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“LA TORRE DI BABELE” di Antonia Susan Byatt

Quanto costa uno sbaglio? A volte è tanto caro da mandare in bancarotta l’anima. Può succedere di pentirsi per sempre di un unico, grande errore, e di non riuscire a superarlo. La protagonista di questo romanzo ha sbagliato a sposarsi. Ha scelto un uomo non adatto a uno spirito complesso e mutevole come il suo. Ha scelto un uomo che vorrebbe immobilizzarla in una vita statica e priva di sbocchi intellettuali, perfettamente inquadrata nelle convenzioni sociali del suo tempo. Lei finisce, dunque, in un baratro emozionale che la rende “smarrita, infelice e umiliata”.

“Ho notato che ci sono persone in grado di fornire opinioni perfettamente equilibrate di Shakespeare, Claude Lorrain o anche Harold Wilson, che tuttavia perdono la bussola quando si tratta di decidere del loro matrimonio. I duri si fanno condizionare dai deboli e viceversa. Le persone sposano l’idea di ciò che volevano. Conosco una ragazza il cui ideale era un uomo con i capelli neri come il carbone: l’ha trovato, e ha fatto proprio un bell’acquisto. È la persona più noiosa del mondo e ha un plastico ferroviario montato in soffitta. Ho visto gente sposarsi per ripicca verso i genitori, o per ripeterne gli errori o i successi, spesso entrambe le cose. C’è chi si sposa per sfuggire alla madre, e non si contano quelli che sposano un amante per sfuggire a un altro, e lo fanno non pensando a quello che sposano, bensì a quell’altro. Oppure si sposano per ripicca verso qualcuno che non li ha voluti.”

La trama di “La torre di Babele”

A metà degli anni ’60 del secolo scorso, la giovane Frederica Potter, dopo essersi brillantemente laureata a Cambrige in letteratura inglese, ha rinunciato a una carriera di sicura riuscita per sposare colui che si dimostrerà essere un bellimbusto, oltre che un manipolatore narcisista. Il matrimonio diventa dunque la sua gabbia e la sorgente del suo pentimento. Il matrimonio si rivela ostativo al processo di evoluzione spirituale di cui Frederica avverte la necessità. Troppo colta, troppo intelligente e troppo ambiziosa per accontentarsi di essere “solo” moglie e madre. Madre di un bambino eccezionale, che è un piccolo grande personaggio in questa storia di profonda introspezione. Un bambino tremendamente istintivo, come solo gli infanti sanno essere, e oltremodo intuitivo. Il piccolo rappresenta, nel romanzo, il ruolo della natura: lui è la condanna biologica a cui è impossibile sfuggire. Il matrimonio, invece, rappresenta la morale pubblica ed è l’emblema della sciagurata volontà umana di normare ogni cosa, perfino i sentimenti.

Ma i sentimenti di Frederica, donna complicata, dalla chioma fulva e dalla figura spigolosa e seducente, si dimostrano volatili e difficilmente definibili. Lei stessa non riesce a capacitarsene o a inquadrarli. In tal senso, infatti, il titolo del romanzo simboleggia il problema di codificare le emozioni, nonché di comunicarle. Il linguaggio può non essere sufficiente a farsi capire o a capire se stessi. Le difficoltà di comunicazione mietono vittime illustri, animi eclettici, spiriti superiori che vorrebbero evolversi ma rimangono impantanati nell’anonimato. Come Frederica.
Cercando di razionalizzare, la protagonista si chiede perché ha sposato Nigel e la conclusione a cui giunge finisce per minare la propria autostima. Si rende conto di averlo sposato per attrazione fisica, per il sesso. Per quanto assurdo possa apparire, un’appassionata studiosa della letteratura – e dunque dell’animo umano – è incappata nel macroscopico errore di fraintendere la valenza dell’erotismo.

I temi di “La torre di Babele”

Il sesso è l’altro grande tema del romanzo. Entra di prepotenza nella storia, con una certa brutalità. È spesso avulso dai sentimenti e prettamente corporeo, carnale, addirittura primordiale. Stavolta l’autrice non si orienta verso il romanticismo, come aveva fatto nel precedente romanzo “Possessione”. Sceglie, invece, di indagare il lato primitivo dell’umanità; studia e racconta l’istinto.
Frederica si rende conto di quanto sia arduo far coincidere la fisicità con la spiritualità e si rimprovera di aver dato troppo credito alla prima. Infine scappa, da se stessa e dal proprio errore, e si rifugia in quella passione che seduce la sua mente, anziché il corpo: la letteratura.

Il marito, il bello e prepotente Nigel, è figurazione del male. È la parte oscura dell’umanità, quella che non ambisce a distaccarsi dalla mera carne per volgersi ed elevarsi allo spirito. Ma nonostante egli riveli presto la sua pochezza, non è così semplice schierarsi contro di lui ed empatizzare con la protagonista. Innanzitutto, il punto di vista del marito è posto sotto i riflettori della razionalità e rivela impensabili punti di “ragione”. In secondo luogo, si fa fatica a perdonare l’ingenuità di Frederica e i suoi errori. Questo romanzo, infatti, non si può frettolosamente catalogare come “femminista” perché i risvolti della storia narrata sono tanti. Così come sono tante e complesse le sfaccettature della verità e le conseguenze di doverla affrontare a viso aperto. L’autrice pone sì l’attenzione sulla problematica del divorzio e di una legislazione che, a quei tempi, era troppo sperequata in favore del “maschio”, nonché sul ruolo – troppo sacrificante – della madre di famiglia, ma non si risparmia nello scandagliare le contraddizioni dell’animo umano, che interessano prima di tutto la stessa protagonista. Frederica ha ragione ma non è una santa né un’eroina. Nessuno lo è. Tutti sono inequivocabilmente “umani”.

Mi dispiace, Frederica. – le dice il marito, al termine di una furiosa lite – Ti amo. Mi arrabbio solo perché ti amo. Sei qui perché ti amo, Frederica.
Ha capito ciò che un numero sorprendente di uomini non riescono a capire, l’importanza strategica di quelle parole. Non è un animale verbale. Gran parte di ciò che dice, Frederica lo sa senza averci finora riflettuto, è dettato dalla patina di linguaggio che ricopre e oscura la superficie del mondo in cui Nigel si muove, un linguaggio privo di dubbi su cosa siano un uomo, una donna, una ragazza, una madre, un dovere. In quel mondo il linguaggio serve a mantenere le cose al loro posto. Devi avere coraggio, dice quel tipo di lingua, e i comuni, tremebondi mortali odono l’imperativo e compiono imprese straordinarie con sobria, impassibile sopportazione. Si potrebbe pensare che chi maneggia tale aurea valuta con le sue rare parole sia capace di aggiungervi quelle poche sillabe sonanti, ti amo, ti amo, il cui senso è chiaro in questo mondo. Ovunque ci sono donne che le aspettano come i cani aspettano bocconi e leccornie, ansando e sbavando. Eppure, il più delle volte, quelle parole sono negate. Non si capisce perché. Forse pronunciarle esporrebbe a un rifiuto, o forse l’emozione genera imbarazzo. Non è una questione di classe. Operai, uomini d’affari, possidenti sono ugualmente incapaci di dire “Ti amo”, e le donne, nei casermoni popolari come nei quartieri residenziali, non fanno che ripetere: “Non mi dice mai che mi ama”.
Nigel Reiver non è mai arrivato a formulare tale generalizzazione. Ma, benché non rifletta sul linguaggio, riflette, ha riflettuto, sulle donne, e ha scoperto l’efficacia di quelle parole nell’attenuare la collera, generare indecisione, addolcire pupille e mucose. Intuisce con il corpo che dire a una donna “Ti amo” ne inumidisce il corpo. Dritto tra la porta e la fiera Frederica, vede che la sua bocca si addolcisce lievemente, vede le pulsazioni delle vene del collo. Vede i pugni che si rilassano un poco.
Si concentra su di lei. La desidera. Vuole tenerla per sé. L’ha scelta come madre di suo figlio. In questo momento è tutto ciò che riesce a vedere, tutti i suoi sensi sono in vigile attesa del prossimo gesto, di rifiuto, di incertezza, di riconciliazione, la osserva come un gatto potrebbe osservare un coniglio intorpidito dal freddo e incapace di saltare; riacquisterà forza, distoglierà lo sguardo, chinerà il capo con cuore palpitante? La ama, a questo serve l’amore. Si sposta leggermente e appoggia la mano e il suo peso sulla porta, in modo che lei non possa aprirla, in modo che il corpo di Frederica si trovi tra il suo e il duro legno. Sa, senza bisogno di pensarci, che se sente l’odore della sua pelle, se tocca il suo desiderio di lei, Frederica potrà reagire in due modi: graffiandolo con odio, allo scopo di sfuggirgli, o desiderando essere toccata, come è già successo, è capace di entrambe le cose allo stesso tempo, graffiare e desiderare, desiderare e graffiare. Quando il suo corpo è in posizione, cambia verbo.
– Ti voglio, Frederica.
La chiama per nome, affinché sappia che quello che vuole è lei, è Frederica, non una donna, non la Donna, non un qualunque conforto, ma Frederica. È il linguaggio dell’amore cortese, per istinto.

Lo stile di “La torre di Babele”

Il peccato originale di Frederica si può redimere solo mediante una lunga espiazione introspettiva, attraverso la quale noi lettori siamo accompagnati dalla magnifica prosa dell’autrice. La caratteristica che rende affascinante la scrittura della Byatt è la notevole fluidità con la quale si passa dalla vivida e iperrealistica descrizione di situazioni e ambienti all’analisi introspettiva di sentimenti e umori. Il tutto avviene con la leggiadria del pattinaggio artistico. Si fluttua piacevolmente fra gli stati d’animo della protagonista e le fotografie del contesto che la circonda. L’efficacia è garantita dall’estro narrativo e dalle scelte lessicali certosine. Botanica, etologia, entomologia sono sapientemente frammiste a psicologia e filosofia, senza che il risultato sia mai lezioso o tediante.

I piani narrativi di “La torre di Babele”

Il racconto procede aprendo un altro piano narrativo, nel quale si riportano ampi passi tratti da un romanzo distopico dal titolo “La torre del balbettio”. È un’opera scritta da Jude Mason, il personaggio più interessante fra tutti. Si tratta di un artista maledetto, un ribelle erudito che presenta tratti di ascetismo e striature di cinismo. Egli è un Diogene Laerzio dell’epoca moderna, vuole provocare, irritare, perfino insultare, i conformisti. Il suo ruolo è quello di scuotere l’anchilosata coscienza sociale dei conservatori e dei bigotti. Frederica, vincendo la ripugnanza iniziale, finisce per diventare amica di Jude e lo affianca nella battaglia legale contro la censura, che vorrebbe mettere al bando la sua opera. “La torre del balbettio” contiene infatti copiose dosi di pornografia e sadismo, dunque si scontra con l’inerzia moralistica della vecchia Inghilterra (dove solo pochi anni prima si era provveduto a censurare “L’amante di lady Chatterley”).

È così che Frederica si ritrova due volte sotto processo: nell’affrontare un complicato divorzio e nel vedere sotto attacco la libertà e l’autonomia artistica della letteratura. Scoprire come andranno a finire queste due vicende è però tutt’altro che semplice. Perché l’aspetto meno riuscito di questo romanzo è senza dubbio la lentezza narrativa, frutto di uno stile tipicamente classicheggiante, nonché l’eccessivo ricorso a digressioni attinenti diatribe accademiche, arrovellanti questioni filosofiche e perfino concetti pedagogici.
Ma se si ha la pazienza di seguire la narrazione, senza impantanarsi nell’astrusità di certe speculazioni, si finisce per scoprire la piacevolezza di un romanzo che è certamente complesso, inevitabilmente lungo (oltre 600 pagine), incredibilmente pregno di spunti di riflessione, ma mai – e sottolineo mai – banale o scontato.

 

Orazio C.