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POSSESSIONE di Antonia Susan Byatt – trama e recensione

C’è un uomo.
Vive nell’Inghilterra vittoriana.
Di mestiere fa il poeta.
È famoso, stimato, rispettato.
Ha una moglie.
La ama.
Ma la vita lo porta a conoscere un’altra donna, partecipando a un tè letterario.

Lei è nubile, introversa, solitaria.
Ha un’intelligenza fuori dal comune, una sensibilità commovente, un contegno misterioso. E poi è pallida, di un pallore poetico, etereo, ultraumano.
Le sue chiome sono bionde, di un biondo angelico, lucente, incorporeo. Il suo aspetto contribuisce a donarle un fascino arcano.
Anche lei scrive.
Ma non è famosa, perché il suo non è il tempo in cui si prende in considerazione il lavoro di una donna.

Dunque lui tenta un approccio signorile e discreto – un approccio vittoriano, verrebbe da dire – scrivendole delle lettere.

Lei gli risponde in tal modo:

Ecco un enigma, Signor mio, un vecchio Enigma, un Enigma facile – appena degno della vostra attenzione – un fragile Enigma, in bianco e Oro con al centro la vita.
C’è un cuscino d’oro e soffice, la cui lucentezza potete immaginare paradossalmente solo con gli occhi ben chiusi – vederla con il tatto, lasciarla scivolare attraverso le dita della mente. E questo cuscino d’oro è rinchiuso nel suo scrigno cristallino, uno scrigno translucido e infinito nella sua circolarità, poiché non vi sono angoli né sporgenze, solo una lattea ingannevole chiarezza da pietra di luna. Essi sono avvolti di seta fine come la lanugine del cardo, dura come l’acciaio, e la seta sta nell’Alabastro, che potete pensare come un’Urna funeraria – solo senza iscrizione, poiché ancora non ci sono Ceneri – e senza fastigio, né papaveri ondeggianti, né coperchio ancora che possiate sollevare per sbirciare all’interno poiché tutto è sigillato e liscio. Verrà forse il giorno in cui potreste sollevare impunemente il coperchio – o piuttosto, il coperchio potrà sollevarsi dall’interno – poiché in quel modo può nascere la vita, mentre nel vostro modo – vi accorgete solo Raggelamento e Mortalità.
Un Uovo, Signor mio, è la risposta, come avete perspicacemente intuito fin dall’inizio, un Uovo, una O perfetta, una Pietra vivente, senza porte né finestre, la cui vita può sonnecchiare finché non venga svegliata – o scopra che ha Ali da spiegare – il che qui non è – oh no.
Un Uovo è la mia risposta. Qual è l’Enigma?
Io sono il mio stesso enigma. Oh, Signore, non dovete per gentilezza cercare di migliorare o togliermi la mia solitudine. A noi donne insegnano a temerla ah, la torre spaventosa, ah, il roveto che la circonda – nessun Nido accogliente, un torrione piuttosto.
Ma ci hanno mentito, sapete, in questo e in tante altre cose. Il torrione può accigliarsi e minacciare – ma ci tiene ben al sicuro – entro i suoi confini noi siamo libere in una misura che voi, con la vostra libertà di correre per il mondo, non potete immaginare. Non vi consiglio di immaginarlo, ma fatemi giustizia, credetemi, non attribuitemi proteste mendaci – la Solitudine è il mio Tesoro, la cosa migliore che ho. Esito a uscire. Se apriste il cancelletto, non saltellerei via – ma sentite come canto nella mia gabbia d’oro…
Frantumare un Uovo è indegno di voi, non è passatempo da uomini. Pensate a ciò che vi ritrovereste in mano se esercitaste la vostra forza da Gigante e schiacciaste il solido guscio. Qualcosa di viscido e freddo e incredibilmente sgradevole.

Siffatta risposta – una risposta perfettamente descrittiva, terribilmente intrigante, piacevolmente arguta – potrebbe non significare nulla per un uomo qualsiasi. Porgete una metafora all’uomo della strada ed egli ne verrà annoiato. Ma un poeta? Un uomo dal temperamento speculativo? Un animo in cerca di gemellaggi spirituali? Per un poeta, una tale risposta è la chiave per aprire il cancello dei propri sentimenti. È così che in lui si scatena l’amore. Un amore improvviso, intenso e totalizzante. Tanto forte da essere paragonabile a una possessione. È come se uno spirito alieno si impadronisse di lui e spadroneggiasse sulla sua razionalità.

I temi di Possessione

Antonia Susan Byatt ha creato un romanzo che ha per oggetto i sentimenti supremi, quelle affinità elettive che sono tanto rare quanto ineludibili. Vi ha costruito attorno un intreccio appassionante e lo ha sfruttato per trattare tematiche sempre attuali ed interessanti. Qualcuno si è frettolosamente spinto ad etichettare come “femminista” quest’opera, ma, a ben vedere, tale definizione risulta più ottusa che riduttiva. C’è molto altro in Possessione e va enucleato di pari passo allo svolgersi della narrazione. Ci sono le insicurezze e le fragilità dell’animo umano; i pericoli di inciampare lungo il percorso impervio della morale, ritrovandosi fuori rotta, emarginati, condannati; il desiderio dell’isolamento sociale, che spesso riguarda gli spiriti più puri, ma anche i più timidi; ci sono le insidie dell’amore, contro cui siamo indifesi, impreparati, impotenti. E c’è la bellezza dell’ingegno artistico. Tanta.

“Un uomo è la storia dei suoi respiri e pensieri, azioni, atomi e ferite, amori, indifferenze e antipatie; nonché della sua razza e nazione, del suolo che ha nutrito lui e i suoi avi, di pietre e sabbia dei suoi luoghi familiari, battaglie spente da tempo e conflitti di coscienza, di sorrisi di fanciulle e lento discorrere di vecchie, degli accidenti e dell’agire graduale della legge inesorabile, di tutto questo e altro ancora, una singola fiamma che obbedisce in tutto alle leggi che regolano il Fuoco stesso, e tuttavia è accesa e smorzata da un istante all’altro, e non può più essere riaccesa per tutti i secoli a venire.”

 

Personaggi e piani temporali

L’autrice si è inventata due poeti, con due personalità congruenti ma distinte, ed èstata capace di attribuire loro due poetiche diverse, due stili adeguatamente differenziati, che il lettore può apprezzare grazie ai numerosi inserti di poesia contenuti nel libro. Sì perché Possessione” è un romanzo cangiante, capace di rivelarsi ora storico, ora lirico, ora epistolare, ora giallo. A tratti, diventa anche romanzo d’evasione. Ma la sua caratteristica principale è quella di affascinare il lettore, tenerlo sulle spine, e sorprenderlo spesso, pur evitando di disorientarlo.

La narrazione si svolge su due piani temporali, intervallati di circa 130 anni, perché c’è una storia antica che ha coinvolto i poeti Randolph Henry Ash e Christabel La Motte, e una storia moderna che interessa dei ricercatori universitari, impegnati nello scoprire il loro carteggio segreto e il loro amore clandestino. Uno degli aspetti più apprezzabili dell’opera di Antonia Susan Byatt è l’efficacissima caratterizzazione dei personaggi, tutti dotati di una personalità vivida, completa, ben delineata. Ma il fascino principale sta nella prosa, sempre delicata, soave, carezzevole e nelle numerose poesie inserite fra la narrazione. A volte si tratta anche di poemi interi, tutti molto suggestivi e velati di intrigante mistero. Certo, potrebbero risultare ostici per quel lettore che non fosse un abituale fruitore di poesia, così come potrebbe rivelarsi impegnativa la lettura di un’opera così poderosa ed “impegnata”. L’impegno della Byatt trascende il semplice intrattenimento e sfocia nell’analisi psicologica e sociale di vari “tipi” e contesti.
La costruzione del romanzo è impeccabile, dal punto di vista delle simmetrie, nella gestione dei salti temporali, nella cura del lessico, nelle agnizioni conclusive. A voler essere pignoli, se un difetto vi si volesse imputare, ci sarebbe da giudicare un po’ inverosimile e artificiosa la scena finale, nella quale gli studiosi si ritrovano in una coabitazione forzata e gestita con un contegno insolitamente “civile”. Ma sono dettagli che non intaccano la godibilità di un romanzo di altissima fattura. No, non si tratta di un libro per sole donne, e sì, Antonia Susan Byatt è una delle più grandi scrittrici del momento.

Curiosità:


È possibile identificare le figure dei poeti Alfred Tennyson e/o Robert Browning in quella del protagonista maschile Randolph Henry Ash, nonché la figura di Christina Rossetti nel personaggio di Christabel LaMotte.
L’opera, uscita nel 1990, fu scritta anche in chiave polemica – una polemica tutta accademica – e proposta come esempio in risposta al saggista John Fowles. La Byatt dichiarò:

Fowles ha detto che il narratore del diciannovesimo secolo stava assumendo l’onniscienza di un dio. Io penso invece che sia vero il contrario: questo genere di narratore fittizio può insinuarsi più vicino ai sentimenti e alla vita interiore dei personaggi (e anche assumere il ruolo di un coro greco) di qualunque imitazione in prima persona. In Possession ho deliberatamente usato questo tipo di narratore per tre volte nella narrazione storica, sempre per dire ciò che gli storici e i biografi presenti nel romanzo non hanno mai scoperto, sempre per accrescere l’ingresso immaginativo del lettore nel mondo del testo.


Dal romanzo è stato tratto un film, uscito nel 2002 e diretto da Neil Labute.

Orazio C.