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I mille volti di un libro

“Ogni lettore, quando legge, legge se stesso.”

(Marcel Proust)

Capita spesso di confrontarsi con amici o conoscenti – reali o virtuali – su un certo romanzo che entrambi abbiamo letto. Ebbene, molto spesso il nostro interlocutore ha un’idea completamente diversa rispetto alla nostra nel confronto dello stesso libro, addirittura contraria. Com’è possibile?

Il background culturale

Ogni nostra opinione si basa su diversi fattori, sia esterni – come quelli ambientali, storici o familiari –, sia interni – come i nostri gusti personali, lo stato d’animo nel momento in quale si forma l’opinione o, semplicemente, una certa predilezione per un certo argomento piuttosto che per un altro. Qualsiasi psicologo ci dirà che i fattori interni sono quasi in totalità plasmati da influenze esterne, ma noi continueremo a sostenere l’esistenza di una qualche affinità spontanea fra noi e quello che ci circonda.

Detto ciò, possiamo quindi tranquillamente affermare che il proprio retaggio culturale avrà un peso non indifferente nel comprendere, assimilare e analizzare una qualsivoglia  lettura. Quindi, per quanto riguarda le opinioni sul valore “letterario” di un libro (che poi, cosa vuol dire, valore letterario!?), possiamo concludere che, in grandi linee, queste possono essere tanto similari quanto similari sono i valori che a essi si attribuiscono.

Un divertentissimo ed eclatante esempio è costituito dalle recensioni negative ai grandi classici della letteratura: in questo articolo dell’Huffington Post ne trovate alcune davvero imperdibili! Se analizzate bene, è possibile notare che la maggior parte di queste recensioni sono semplicemente opinioni di persone che non costruiscono una vera argomentazione per le loro affermazioni, bollando come “noioso” o “troppo lungo” qualche capolavoro letterario. Queste affermazioni possono essere anche vere, ma definire un libro “noioso” non è di certo abbastanza per valutarlo nella sua interezza. Perché, (immagino) siamo d’accordo nell’asserire che, anche se noioso, un libro può comunque essere un capolavoro – vuoi per l’approccio innovativo, vuoi per l’argomento trattato, per la sua originalità narrativa, o magari per l’insieme di queste ragioni.

E, già che siamo in argomento, vi confesserò le mie bêtes noir della letteratura (guarda caso, si trovano tutte nell’elenco dell’articolo indicato): Ulisse, di James Joyce, Il processo, di Franz Kafka, Don Chisciotte, di Miguel de Cervantes e La signora Dalloway, di Virginia Woolf. Posso comprendere, dunque, le ragioni che hanno determinato tali opinioni negative, tuttavia queste non bastano per “giudicare” un libro. Neanche la soggettiva e democratica possibilità di affermare “mi è piaciuto” o non mi è piaciuto” non ha molto senso quando si tratta di esprimere un giudizio (che presumiamo completo) su un libro, nonostante la pessima, ma sempre più accentuata tendenza di vivere i valori in base al numero di like.

Si può non amare un libro per varie ragioni: può non essere il momento giusto per tale lettura, può non incontrare il proprio gusto letterario, può trattare argomenti ai quali si è particolarmente sensibili e che si vorrebbero evitare, può avere personaggi odiosi, e così via. Ciò non significa che non gli si deve riconoscere il valore letterario e l’onestà intellettuale, ancor di più se inquadrato nel contesto storico della sua realizzazione.

Inoltre, siamo sinceri: anche un capolavoro letterario può essere noioso. Ciò, però, non lo rende meno capolavoro.

La sensibilità personale

Appurato che una valutazione valida può avvenire soltanto se i parametri valutativi sono gli stessi per tutti, la parte più interessante di questo dibattito è l’incognita che uno stesso libro può generare nel nostro profondo, oltre la sua qualità letteraria.

Prendiamo i personaggi, per dire. Perché lo stesso personaggio di un libro è amato da alcuni e odiato da altri? Cosa lo rende simpatico ad alcuni e antipatico ad altri, come fa a suscitare pena a certi lettori e disgusto ad altri?

Un esempio clamoroso è Madame Bovary, personaggio principale dell’omonimo libro di Gustave Flaubert (se non vi ricordate chi sia o volete un ripassino, ecco il nostro riassunto). Alcuni vedono in questo personaggio femminile una figura fragile, sopraffatta da una vita che non ha potuto scegliersi, una vittima incompresa da compiangere e commiserare in quanto succube di una società bieca e dell’immancabile maschilismo. Altri (inclusa la sottoscritta) se la figurano come una petulante donna con il cervello di un’adolescente, mai disposta a prendere qualsiasi cosa sul serio – tranne le sue immaginarie romanticherie – e tantomeno a prendersi le proprie responsabilità, oltre a essere vacua, viziata e superficiale.

Ora, il dilemma non è da poco: cosa spinge due lettori a interpretare uno stesso personaggio o uno stesso comportamento in due modi completamente opposti? Come fa l’uno a non scorgere neanche una piccola parte delle caratteristiche che nota l’altro e viceversa? O tali caratteristiche vengono scorte allo stesso modo da entrambi, ma interpretate diversamente in base alla propria sensibilità personale?

O magari è proprio questa la bravura dello scrittore: essere capace di suscitare sentimenti e opinioni contrastanti pur parlando a tutti allo stesso modo? Come un dipinto che raffigura un ritratto in grado di fissare negli occhi tutte le persone presenti nella stanza allo stesso tempo e che sembra di dialogare con ognuna di loro separatamente, confidando a ciascuna di loro un segreto prezioso.

Conclusioni

Che ci piaccia o no, è impossibile che un vero libro possa rientrare in un’unica categoria: bello o brutto, lungo o corto, noioso o coinvolgente, ecc. E, per quanto ci piaccia valutare tutto con stelline da una a cinque (sai che sforzo) e con i like, comprendere un libro merita più di questo.

 

Annabelle Lee