto che se non vuoi solo scrivere ma vuoi fare lo scrittore, devi essere anche influencer e promoter, e un contadino asociale come me ha qualche difficoltà. Vi amo tutti, però.
9. Dove andresti e cosa porteresti con te?
Non so dove andrei, ma ci andrei comunque temporaneamente. Ve l’ho detto, sono un contadino e sono indissolubilmente legato alla mia terra, alle mie radici.
10. Perché resti?
Non hai letto la risposta precedente?