• No products in the cart.

Sapevate che – i 10 rifiuti più celebri della letteratura

Una delle peggiori disgrazie nella vita di uno scrittore è quella di scrivere un pessimo libro. Un’altra à quella di scrivere un ottimo libro, valutato pessimamente.

Lo scrittore, si sa: è un animo inquieto, sempre pieno di dubbi, sempre alla ricerca della perfezione letteraria, in un perenne duello con le parole e i concetti. E quando la lotta è finalmente conclusa e ogni parola è oramai perfettamente posata nella tessitura del proprio capolavoro, ebbene, lo scrittore non ha che un unico desiderio: che la sua opera venga apprezzata.

Ma, ahimè, le pene dello scrittore non sono finite; tutt’altro! Ora che la sua creatura è completa, egli deve armarsi di coraggio, di pazienza, di ferrea volontà e di una buona dose di autostima – neanche fosse uno dei suoi personaggi –, per affrontare quella figura mitologica metà basilisco e metà ammaliante sirena, ossia, l’editore.

E siccome nessuno scrittore nasce già famoso – affermazione falsa, in quanto oggi diversi “famosi” diventano “scrittori”, ma non li prenderemo in considerazione, in quanto scrivere con i piedi non significa scrivere –, la storia della letteratura è costellata da clamorosi rifiuti editoriali. Vediamone alcuni (senza un ordine specifico) e tiriamoci su di morale!

I più celebri rifiuti editoriali

1. George Orwell: La fattoria degli animali

La casa editrice Faber and Faber, con una lettera firmata niente meno che che da T. S. Eliot, stronca elegantemente (e con molto stile) “La fattoria degli animali” di George Orwell. Corre l’anno 1944 e le alleanze politiche in Europa sono materiale scottante, quindi il rifiuto di pubblicare il libro è soltanto una strategia dettata dalle incertezze geo-politiche del momento, ma non per questo meno deludente. E anche se, nella lettera, viene riconosciuto il talento narrativo di Orwell e la sua originale visione, viene altresì contestato il punto di vista: “(…)dopotutto, i suoi maiali sono di gran lunga più intelligenti e, di conseguenza, i più adatti a gestire la Fattoria(…)”.

Oltre a questo garbatissimo rifiuto, Orwell ne ha ricevuti altri, alcuni motivati da spiegazioni come “le storie con animali non vendono molto bene(…)”.

2. Arthur Conan Doyle

“Uno studio in rosso”, il primo lavoro di Conan Doyle, fu rifiutato per cinque volte prima di essere pubblicato e, anche quando finalmente vide la luce, non ebbe il riconoscimento meritato. D’altro canto, Conan Doyle stesso non dava molto valore ai propri scritti polizieschi, essendo molto più interessato ad argomenti “seri” come quelli storici o naturalistici. Di professione medico – ma anche in questo campo con poco successo –, Conan Doyle ha perseverato tuttavia nello scrivere brevi storie a se stanti, ma accomunate dallo stesso personaggio principale: il detective Sherlock Holmes. Il resto è storia.

3. Agatha Christie

A 22 anni, Agatha Christie scrive “Poirot a Style Court” (The Mysterious Affair at Styles), una storia in cui fa la sua prima apparizione Hercule Poirot. Il libro viene rifiutato per cinque volte e passano oltre quattro anni finché la Christie lo veda finalmente pubblicato.

Nella sua vita, Agatha Christie ha scritto 66 libri gialli, 14 raccolte di racconti e 6 romanzi d’amore (firmati con lo pseudonimo di Mary Westmacott), ma anche diverse opere teatrali, sceneggiati televisivi e radiofonici. È l’autrice più venduta al mondo (insieme a William Shakespeare), dopo la Bibbia.

4. Frank Herbert

Il suo capolavoro fantascientifico “Dune” è stato rifiutato da 23 editori. Poi è stato pubblicato da una casa editrice specializzata in manuali di manutenzione per automobili, la Chilton Publishing Co.

5. Jack London

Forse uno dei casi (fra quelli conosciuti) più clamorosi fra i grandi rifiuti della letteratura, Jack London ha collezionato oltre 600 rifiuti di pubblicazione – e ciò metterebbe a dura prova anche il più determinato degli scrittori –, ispirando il suo capolavoro “Martin Eden”. Jack London può essere preso da esempio e ispirazione come artista che non ha mai smesso di perseguire il proprio sogno; ci sentiamo in dovere, tuttavia, di ricordare che tutto ha un prezzo.

6. William Golding

Con il suo “Il Signore delle mosche” (Lord of the flies), il premio Nobel Golding ha collezionato oltre 22 rifiuti ed è andato incontro a diversi tagli nella storia prima di vederla pubblicata. E, anche dopo la pubblicazione, il libro non ha riscosso molto successo.

7. Stehen King

“Carrie”, il libro di esordio di Stephen King, è stato rifiutato per circa 30 volte di fila, quasi spingendo l’autore a buttare la spugna (e il manoscritto). Per fortuna non lo ha fatto. Ad oggi, ha pubblicato più di 60 romanzi e oltre 200 racconti, con circa 500 milioni di copie vendute.

8. Marcel Proust

Si potrebbe dire che, per la sua “Alla ricerca del tempo perduto”, avrebbe potuto aspettarsela, una stroncatura. Ma sarebbe una cattiveria, dunque non lo diciamo. Tuttavia, la stroncatura non fu una, ma unanime: tutti i maggiori editori francesi dell’epoca rifiutarono di pubblicare il primo volume dell’opera (incluso André Gide) – e un commento è diventato famoso: “non capisco perché qualcuno dovrebbe riempire 30 pagine per descrivere come si rigira nel letto prima di addormentarsi”.

Ci sono voluti oltre 15 anni per pubblicare interamente l’opera e Proust morì prima di vederla completata.

9. J. K. Rowling

Famosissima (poiché abbastanza attuale) la difficoltà esordiente di “Harry Potter” (e la Pietra Filosofale) fa molto riflettere. O, almeno, dovrebbe far riflettere. La capacità letterarie della Rowling sono indiscusse, eppure anche in seguito, sotto lo pseudonimo Robert Galbraith, la scrittrice ha continuato a ricevere rifiuti, quindi la riflessione sui criteri di valutazione editoriali è d’obbligo.

10. James Joyce

“Gente di Dublino” (Dubliners) ha visto passare oltre nove anni e ha ricevuto circa 22 rifiuti da diversi editori prima di provare l’ebbrezza della stampa. “Ulisse” anche ha avuto una sorte simile, ma d’altronde, chi è che lo capisce, James Joyce? Incomprensibile però non significa privo di talento, e infatti…

Altri scrittori famosi stroncati dagli editori

Qui ne abbiamo scelto soltanto 10, ma la lista di clamorosi rifiuti editoriali è davvero lunga:

– Patrick Dennis (Zia Mame)

– Carlos Ruiz Zafón (L’ombra del vento)

– Vladimir Vladimirovič Nabokov (Lolita)

– Ernest Miller Hemingway (Fiesta)

– Gabriel García Márquez (Cent’anni di solitudine)

– David Herbert Lawrence (L’amante di Lady Chatterley)

– Herman Melville (Moby Dick)

– Margaret Mitchell (Via col vento)

– Mary Shelley (Frankenstein)

– Harper Lee (Il buio oltre la siepe)

– Louisa May Alcott (Piccole donne)

Come affrontare una stroncatura

In un mondo in cui l’arte sembra occupare un ruolo sempre più marginale, l’articolo sopra potrebbe essere una premessa per spronare gli aspiranti scrittori a non mollare – e lo è –, ma la nostra riflessione non si ferma soltanto alla stroncatura. E neanche soltanto agli scrittori. Gli artisti, generalmente parlando, difficilmente vengono accettati in società semplicemente affermando “sono un artista”; quasi sempre è richiesta un’ulteriore spiegazione (“sì, ma cosa fai, di mestiere?”). Il ruolo di “artista” non viene riconosciuto di per sé, fare l’artista è spesso visto come un hobby, una passione a tempo perso, mentre la vita vera è altrove.

Non come consolazione, ma come constatazione, quasi tutti gli scrittori sopra citati avevano altri mestieri, prima di arrivare alla fama letteraria. Questo per dire che, oltre che dal loro talento, possiamo farci ispirare dalla loro determinazione.

Grazie, ma no, grazie

Tuttavia, un fenomeno interessante (e forse preoccupante?) si può osservare oggigiorno: si tratta di una crescente predisposizione verso l’intolleranza al rifiuto – e, di conseguenza, un generalizzato appiattimento dei rapporti editore-scrittore. L’aspirante scrittore, pieno di speranze e aspettative,  invia la propria opera all’editore. L’editore, pieno fino alle orecchie di opere piene di speranze e aspettative, la stronca, indicando eventuali punti di miglioramento. L’aspirante scrittore si offende, la prende sul personale: in questo libro ci ho messo tutto me stesso, ci ho lavorato per TRE mesi della mia vita, io SO di aver fatto un ottimo lavoro…

Nella cultura del politically correct, quasi nessuno se la sente di prendersi la responsabilità di argomentare un rifiuto editoriale, e allora giù di “non rientra nelle nostre linee editoriali” e niente “Benvenuto in Le Carré, non ha nessun futuro”.

 

La Redazione