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“SOLENOIDE” di Mircea Cartarescu – trama e recensione

Mi pento e mi dolgo, pubblicamente e con tutto il cuore, del mio peccato di mancata lettura. Ho lasciato per anni che questo romanzo si impolverasse fra gli scaffali, prima di decidermi a leggerlo. Ma quando l’ho finalmente aperto, ho scoperto quanta bellezza, magia, sorpresa ed erudizione si celano fra le sue 940 pagine.
È un lavoro poderoso che racchiude tutto il pensiero dell’autore rumeno e ne sublima il talento.

Trama di “Solenoide”

Il romanzo è scritto sotto forma di diario. Il protagonista è un insegnante di scuola elementare che vive a Bucarest nel 1975. È isolato dalla società. La sua passione smodata per la lettura e per la conoscenza lo rende schivo, sensibile, anticonformista. Andare a scuola non gli piace, non gli dona nessuna gratificazione. I colleghi sono stupidi, vanesi, superficiali. Gli alunni sono poco ricettivi perché hanno problemi in famiglia, sono poveri, malnutriti, sporchi.
Ecco, una cosa che ossessiona il maestro sono i pidocchi. Li ha presi così tante volte da sognarseli la notte. Sogna pidocchi giganti che gli parlano e lo comandano.

Il maestro vive da solo, in una vecchia abitazione a forma di barca, sotto la quale uno scienziato pazzoide ha installato un’enorme bobina di cavi elettrici. Un solenoide, appunto. Nelle intenzioni del costruttore, il solenoide dovrebbe attivare un campo magnetico che consenta agli inquilini di vivere meglio, di proteggersi dalle malattie, dalle inquietudini, dall’ansia…

Fuori dalla casa-solenoide c’è una Romania povera e pazza. Ovvero un contesto sociale deprimente e desolante. Persone oppresse ideologicamente dal regime comunista, affamate da un sistema economico fallimentare, abbrutite dalla povertà e dalla mancanza di prospettive. Sono state private delle fede perché la propaganda comunista demistifica le religioni. Nelle scuole si sputa sulle icone cristiane, si organizzano concorsi a premi per chi si dimostra più ateo. La gente si rifugia nella superstizione, nei riti folkloristici, nei miti pre-cristiani. Il popolo è ignorante quanto le bestie. Il popolo ha perso l’identità, sembra alla ricerca di qualcosa che lo tenga assieme, che gli dia una speranza. I sogni sono diventati “piccoli”. La gente sogna solo oggetti, cosucce importate dall’occidente, piccoli lussi da venerare e idolatrare. Poiché in patria manca tutto, perfino il caffè.

Il maestro scrive, annota miriadi di pensieri sul suo diario allucinante. É un resoconto di vita vissuta, un memoriale di segreti familiari, un’antologia di sogni, di visioni, di sensazioni perdute e rimpiante, di deliri metafisici, di riflessioni estemporanee ed istintive.
Non avendo qualcuno con cui parlare, non riuscendo a trovare un solo essere umano, in tutta Bucarest, che possa percepire ciò che lui vorrebbe esprimere, il maestro sfoga la sua castrata logorrea sulle pagine del diario. Si avvale di un flusso di coscienza ricco e dirompente, ma pur sempre ordinato, controllato. Lui stesso definisce “diorami” le sue visioni, le sue allucinazioni, i ricordi in cui mischia verità e fantasia.

“[…] e se i nostri emisferi cerebrali fossero una sorta di globi oculari? Se la loro specializzazione, conosciuta da così tanto tempo (il destro – razionale, matematico, preposto alla parola, “maschile”; il sinistro – intuitivo, spaziale, emozionale, artistico, “femminile”), fosse l’equivalente della differenza di angolo visivo fra i due occhi? Se il pensiero e, in definitiva, il nostro Io nascessero nel punto di convergenza dei due tipi di pensiero? Proprio la loro focalizzazione potrebbe impedirci di leggere la realtà, di comprendere il suo messaggio codificato. Non occorrerebbe forse, di fronte a ogni enigma, lasciare che i due emisferi guardassero in maniera distratta e sognante, facendo sì che due volti del mondo divergessero leggermente, fino ad arrivare a sovrapporsi? Non abbiamo forse tutto di fronte a noi, come nell’autostereogramma che avevamo tra le mani, ma le nostre abitudini, apprese dai nostri predecessori, c’impediscono di vedere il messaggio profondo?”

Lo stile di “Solenoide”

Mentre leggevo – completamente catturato dalla narrazione nevrotica del maestro – ho cercato a lungo un termine, un aggettivo, che potesse descrivere bene la scrittura di Cartarescu. È stato lo stesso autore a fornirmene uno adatto, verso la fine del romanzo: scrittura anancastica. Ovvero una scrittura folle ma regolata, un’ossessione verbosa che ha bisogno di autoregolarsi, di limitarsi, di controllarsi con il perfezionismo. Il lessico usato è scelto scrupolosamente, è ricercato. Uno stile impreziosito da aulicismi e magniloquenza, dal linguaggio specifico preso in prestito dalla fisica, dalla biologia, dalla filosofia… Mi ha ricordato Umberto Eco, ma allo stesso tempo Thomas Pynchon: Cartarescu è dotto e contorto allo stesso tempo.

Copertina “Solenoide” di Mircea Cartarescu nella traduzione spagnola

Quando il maestro è in casa, quando scrive sul suo diario, si eleva. Si innalza al di sopra di tutto il marciume che lo circonda. Il maestro levita a mezz’aria. L’immaginario effetto del solenoide lo tiene opportunamente sollevato dal disastrato suolo rumeno. Dunque le parole che sceglie sono nobili, elevate. Ho notato subito che il maestro predilige la dolcezza quando racconta della sua infanzia, della sua fragilità di bambino, del suo smarrimento in un contesto derelitto che non riesce a comprendere. Ma quando ci racconta dei suoi colleghi, dei suoi vecchi amici di infanzia, dei suoi sciagurati genitori, preferisce degradare nel colloquialismo, perfino nella volgarità. È come se si facesse delle coccole lessicali, come se avesse pena e tenerezza verso il bambino interiore che consola per le privazioni subite. Mentre tutti gli altri vengono sferzati da una narrazione giudicante, irridente e irriverente. Nessuno, proprio nessuno gli piace. Tranne Irina.

Irina è una collega mite e silenziosa. Se ne sta nel suo angolino della sala insegnanti. Non disturba nessuno, non interagisce con nessuno. È la sua umiltà a far sì che il maestro la noti, che le si avvicini. I due si innamorano, dunque possono “levitare” insieme, beneficiare insieme del solenoide. Finalmente una speranza, finalmente un sogno, nella vita del maestro. Non ci sarebbe un vero motivo per tenere celata a tutti la loro relazione, eppure Irina e il maestro si nascondono. Decidono di proteggere gelosamente ciò che li tiene uniti. Il mondo non capirebbe, anzi insozzerebbe la delicatezza dei loro sentimenti con la faciloneria dei giudizi. Irina è per il maestro una Margherita: impossibile non cogliere l’omaggio letterario che Cartarescu dedica a Bulgakov.

Nel frattempo, a Bucarest succedono cose strane. Qualcuno sparisce, qualcuno mormora… C’è una setta di popolani che osa protestare contro le sofferenze umane. Non se la prende con il governo della Romania, ma con il governo del “tutto”. Il popolo alza la voce e contesta sia l’andamento della vita umana – troppo martoriata da malattie, fame e disgrazie – sia la conclusione ineludibile della vita stessa – la morte -.

“Perché viviamo?” aveva iniziato Virgil, come se parlasse a se stesso, ma la sua voce risuonava quasi brutale nel silenzio della sera. “Com’è possibile che esistiamo? Chi ha permesso questo scandalo e questa ingiustizia? Questo orrore, questo abominio? Quale immaginazione mostruosa ha avvolto la nostra coscienza nella carne? Quale spirito sadico e saturnino ha permesso alla coscienza di soffrire, allo spirito di urlare sotto tortura? Perché siamo scesi in questa mota, in questa giungla, in queste fiamme piene di odio e di furia? Chi ci ha mandato carponi dai nostri alti luoghi? Chi ci ha costretto dentro corpi, chi ci ha legato con i nostri stessi nervi e le nostre stesse arterie? Chi ci ha obbligato ad avere ossa e cartilagini, sfinteri e ghiandole, reni e unghie, pelle e intestini? Cosa cerchiamo in questo meccanismo lercio e flaccido? Chi ci ha bendato gli occhi con i nostri stessi occhi, chi ci ha tappato le orecchie con le nostre stesse orecchie? Chi ha approvato il dolore, e chi ha approvato le sensazioni? Cosa abbiamo noi in comune con i grappoli di cellule del nostro corpo? Con la materia che vi scorre all’interno come in un tubo di carne agonica? Cosa cerchiamo noi qui? Cos’è questa beffa? Perché nuotiamo in acidi che ci ulcerano il pensiero? Protestate, protestate contro la coscienza sepolta nella carne! […]”

I temi di “Solenoide”

Ma dove vuole arrivare Cartarescu? Perché si è preso la briga di confezionare quasi 1000 pagine con le sue elucubrazioni?
La tesi è chiara: tutto ciò che attiene alla vita umana è stato creato e voluto dal divino. Il divino è talmente grande, immenso e potente da non poter essere contestato. La sua esistenza si palesa, secondo l’autore, con la bellezza e la magia della natura, della nascita, della vita, perfino dei fenomeni fisici, perfino dei campi magnetici e dei solenoidi. E i sogni? L’attività onirica del nostro cervello non sarebbe altro che un segnale di interazione fra umanità e divinità.

Ci sono un sacco di insetti in questo romanzo. Anche un sacco di parassiti. Cartarescu ne descrive l’aspetto, il comportamento, i segreti. A lui bastano la varietà e la complessità delle loro esistenze per “dimostrare” che il divino c’è, esiste. Noi umani non saremmo altro che una colonia di acari della scabbia coltivata da Dio sul palmo della sua stessa mano. Siamo così piccoli e insignificanti che Dio ci tollera, nonostante il prurito che gli causiamo.

Niente di nuovo, si potrebbe obiettare. In fondo, questa spiegazione del divino è già stata sentita innumerevoli volte. Si traduce in una dimostrazione dell’esistenza di Dio solo alle orecchie di chi ha fede. Non suona invece sufficiente per chi dubita.
E allora? Allora perché leggere questo romanzo?
Perché la differenza sta nella affabulazione di questi argomenti. La differenza sta nel modo in cui Cartarescu descrive, racconta e spiega il tutto. Un modo originale e sorprendente.

“Il mondo si è riempito di milioni di romanzi che eludono l’unica ragione di essere che la scrittura abbia mai avuto: quella di comprendere te stesso fino in fondo, fin nell’unica stanza del labirinto della mente in cui non hai diritto di penetrare.”

 

Orazio C.