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Piccola e indifesa: il falso mito della donna debole

Vivere di illusioni è la costante esistenziale dell’uomo “semplice”. Piuttosto che affrontare la crudezza e la sgomentevole nudità del reale, preferisce costruirsi un’alternativa onirica, una menzogna rassicurante che serve a imbonire il cuore e a tenere quieto l’animo. Peccato che la vita – la vita autentica, scevra da ogni costruzione artificiosa – presenti presto il conto. I miraggi, le chimere, i sogni, si pagano con il caro prezzo della disillusione improvvisa.
Ciò non toglie, però, che anche a seguito di una lacerante ferita, ci sia gente che ricomincia ben presto a “disegnare” con il pensiero alternative illusorie. Sembra davvero essere una necessità imprescindibile.

Per certi versi, non ci sarebbe nulla di male a fantasticare vita natural durante, se non fosse che poi ci si lamenta delle delusioni che ne scaturiscono.
Volendo chiamare in causa la letteratura, possiamo menzionare il povero (ma ricchissimo) Jay Gatsby, che idealizza così tanto la sua Daisy da non accorgersi della sua indifferenza, dell’opportunismo e della civetteria che la contraddistinguono. La crede tanto “indifesa” da volerla proteggere ad ogni costo, perfino a sproposito. Niente di strano che poi finisca ammazzato per farle da scudiero.
Ma come spiegare questo fenomeno di autosuggestione? Lo scrittore polacco Witold Gombrowicz, accanito demistificatore, diceva:

“Tormentato dalla sua maschera, l’uomo si fabbrica di nascosto una specie di sub-cultura a suo uso e consumo: un mondo fatto con i cascami del mondo culturale superiore, regno della cianfrusaglia, dei miti impuberi, delle passioni inconfessate… un regno secondario e compensatorio […]”

 

Purtroppo, una delle più diffuse immagini falsate che la mente umana concepisce – con evidenti finalità ansiolitiche – è quella della donnina fragile e bisognosa di protezione. Molti uomini, moltissimi uomini, accecati da un pregiudizio ancestrale e istintivo, pensano che ognuna delle donne che gli capitano a tiro abbia necessità e desiderio di protezione, di conforto, di sicurezza, di sostegno… Per carità, spesso può anche essere vero, può succedere che in un determinato momento della vita ci si trovi – tutti, uomini e donne – a desiderare le cure amorevoli di un “protettore”. Ma siamo sicuri che questa sia una prerogativa femminile?
Lo chiedo perché a me capita molto più spesso di incontrare uomini smarriti, indifesi e disorientati di fronte alla vita, rispetto a tante donne sicure e determinate, capaci di andare oltre ogni scontatissimo cliché sociale.

Si potrebbe citare, a questo punto, David Copperfield. Questo magnifico personaggio, inchiostrato dal grande Charles Dickens, si innamora di Dora, la figlia del suo datore di lavoro. Tale Dora è una giovanissima anima candida, tutta coperta di trine e merletti, tanto smielata e zuccherina nei modi, molto infantile e tremebonda nel contegno. Una bambolina, insomma, un fagottino rosa fatto apposta per essere idealizzato e vezzeggiato. Sebbene David Copperfield dichiari di amarla follemente – ed è certamente sincero in proposito – questa sua scelta sentimentale è figlia della sua acerbità emotiva. David, infatti, cresciuto con poco pane e tante privazioni, deposita il suo cuore nel primo anfratto di tenerezza che ha a disposizione: il seno di Dora, appunto. Ma la piccola e dolce Dora è tanto fragile da non saperlo accompagnare nel suo processo di crescita personale. Per questo motivo, l’autore interviene nella narrazione con una tragica sforbiciata, recidendo la tenera moglie del suo protagonista per mezzo di un parto che le sarà fatale. Il lutto di David è tanto doloroso da destabilizzarlo completamente. Ma la sua sofferenza diventa il catalizzatore perfetto per l’evoluzione del suo animo. Alla fine approderà fra le braccia di Agnes, l’amica di sempre e l’amore vero, che lui non era stato capace di “riconoscere” prima.
Ma ci dev’essere un motivo se anche Charles Dickens lascia inciampare, sebbene temporaneamente, il suo protagonista nel mito della donna “piccola e indifesa”. Non può essere un caso che l’amore di David per Dora sia il primo amore, ovvero quello figlio dell’inesperienza e dell’acerbità. La maturità esigerebbe altre caratteristiche per potersi prodigare in un sentimento tanto forte e complesso. E infatti Agnes, la seconda moglie di David, è una donna molto più forte e intelligente di Dora. Ha una personalità più strutturata e una forza di volontà notevole. È la compagna giusta per il “nuovo” David.

Anch’io, da ragazzo, commisi l’errore di David Copperfield. Anch’io mi illudevo che le donne fossero fanciulle bisognose di aiuto. Crescendo, però, ho imparato che le cose sono alquanto diverse. Anzi, le “signorine” mi sono proprio venute a noia e preferisco le donne più sicure di sé. A tal proposito, voglio raccontarvi un episodio a me caro.
Tempo fa ebbi una relazione con una donna che si potrebbe definire “forte”. Una donna che aveva affrontato diverse tempeste nella sua vita e che le aveva gestite benissimo, senza tirarsi indietro quando c’era bisogno del suo sacrificio, peraltro senza essere adeguatamente supportata da un compagno valido.
A volte mi chiamava nel cuore della notte per esternare la sua sorpresa di fronte al sentimento che io le suscitavo.
“Tu mi fai sentire piccola” – mi diceva.
Dapprima ne sorridevo, un po’ stupito per la capitolazione delle sue difese di fronte al mio sentimento e un po’ inorgoglito per essere stato capace di conquistare una tale confidenza da parte sua. Ma quando un giorno me lo ripetè dopo essersi rannicchiata fra le mie braccia, abbandonandosi per la prima volta – a suo dire – alla propria insicurezza, avvertii una certa preoccupazione. Sarei stato capace, io, di prendermi cura di chi aveva dato ampia prova di non aver bisogno di protezione? Sarei stato in grado di “proteggere” chi sapeva badare benissimo a se stessa?

Quando mi stringi.
Quando 
mi abbracci.
Quando dici eccomi, sono qui.
Quando mi tieni su la vita.
Sei un gigante.
Ma quando sorridi.
Eh.
Quando sorridi, torni piccola.
Beh, piccola.
Diciamo
che mi entri
giusta giusta
dentro al cuore.

“Torni piccola” di Andrew Faber

Ma per quale motivo, anche gli uomini più colti e intelligenti tendono, di primo acchito, a desiderare la fantomatica “femminuccia”? Possibile si tratti del mero retaggio biologico, ereditato dai tempi in cui si viveva nelle caverne? Non è che, per caso, ci troviamo di fronte a un colossale transfert, in base al quale ogni uomo che vuole prodigarsi in “protezione” stia surrettiziamente desiderandola per se stesso?
E se così fosse, se l’uomo che desidera una donna da proteggere, e difendere, e tutelare da non si sa bene quale pericolo immane, ha in realtà il fabbisogno estremo di sentirsi “sicuro”, di sentirsi valoroso, di percepirsi “importante”, perché non riuscirebbe ad esserlo altrettanto a fianco di una compagna forte e indipendente?

 

 

La verità è che la donna che si dimostra essere già dotata di difese, o che ha saputo costruirsele, che non ha “paure” congenite da tenere a freno, o che ha saputo superarle con il proprio giudizio critico, è altamente destabilizzante per gli uomini. Quantomeno lo è per i “semplici”. Anzi, sono proprio gli uomini insicuri e pavidi a manifestare  accanitamente il desiderio di “prendersi cura” di una brava ragazza. Ci sarebbero, dunque, tutti gli elementi per sospettare che si tratti di una vera “sindrome della crocerossina” al contrario, ovvero al maschile, se non fosse che poi si può facilmente individuare la matrice di questo “desiderio” tanto scontato.
Eh, sì, perché per l’uomo “semplice”, una ragazza, anche a cinquant’anni, per essere “brava” dovrebbe essere timida, remissiva, possibilmente spaventata, meglio ancora se sola. L’autonomia e l’indipendenza della femmina minano l’autostima del maschio. La minano al punto da indurlo a pretendere di riscontrare le suddette caratteristiche nella potenziale compagna e a volerle imporre con la coercizione, il condizionamento psicologico, il vittimismo.

L’uomo che si percepisce tale solo in quanto maschio, dunque dotato di una forza fisica statisticamente superiore a quella di ogni potenziale compagna, si sente svilito quando tale “potenza” risulta di fatto essere non necessaria o non richiesta. Se la percezione della mascolinità è tutta incentrata sul muscolo e sulla potenza sessuale, nel momento in cui uno dei due elementi diventa superfluo (o viene sovrastimato) l’uomo “semplice” viene svirilizzato. Tutte le sue certezze illusorie vacillano pericolosamente, facendogli perdere l’orientamento.
“A che servo io?” – si chiede costui, quando si accorge che la donna al suo fianco è capacissima di “vivere” da sola. Non solo, questo atteggiamento della femmina ribelle mette in crisi l’autostima del maschio. Perché una donna che non ha bisogno di protezione o di aiuto, avrà certamente desiderio di altre cose. E queste altre cose potrebbero facilmente essere fuori dalla portata del malcapitato semplicione. Metti che lei desideri capacità di giudizio critico, apertura mentale, empatia, acume, slanci intellettivi verso vette inimmaginabili. Come farebbe, il semplicione, a raggiungerle? Non è un caso che alcuni di questi uomini ricorrano alla violenza di fronte a ciò che non sanno gestire: la donna indipendente.

 

 

Nel romanzo storico “I pilastri della terra”, pubblicato nel 1989 da Ken Follett, troviamo la figura di Aliena (nome emblematico): una donna mercante, che vive sola e rifiuta diverse proposte di matrimonio non avendo bisogno di essere “mantenuta” dagli uomini per vivere. A un certo punto, Aliena si innamora di Jack, giovane apprendista costruttore edile che si diletta a fare il cantastorie nel tempo libero. Tra i due scoppia un amore intenso e travolgente che però è fatalmente ostacolato da una serie di vicende storiche imprevedibili. Aliena, rovinata economicamente, è costretta a sposare il presuntuoso Alfred. Ma questo Alfred, dapprima fortemente attratto dalla bellezza di Aliena, finirà per trovarsi in soggezione di fronte alla fredda indifferenza di lei. Alfred perde la propria sicumera e perfino la virilità. Diventa violento, sadico, crudele… perché? Perché è “solo” un maschio. Dell’uomo non ha né l’onore né la complessità. Si comporta e reagisce con puro istinto bestiale ed è spiazzato da ciò che non comprende e non sa gestire: l’alterigia di Aliena. Pensava di poterla assoggettare con la forza, ma il fallimento delle sue aspettative lo getta nel baratro della brutalità e dello sconforto.

Non resta che chiedersi, a questo punto, perché una donna dovrebbe sentirsi indifesa di fronte alle insidie del mondo. Ma anche perché non dovrebbe sentircisi un uomo. Stando a quanto affermato negli anni ’60 dalla stimatissima Simone De Beauvoir, esistenzialista e teorica del femminismo, autrice del poderoso saggio “Il secondo sesso”, le paturnie della donna avrebbero una matrice interamente morale e nessun riferimento biologico. Non ci sarebbe alcuna prescrizione genetica che rende la donna incline all’insicurezza e l’uomo propenso all’ardimento. Si tratterebbe piuttosto di un bias derivante da millenni di (mancata) evoluzione, durante i quali si è rispettata una “tradizione” ancestrale e si è professato il credo dell’inferiorità fisica, caratteriale (e temperamentale) della femmina. Secondo la De Beauvoir, se nessun genitore impartisse alle proprie figlie femmine la deplorevole educazione all’assoggettamento, ma anzi le incoraggiasse all’indipendenza, non esisterebbero donne “insicure” nella società moderna. Simmetricamente, potremmo dire che se i giovani uomini non venissero educati con l’ideale della forza fisica e del dominio sessuale, non sentirebbero da adulti il fabbisogno di una partner assoggettata. Posto che oggi non v’è più la necessità costante dell’utilizzo della forza muscolare per la sopravvivenza, come avveniva invece in epoca preistorica, la donna potrebbe benissimo confrontarsi con la società e con gli uomini senza la necessità di avere “protettori” o “guardiani” o “difensori” di alcun genere. Può farcela da sola. Pertanto la scelta di un partner potrebbe non essere obbligata e potrebbe basarsi su fattori molto diversi da quelli, appunto, muscolari. Tale scelta potrebbe e dovrebbe essere puramente “sentimentale”.

 

 

Ma anche se non volessimo essere d’accordo con le teorie della compianta filosofa francese, anche se pensassimo (senza peraltro averne alcuna prova scientifica) che la natura umana abbia predisposto dei ruoli ben precisi per il maschio e per la femmina, e che tali ruoli andrebbero rispettati per finalità biologiche, non ci sarebbe alcun motivo per reagire irrazionalmente nei confronti di chi vorrebbe ribellarsi a tale indimostrabile predisposizione. Io dico che la donna debole fa comodo all’uomo pusillanime e che la donna forte fa orrore all’uomo insicuro. Dico, al contempo, che un uomo maturo e consapevole non avrebbe alcun motivo di sentirsi minacciato/sminuito/sopraffatto/sconfitto da un atteggiamento di indipendenza della propria compagna. Anzi, se l’unione si basa sul sentimento amoroso, essa non può prescindere dall’intraprendere un percorso comune che porti all’evoluzione di entrambi i partner. Insieme si vincono le paure, insieme si affrontano i problemi, insieme li si supera. L’uomo che riconosce una debolezza nella compagna, si attiva per spronarla a superarla. Se invece sfrutta questa debolezza come punto di forza dal quale trarre appiglio per ottenere una sorta di egemonia nel rapporto di coppia, si dimostra prettamente maschio e scarsamente uomo.

C’è da dire, inoltre, che questo falso mito della donna debole, se è stato partorito dall’uomo e dalle aspettative maschili, ha poi trovato terreno fertile in campo femminile. Molte donne che hanno intuito quelle che sono le paure antropologiche degli uomini, hanno saputo sfruttare a proprio vantaggio la presunta debolezza del proprio sesso. Non sono poche quelle che all’occorrenza si fingono deboli ed indifese, pur non essendolo affatto; non sono rare le civette che fanno leva sul desiderio di cavalleria dell’uomo “semplice” per poterne trarre vantaggio. È anzi l’ingenuità maschile a non sapersi difendere da questo fenomeno. A tal proposito potremmo citare ad esempio i sensualissimi bronci della Nanà di Emile Zola o i capricci sconsiderati di Manon Lescaut che mietono vittime fra i loro spasimanti.
Riuscire a liberarsi del pregiudizio e dell’idealizzazione è un processo tanto complesso e difficile che molti uomini si rifiutano di affrontarlo, indugiando pigramente fra le loro suggestioni adolescenziali.

 

 

Eppure, sia in letteratura che in cinematografia, la figura della donnina piccola e fragile, alla Drupi, non ha mai avuto un grande riscontro. Anzi, le eroine dei grandi romanzi sono sempre state archetipi di donne moderne che precorrevano i tempi e reclamavano indipendenza. Perché? Senz’altro perché il primo compito della letteratura dovrebbe essere quello di smuovere le coscienze e di scardinare le porte che impediscono l’accesso alla libertà personale. Ma poi perché la donna assoggettata è un personaggio francamente noioso, per non dire antipatico.
La piccola Scout, coprotagonista del romanzo “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee, è una bambina che cresce con principi e convinzioni antitetici all’ottusità sociale che la circonda. Questo suo anticonformismo – in parte congenito, in parte indotto dall’educazione illuminata del suo coraggioso padre – le consente di superare le barriere razziali e ideologiche che condizionano la vita dei suoi coetanei.
Emblematica la figura di Ida, la maestra vedova di cui ci racconta Elsa Morante nel suo “La storia”: una donna che subisce il trauma della violenza durante la guerra e che si trova a crescere da sola due figli in un contesto oltremodo problematico. Ida è un esempio di forza e di coraggio che si esplica in maniera del tutto indipendente. Non ci sono uomini al suo fianco e, anzi, ogni figura maschile che le si avvicina è un potenziale pericolo da cui difendersi. Perfino il figlio, il primogenito, le diventa nemico a un certo punto. Ma non perché lei abbia fallito nel suo ruolo di educatrice, bensì perché i maschi che compongono la società in cui vive fanno di tutto per “corrompere” i giovani in chiave sessista.

Ovviamente si potrebbero fare altri esempi fra i romanzi più antichi e blasonati, ma credo sia più importante sottolineare come si siano evolute le figure femminili nella fiction. Se in passato si tendeva a costruire personaggi ammirevoli e nobilmente sentimentali, nella seconda metà del ‘900 non sono mancate rappresentazioni poco lusinghiere dell’essere donna. Molte protagoniste femminili delle opere della beat generation erano delle semplici comparse. Piuttosto vuote, svampite, nevrotiche, avevano personalità evanescenti e venivano spesso degradate a oggetto di corredo per le storie narrate. Fra loro, salviamo giusto Pilar, l’intrepida guerrigliera antifranchista di “Per chi suona la campana”, ma anche la grande umanità delle donne di John Steinbeck. Successivamente ci sono state opere che mettevano in luce la doppiezza e l’opportunismo di certe figure femminili. Si pensi a molte delle protagoniste dei romanzi di Philip Roth. Erano donne “malate di modernità”, ovvero corrotte dal consumismo, dal fanatismo ideologico e dal sogno americano. Oggigiorno, invece, c’è la stucchevole tendenza ad estremizzare. Quella che un tempo voleva essere emancipazione, e che poi ha dato voce a sacrosante rivendicazioni, si è involuta fino a diventare l’insulsa emulazione delle cosiddette prerogative maschili. Specie al cinema, l’eroina di oggi è una femme fatale che combatte, spara e picchia. All’occorrenza, ruba anche, tanto per rimarcare la sua totale eguaglianza con il maschio. Ovviamente non si accontenta più di essere sessualmente disinibita, ma è tanto esplicita ed aggressiva in campo erotico da risultare inverosimile oltre che manierata. Spesso è circondata da babbei o mezzi uomini dalle intelligenze lobotomizzate, né perde occasione di infierire sulla loro pochezza.
Impossibile non chiedersi se questo genere di figure femminili non sia controproducente per la causa della donna. Del resto, se non risulta difficile individuare i benefici delle rappresentazioni di personaggi del calibro di Jane Eyre, Anna Karenina, Therese Raquin, Isabel Archer, ecc., diventa piuttosto problematico spiegare quale finalità abbiano le protagoniste moderne, quale valenza sociale, che tipo di influenza sul pubblico. Ecco, forse tanta irruenza, tanta sessualizzazione, tanta mascolinizzazione del femminino è proprio ciò che più spaventa l’uomo contemporaneo. L’ostentazione del livello di “emancipazione” raggiungibile, della potenziale “mascolinità” femminile, mette in crisi le (poche) certezze di chi non sa esprimersi altrimenti che con l’istinto.

Posto che per difendersi da qualunque falso mito bisogna lavorare su se stessi e investire sulla cultura personale – perché la cultura è sempre il miglior fertilizzante per la libertà e la consapevolezza – ci si domanda se oggi, in letteratura, non sarebbe più opportuno puntare sulla promozione di figure (maschili e femminili) paritarie, nei diritti e nelle libertà, che sappiano orientarsi verso il rispetto e la reciprocità, e che non abbiano bisogno di sminuirsi a vicenda, o di stigmatizzarsi a vicenda. La guerra dei sessi può giungere alla pace grazie alla donna sparatutto?

 

Orazio C.