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“GROTESQUE” di Natsuo Kirino

 

Una definizione

È grottesco ciò che è tanto strano e bizzarro, deforme e innaturale, goffo e malridotto, da suscitare il riso, misto a un senso di ripugnanza e di fastidio incipiente. Se questo è il tema che la scrittrice giapponese si è autoassegnata, direi che è riuscita a eseguire benissimo il compito. Il romanzo che ne è scaturito rientra perfettamente nella definizione summenzionata, tuttavia riesce a suscitare interesse, a stuzzicare la curiosità. Si subisce una sorta di fascinazione letteraria, leggendo le parole di Natsuo Kirino. Essa è tale da tenere alta l’attenzione per quasi 850 pagine di assurdo iperrealismo. Così assurdo da indignare il lettore. Perché non può essere davvero così il mondo contemporaneo, la realtà che tutti viviamo, il lato oscuro delle nostre vite. Non è possibile che non ce ne siamo accorti prima, che non abbiamo notato quanto sia grottesca la nostra società classista, materialista, spietata e indifferente.

Una premessa

Sono costretto, anzi obbligato, a scrivere una recensione altrettanto grottesca, invitandovi a non leggere questo romanzo. Perché diavolo dovreste impelagarvi nella narrazione di ben cinque infelicità contemporanee (volendo elencare solo i personaggi principali), per poi uscirne abbattuti, svuotati, immiseriti (a livello umorale) e perfino pentiti? Io sono arrivato a pentirmi di averlo letto. Perché tutte le volte che mi sono soffermato a ridere delle stramberie narrate mi sono poi sentito in colpa, quando sono stati palesati tutti i dolorosi retroscena che si celavano dietro le apparenze.

Ogni personaggio vive un dramma nascosto. Un dramma più che profondo e radicato, più che penoso e inestricabile, e ce lo racconta a modo suo. È questo, infatti, un romanzo polifonico, nel quale il lettore si trova a scoprire diverse verità, o diverse sfaccettature della verità, per bocca dei vari narratori. Il principale, fra essi, è una donna di mezza età, alla quale la scrittrice non si preoccupa nemmeno di attribuire un nome. Lo fa apposta, quella subdola della Kirino, a non concederci neppure lo scarno beneficio di chiamare in qualche modo la più inattendibile delle voci narranti. Sì, perché non ci si può mica fidare di quello che racconta! Così come si riveleranno essere solo più o meno veritiere le altre versioni dei fatti, esplicitate dai suoi “concorrenti” narrativi. Tutti dicono quel che “vedono” dal proprio striminzito angolo di mondo, attraverso la propria ristretta percezione personale che, a volte, è ricca di omissioni volute (ah, la coscienza sporca degli umani!) e di mistificazioni male orchestrate. Insomma, la verità sta nel mezzo, come spesso accade. Ma è davvero difficile, oltre che appassionante, andarla a ricercare fra le varie contorsioni letterarie di questo romanzo. La verità viene continuamente rimpallata tra un personaggio e l’altro. Solo l’abilità narrativa dell’autrice impedisce che il lettore ne venga disorientato.

“Sospetto siano molte le donne che, almeno una volta nella vita, hanno pensato di fare la puttana. Ci sono quelle che riescono a vedersi come merce con tanto di prezzo e pensano di vendersi finché quel prezzo è alto, per ricavarne il più possibile. Quelle che pensano che il sesso non abbia nessun significato intrinseco e vogliono accertarsene a proprie spese, col proprio corpo. Quelle che si vergognano per la vita grama e insignificante che conducono e desiderano prendersi una rivincita dominando il sesso né più né meno come fanno gli uomini. Quelle che preferiscono indulgere in comportamenti perversi e autodistruttivi. Quelle che ambiscono a offrire conforto spirituale al prossimo…”

 

I personaggi principali (nonché narratori):

L’innominata – Ha 38 anni, vive da sola, è vergine, misantropa, cattiva, insensibile, invidiosa e opportunista. Pure bugiarda, direi. Quello che ci racconta è parzialmente falso o non del tutto vero, fate voi. La sua anaffettività suscita antipatia, tanto che risulta impossibile immedesimarsi in lei. A volte la si prenderebbe volentieri a schiaffi, altre volte non si può non ridere delle sue caustiche considerazioni. La sua caratteristica principale è, infatti, il cinismo, l’aridità emotiva. Giudica in maniera sprezzante chiunque le capiti a tiro, ma ha sempre una giustificazione per i propri comportamenti. È la sorella della bellissima Yuriko, che detesta e tiene lontana per pura e semplice invidia della sua avvenenza. Non esita ad apostrofarla duramente: “mostro”, la chiama. Dà del mostro a una ragazza che lei stessa, in diverse occasioni, definisce stupenda. Ditemi voi se ciò non è assurdo, se non è grottesco;

Yuriko – Splendida mezzosangue nippoelvetica, appena più giovane della sorella, ha sempre vissuto ammaliando tutti con il proprio fascino innato. In giovanissima età si dà alla prostituzione per pura vocazione. Asserisce di essere una “puttana nata” e di non avere altre doti nella vita. Questa sua convinzione nasce evidentemente da una sua malsana concezione della realtà e dei rapporti umani, senza dubbio scaturita dall’essere cresciuta in una famiglia disfunzionale. I guadagni derivati dalla sua attività vengono dilapidati e, alla soglia dei 40 anni, si ritrova sul lastrico, costretta a battere il marciapiede. Sarà questo a condurla a diventare la prima vittima in questa storia;

Kazue – Compagna di classe dell’innominata e di Mitsuru, altra protagonista del romanzo. Nonostante la sua brillante carriera universitaria e lavorativa, è una persona terribilmente infelice, oltre che assurdamente fragile. Decide di darsi alla prostituzione ritenendo che essa sia lo strumento adatto per imporre, una buona volta, la propria volontà sul mondo, sulla società, sugli uomini che l’hanno sempre snobbata. I peggiori clienti li raccatta sotto la statua di un Jizo (totem buddista protettore dei bambini deformi. O grotteschi, verrebbe da dire). Finirà anche lei uccisa;

Mitsuru – Bella, ma non bellissima, è sempre stata la prima della classe. Ha ottenuto buoni successi professionali, ma è stata costretta a vivere alle spalle del marito, un vero genio. A un certo punto si perde, smarrisce il proprio raziocinio. Entra a far parte di una setta estremista che le rovinerà l’esistenza. Il suo punto di vista è fondamentale per chiarire alcuni aspetti della vicenda narrata e per smascherare la reticenza dell’innominata;

Zhezhong – Immigrato clandestino cinese. Ha 34 anni ed è fuggito dal suo paese per via della miseria e delle privazioni in cui è vissuto. Ha perso l’adorata sorella Meijun in circostanze poco chiare e il suo ricordo lo tormenta. Confessa di aver ucciso Yuriko e di averla derubata, ma nega di essere coinvolto nell’omicidio di Kazue. Leggendo il suo memoriale, verrebbe quasi voglia di abbracciarlo, di perdonargli l’orrendo delitto che ha commesso, dato che la sua vita è stata un incubo, uno strazio lacerante. Ci si trattiene dal farlo solo perché il suo nome di battesimo è davvero orribile (grottesco!), ma anche perché le sorprese sono sempre dietro l’angolo in questo romanzo. Secondo alcune voci, che echeggiano qua e là nei vari capitoli, anche le verità di Zhezhong sono solo parziali, illusorie. Egli potrebbe essere un bugiardo cronico, un narcisista patologico, oltre che un bieco opportunista. Chissà?

Il genere

È molto difficile catalogare quest’opera in un genere letterario. Se prima ho parlato di iperrealismo non l’ho fatto con l’intento di inserirlo nel filone del neorealismo, ma solo per sottolineare la crudezza descrittiva della realtà narrata. Eppure è una realtà contorta, sempre esasperata, spesso forzata fino a sfiorare volutamente l’inverosimile ma senza travalicarlo mai. C’è del giallo fra le righe di quest’opera, ma non è abbastanza per farne un poliziesco; c’è del nero, ma la morte non è così spaventosa come lo è di solito nei cosiddetti noir. A volte, anzi, è perfino liberatoria; c’è del rosso, perché la politica irrompe nella narrazione con tematiche sempre attuali e spiazzanti: impossibile, per un lettore attento, non tracciare un parallelismo tra la tematica dell’immigrazione cinese in Giappone e le migrazioni che interessano l’Europa. Troppo simili alcuni contesti, troppo uguali certe dinamiche. Ci sono un sacco di colori, insomma, e di sfumature difficilmente identificabili. Gli esperti dicono che la giusta collocazione dei lavori della Kirino starebbe nel cosiddetto “hard boiled” o nella quasi estinta “pulp fiction”. Ma io non sono d’accordo. Non posso esserlo. Non c’è solo questo in “Grotesque”, c’è ben altro. C’è una profonda denuncia del sistema, una feroce critica al classismo, al pregiudizio e agli ostacoli che i giudizi morali frappongono fra il malcapitato e l’obiettivo del benessere personale e della propria affermazione. C’è la denuncia del maschilismo e della grettezza dell’uomo medio. Ma se gli uomini non escono a testa alta da questa narrazione, le donne non fanno certo bella figura. A loro si rimproverano invidie e gelosie esasperate, nonché ingiustificabili. A loro si imputano remissività e passività imperdonabili, le si accusa di complicità (con gli uomini), di debolezza, di lassismo. “Non si può vivere così” sembra dire questo romanzo, a ogni pagina. Ma tant’è…

Lo stile

Lo stile? Ben lontano da leziosità e artifici baroccheggianti, risulta essere piano. Le figure retoriche sono rarissime. Parlano i fatti (o l’interpretazione degli stessi), senza che ci si perda in ghirigori. Il lessico ha un registro elevato, ma non ricercato, e si mantiene sempre tale. Nemmeno nelle scene più scabrose degrada nella volgarità. Non ce ne sarebbe bisogno, è fin troppo chiaro lo squallore e la sofferenza di certe situazioni, poiché il lettore vi viene accompagnato passo passo, attraverso la profonda introspezione psicologica di ogni personaggio. Il punto più drammatico lo si raggiunge quando ci vengono propinati i diari della povera Kazue, grottesca e sciagurata come nessun altro. Sebbene l’epilogo fatale della storia narrata venga palesato sin da subito, annunciando al lettore che Yuriko e Kazue sono morte assassinate, nulla preclude il piacere – un piacere tormentato – di scoprire come e perché è successo. Nonché il desiderio di capire in che modo le vittime (e il carnefice) siano giunte a compiere le loro scelte di vita. Il procedimento dell’analessi funziona a dovere e avvinghia il lettore in un abbraccio quasi morboso. Non leggetelo, mi raccomando, non lasciatevi abbracciare proditoriamente dalla Kirino, o finirete per non venirne più a capo.

 

Orazio C.