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“Aracoeli” di Elsa Morante – recensione

Si nasce due volte. La prima volta quando la madre ci genera, la seconda quando acquisiamo tanta sicurezza e determinazione da non avere più bisogno della sua guida. In mezzo ci sta un periodo cruciale, che determina il resto della nostra vita.

I personaggi

Manuele, il protagonista di questo romanzo, è un uomo irrisolto perché la sua seconda nascita non è mai avvenuta e perché non è mai stato svezzato (emotivamente) dalla madre. Nel 1975, ha da poco superato la soglia dei 40 anni e vive nell’ossessivo ricordo di lei. La evoca in continuazione, ne invoca l’amore perduto, e parte per un viaggio più contemplativo che turistico alla ricerca del suo ricordo. Il nome di questa madre perduta, troppo presto e troppo traumaticamente, ha un non so che di mistico, di mitologico, di angelico: Aracoeli.

Ma, a conti fatti, questa benedetta Aracoeli non era poi chissà che donna: alquanto ignorante e piuttosto superstiziosa, abbastanza introversa, eccessivamente vergognosa, spesso remissiva (nei confronti del marito e della cognata). Solo l’aspetto fisico la distingueva dal limbo della mediocrità e solo un ghiribizzo del suo destino crudele ha potuto salvare i fruitori di questa storia della noia mortale. Lei era andalusa, ma la vita la condusse a Roma per sposarsi e regalare al mondo un figlio infelice.

Tale è Manuele, omosessuale solitario e tormentato, alla perenne ricerca di se stesso. La sua introspezione è una dura prova per il lettore, il quale deve sorbirsi almeno duecento pagine di autocommiserazione, lagne e piagnistei reiterati, prima di giungere al fulcro della storia. Se inizialmente è quasi impossibile simpatizzare per lui, e anzi si arriva a biasimarne la bassissima autostima, l’irresolutezza, l’infingardaggine, quando finalmente ci viene svelato cosa gli è successo durante l’infanzia – cosa è successo ad Aracoeli – allora si finisce per provare compassione di quest’uomo segnato per sempre, irrimediabilmente inconsolabile.

Lo stile

È questo, infatti, un romanzo triste, o sarebbe meglio dire “tristo”, volendosi conformare al superbo stile letterario dell’autrice. Uno stile novecentesco, ricercato in ogni parola, con periodi eleganti e magistralmente costruiti, impreziositi da termini fascinosi, a volte desueti, a volte poetici. La prosa della Morante, in questo suo testamento letterario, raggiunge l’apice della bellezza e la perfezione della maturità artistica. Paradossalmente è proprio lo stile l’aspetto più criticato della produzione letteraria di Elsa Morante. I suoi contemporanei le rimproveravano un eccessivo classicismo, in barba alla moda imperante del neorealismo impregnato di linguaggio colloquiale. Per fortuna, lei non se ne fece un cruccio, né mai indietreggiò nel percorso di ricerca stilistica:
“Nel secolo della degradazione, che noi viviamo, le parole sono ridotte a spoglie esanimi: restituire una parola alla sua vita primigenia si avvicina quasi, per l’atto miracoloso, alla resurrezione dei corpi” fa dire al suo protagonista. Manuele è in questo caso il portavoce dell’autrice, in polemica con la scarnificazione linguistica allora in corso e oggi giunta tristemente al compimento dell’infame missione.

“[…] la scienza medica assicura che i sogni sono un nutrimento necessario delle nostre dormite. Quando per caso crediamo che manchino, o cessino, è perché in realtà li dimentichiamo, o piuttosto, a quanto si dice, vogliamo dimenticarli: forse per difenderci da qualche larva terribile che minaccia il nostro paesaggio reale. Si può tuttavia supporre – sempre a detta dei medici – che essi continuino a vegetare e a crescere nei nostri depositi sotterranei, creandovi a nostra insaputa una serra mostruosa, che infesta coi suoi parassiti il nostro intero campo. E così, di sotto alle nostre vicende contate, s’interrano altre vicende cieche, escluse dalla somma, di qua dallo zero come i numeri negativi. E alla fine, la nostra esperienza totale risulta un ibrido, di cui ci appare solo il tronco esposto e mutilato, mentre la parte confitta ci scompare nella foiba. Quest’ibrido è il mio stesso corpo, è il tuo: sei tu, sono io. E forse, il nostro corpo intero, straziato dalle nostre proprie forbici, all’ultimo ci si farà incontro dalla croce spaziale, carnivoro balzano e sconosciuto.
Io sono stato sempre una fabbrica enorme di sogni. E se è vero che il nostro tempo finito lineare è in realtà il frammento illusorio di una curva già conchiusa: dove si ruota in eterno sullo stesso circolo, sena durata né punto di partenza né direzione; e se poi davvero ogni nostra esperienza, minima o massima, è “là” stampata su quel rullo di pellicola, già filmata da sempre e in proiezione continua; allora io mi domando se anche i sogni si iscrivano in quel conto. E se il mio rullo, preso tutto insieme, risulterebbe un film dell’orrore, o una comica. Io però, in ogni caso, potrei solo piangere, a rivederlo; né davvero potrei tornare a girarlo – misericordia […]

La trama

Ancora una volta, Elsa Morante scelse di trattare l’argomento del rapporto madre-figlio, così come aveva fatto nel suo romanzo più conosciuto (“La storia”). Proprio lei che non fu mai madre, forse per scelta, forse per impossibilità biologica. Aveva intuito che il male degli uomini ha sempre radici ataviche e va ricercato nel loro passato. Quando il passato è pesante si generano infelicità croniche. Manuele è ben conscio di questo e non fa che ripeterlo, mentre procede con l’analessi della sua storia. Una storia nella quale l’intreccio è blando, quasi amorfo, perché lo scopo del romanzo non è l’intrattenimento fine a se stesso ma la riflessione esistenziale. Di nuovo, lo sfondo della storia presenta le vicende della seconda guerra mondiale, ma le conseguenze sono meno drammatiche, stavolta, per i protagonisti. Il vero dramma succede nel loro animo.

Dicono che, immergendosi allo specchio nei propri occhi – con attenzione cruciale e al tempo stesso con abbandono – si arrivi a distinguere finalmente in fondo alla pupilla l’ultimo Altro, anzi l’unico e vero Sestesso, il centro di ogni esistenza e della nostra, insomma quel punto che avrebbe nome Dio. Invece, nello stagno acquoso dei miei occhi, io non ho scorto altro che la piccola ombra diluita (quasi naufraga) di quel solito niño tardivo che vegeta segregato dentro di me. Sempre il medesimo, con la sua domanda d’amore ormai scaduta e inservibile, ma ostinata fino all’indecenza.”

L’ispirazione

Secondo alcuni, fra cui il fratello Marcello Morante, l’autrice scelse di riprodurre in questo romanzo i turbamenti del suo grande amico Pier Paolo Pasolini. Un uomo spesso cupo e sfuggente, certamente tormentato, fatalmente segnato. Si portava la morte addosso come una disgrazia inalienabile. Lei lo conosceva bene, lo amava ma ci litigava aspramente, lo ammirava ma ci polemizzava spesso, ne traeva ispirazione ma rifuggiva dalle sue contraddizioni. Volle riprodurlo letterariamente, ma esagerò volutamente le insicurezze del personaggio, creando un saggio umano di malinconia: Manuele. In lui l’apoteosi del complesso edipico si accompagna a un fatalismo esasperato:

“Nemmeno i dodici Angeli della Morte tutti assieme potranno dirottare un mortale dal corso del suo proprio adempimento. Per uno sarà un’operazione violenta e prematura. Per l’altro una lenta necrosi senile, che gli stacca la vita pezzo a pezzo, come una fasciatura incollata voracemente alla propria sepsi. E per altri ancora una calata morbida e senza peso, come di una foglia. Per qualcuno sarà la croce – e per qualcun altro la lebbra – o la fame – o il morso di una zanzara… Ma dei tanti, possibili esisti della materia, nessuno – a bene esaminarli – sarà stato l’opera di un caso cieco; anzi, piuttosto di un calcolo. […] Si direbbe, in realtà, all’epilogo di certi destini, che noi stessi, per una nostra legge organica, fin dall’inizio, insieme con la vita, abbiamo scelto anche il modo della nostra morte. Solo a quest’atto finale il disegno, che ciascuno di noi va tracciando col proprio vivere quotidiano, prenderà una forma coerente e compiuta, nella quale ogni atto precedente avrà spiegazione. E sarà stata quella scelta – anche se nascosta a noi stessi, o mascherata, o equivoca – a determinare le altre nostre scelte, a consegnarci agli eventi, e a segnare in ogni movimento i nostri corpi, conformandoli a sé. Noi la portiamo scritta, indelebilmente, fin dentro ogni nostra cellula. E il solito conoscitore acuto forse potrebbe leggerla già nei nostri gesti, e tratti, e in ogni piega della nostra carne vulnerabile. Né potrebbe, in coscienza, denunciare spropositi, o zeppe, o controsensi nella sua trama. Anzi, imparerebbe, leggendola dal principio alla fine, che essa risponde ovunque a una sua logica sicura e costante. Nessuno di noi mortali, però, intende quel codice e le sue scritture. Secondo la nostra natura, noi vogliamo ignorare il principio e la fine. E rari sono i casi contronatura di chi, volontario (o illuso di esserlo) scavalca scientemente la barriera finale. Di norma, giorno dopo giorno – e ieri – e oggi – e domani – noi viviamo inconsapevoli della nostra propria scelta, come di quella altrui.
Inconsapevoli: questa è la norma voluta. Ma pure, in qualche occasione, una certezza innominata batte alla nostra coscienza con un fragore assordante: come i passi di un esercito straniero in marcia verso i nostri confini per una devastazione inaudita, che non sappiamo spiegarci; mentre sottovoce una spia ci insinua che noi stessi lo abbiamo chiamato.”  

Anche questo romanzo non venne accolto nel migliore dei modi dalla critica, che imputava alla Morante di aver tratto ispirazione (troppa) da alcune opere di Dario Bellezza, di aver voluto ricercare le cause (presunte) dell’omosessualità nei rapporti disfunzionali fra i familiari, nonché di aver appesantito eccessivamente la narrazione con le esternazioni malinconiche di un troppo infelice protagonista. C’è del vero in ognuna di queste voci. Ma esse non bastano certamente ad accantonare nel dimenticatoio una storia che riesce senza dubbio a intristire il lettore, ma anche a veicolargli tenerezza con alcune scene indimenticabili; che diventa irritante in determinati momenti ma sa anche incantare con picchi di aulicismo del tutto unici; che sa essere, allo stesso tempo, prolisso ma coinvolgente. Non è cosa da poco.

 

Orazio C.