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Frankenstein di Mary Shelley – trama e riassunto

Altro titolo nel mio personale club di “letture rimandate”, “Frankenstein o il moderno Prometeo” di Mary Shelley l’ha avuta finalmente vinta sulle mie paure – complice forse anche la bellissima edizione Bur (anche se non sono del tutto convinta della traduzione) con le fantastiche illustrazioni di Lynd Ward – dimostrandomi (un’altra volta ancora, perché l’essere umano semplicemente non riesce a elevarsi sopra i propri costrutti mentali) che ho sprecato tempo prezioso ad alimentare una paura che non aveva alcuna ragione di esistere. Complimenti e aspettiamo la volta buona affinché io smetta di crearmi limiti immaginari. E ora mi accingo a farvi il riassunto di “Frankenstein”.

Le aspettative, neanche a dirlo, erano tragiche, inutile negarlo. Film, commenti, analisi varie: tutte portavano in un’unica direzione: l’ennesima ottusa aspirazione dell’essere umano a sottomettere la natura e il prossimo. Insomma: la stessa vecchia storia di prevaricazione, arroganza e distruzione che sembra caratterizzare l’uomo. L’uomo come essere umano, ovviamente.

E così fu, effettivamente. Ma non come me le ero immaginato.

La genesi dell’opera

La genesi di quest’opera è ben nota a tutti: un allegro gruppetto di giovani (la diciottenne Mary Godwin – poi diventata Shelley –, Percy Shelley, Lord Byron, Claire Clairmont e il dottore William Polidori sono in vacanza in Svizzera. L’anno è il 1815, quello in cui, dall’altra parte del mondo, il battito di ali di una farfalla sconvolge moltissime vite. Infatti, la farfalla in questione è un vulcano indonesiano che, eruttando, provoca una tragedia mondiale. L’Europa vive un anno senza estate (e capisco che, nelle infuocate estati del terzo millennio verrebbe da dire “sai che tragedia!”, ma vorrei ricordare che in media stat virtus) e i nostri amici, per via del maltempo, sono bloccati per giorni e giorni in Villa Diodati. Così, per vincere la noia, invece di scrollare tiktok, si sfidano a scrivere la miglior storia di paura di tutti i tempi. Roba che chiunque di noi potrebbe fare in qualsiasi momento, lo so benissimo.

Genere e stile di “Frankenstein”

Realizzata in uno stile epistolare (non il mio preferito: non si capisce mai che fine fanno quelli che scrivono le lettere), l’opera è universalmente collocata nel genere gotico, ma “Frankenstein” viene spesso indicato anche come genere fantascientifico e precursore dell’horror. Ed è tutto vero, se non tralasciamo che, nella mia modestissima opinione, è soprattutto il genere romantico quello in cui maggiormente e meglio si colloca.

E no, per romanticismo – o genere romantico – nella letteratura non si intende sole cuore amore, niente coppiette innamorate né melense storie d’amore. Il genere romantico, nato in Inghilterra a metà del 1600 sotto il nome “romance” ed esattamente inteso come romanzesco, ossia non reale, ha una seconda sfaccettatura che, man mano diventa sempre più importante, fino a diventare primaria: il pittoresco. Abbiamo quindi la natura e i sentimenti che da essa scaturiscono, non solo in termini di contemplazione e bellezza ma anche come distruzione e inesorabilità, e abbiamo il non reale, cioè il trascendere dell’immaginazione nell’interiorità esistenziale.

L’ambientazione di “Frankenstein”

E qui vi porto le prove della mia tesi di un “Frankenstein” puramente romantico: l’ambientazione. Anche qui, non si tratta dell’ambientazione come collocazione geografica – anche se anch’essa interessante, infatti il libro ci porta dalle Svalbard a Ginevra, e da Ingolstadt a Londra e poi in Scozia fino alle Orcadi. È invece la potenza descrittiva, la narrazione al limite del visibile della natura che rappresenta, per me, la vera potenza di questo romanzo.

“Sono già molto a nord di Londra; e mentre cammino nelle strade di Pietroburgo sento sulle guance una fredda brezza del nord, che rinvigorisce i miei nervi e mi riempie di gioia. Capisci quello che sento? Questa brezza, che giunge dalle regioni verso le quali mi sto dirigendo, mi fa pregustare quel gelido clima. Animati da questo vento di promesse, i miei sogni ad occhi aperti diventano più fervidi e vigorosi. Cerco invano di convincermi che il Polo è sede di gelo e desolazione; alla mia immaginazione si presenta sempre come una terra di bellezza e di piacere. Là, Margaret, il sole è sempre visibile, il suo enorme disco rasenta l’orizzonte e diffonde uno splendore perpetuo. Là – col tuo permesso, sorella mia, infonderò un po’ di fiducia ai precedenti navigatori – là la neve e il gelo sono banditi; e, veleggiando su un mare calmo, possiamo essere spronati verso una terra che supera in meraviglie e in bellezza qualsiasi regione finora scoperta nel mondo conosciuto. I suoi prodotti e le sue fattezze possono essere senza pari, come i fenomeni dei corpi celesti lo sono in queste solitudini inesplorate. Cosa non ci si può aspettare in una terra di eterna luce?”

Qualche riga a parte la voglio dedicare a un interrogativo che questa breve citazione ha scaturito in me (d’altronde, è questo uno dei compiti dei libri: far nascere domande. L’altro è dare risposte): Cos’è che spinge l’essere umano a compiere imprese impossibili per l’amore della scoperta? – e la risposta sembrerebbe stare nella domanda: è l’amore per la scoperta – ma ho come il sospetto che, come tutti i sentimenti portati all’estremo, anche questo sconfinato amore per la scoperta abbia qualcosa di folle. E ora frenate la levata di scudi: “con questo tuo ragionamento l’umanità brancolerebbe ancora nel buio dell’ignoranza!” o ancora “tutto questo significa progresso, l’evoluzione della specie” e via di questo passo. State calmi. Per prima cosa, il pezzo lo sto scrivendo io, quindi posso interrogarmi su quello che mi pare. Poi, a pensarci bene, veramente bene, non sono mica così sicura che, in assenza di questa “passione” per la scoperta le cose sarebbero andate veramente così come dite. Queste però sono riflessioni per un’altra volta.

La sete della scoperta, dicevamo. Quella che spinge il narratore di questa storia verso lande inospitali, fredde e quasi certamente letali – e qui non possiamo non scorgere il poetico romanticismo di tale spinta – e quella che spinge il personaggio principale, Frankenstein, appunto, alla creazione dell’essere perfetto. E qui, più che romanticismo, scorgo il delirio di onnipotenza.

I personaggi di “Frankenstein”

 

  • Robert Walton. Voce narrante della storia, è il nostro eroe arso della sete della scoperta del Polo Nord. Giovanissimo capitano della nave diretta a compiere l’impresa, tiene aggiornata la sorella, Margaret, non attraverso messaggi Whatsapp – siamo nel XVIII secolo – ma via lettera.
  • Victor Frankenstein. Protagonista del racconto, è un giovane e viziatissimo figlio di papà, vive a Ginevra insieme ai genitori, alla sorella adottiva, Elizabeth e ai fratelli più piccoli, finché si trasferisce a Ingolstadt, per gli studi universitari.
  • Henry Clerval. Miglior amico di Frankenstein e l’unico completamente sano di mente di tutta la storia.
  • Elizabeth Latenza. Sorella adottiva di Frankenstein, incarna l’essenza della bellezza, della mitezza (forse un po’ troppo) e della pazienza. Da sempre fra gli affetti più cari di Frankenstein.
  • Il Mostro.

 

La trama e il riassunto di “Frankenstein”

Il giovane capitano di nave Robert Walton s’imbarca per una missione rischiosa ed eccitante al contempo: la conquista del Polo Nord. Con la sua romanticizzata idea ben salda in testa, Walton si spinge sempre più al Nord, aggiornando costantemente via lettera la sorella sulla sua impresa. In pratica, ogni missiva finisce con “non so se questa sia la mia ultima lettera” – questo per darvi un’idea del tenore dell’impresa. Possiamo solo immaginare la gioia di Margaret, la sorella, nel leggere le sue lettere.

Arrivati a latitudini quasi inesplorate, nave e uomini rimangono incagliati nel ghiaccio e il capitano, a rischio ammutinamento, passa un brutto quarto d’ora. Per fortuna, in mezzo a tutto quell’abbacinante oceano di ghiaccio, un giorno, una slitta guidata da un essere gigantesco svia l’attenzione e i malumori. Stupito, l’equipaggio non riesce a spiegarsi l’accaduto, ma il giorno seguente viene scorta una seconda slitta, con a bordo un uomo semi congelato che, comunque, si rifiuta di salire a bordo, anche se destinato a morte certa.

Il capitano riesce a persuaderlo (deve essere stato un tipo molto persuasivo, il capitano: infatti, una volta disincagliata la nave, ha pure convinto i suoi uomini – pronti a tornare indietro – a proseguire il viaggio), e lo sventurato viene tratto in salvo e curato per diversi giorni.

Sempre attraverso le lettere, il capitano Walton racconta alla sorella le incredibili vicissitudini dello sventurato superstite, che altro non è che Victor Frankenstein. Frankenstein, infatti, appena sentita la storia della creatura mostruosa che solcava i ghiacci a bordo di una slitta, inizia il suo inaudito racconto – il racconto (di Frankenstein a Walton) nel racconto (di Walton alla sorella) dentro al racconto (di Mary Shelley a noi).

Il superstite, che è molto spossato, narra la sua storia un poco alla volta, e il bravo capitano la trascrive di notte per recapitarla poi alla sorella.

Si parte da lontano, addirittura prima della sua nascita. Infatti, Frankenstein racconta le tristi vicissitudini di una giovanissima donna – che diventerà poi sua madre – , salvata da una vita di stenti dal facoltoso migliore amico del padre (che del padre aveva anche l’età). Nato quindi in una benestante famiglia svizzera, Frankenstein cresce nella bambagia, viziato e tenuto lontano dalle preoccupazioni del mondo – e qui altre grida indignate giungono alle mie orecchie: “in quale mondo un genitore vorrebbe tenere i propri figli vicini alle preoccupazioni del mondo?!” o anche, perché no, perché oggi tutti leoni della tastiera si è “meno male che non hai figli, se no chissà, le povere creature!”; ma meno male lo dico io e dico anche già, chissà… – finché una tragedia colpisce la famiglia. La madre, che ha fatto in tempo a adottare una tenera orfanella e avere altri due figli, si ammala e muore ancora giovanissima, lasciando l’amata famiglia in un mare di tristezza.

Diciassettenne, Victor, che ancora non aveva capito cosa volesse fare nella vita – e qui non mi sento di accusarlo di niente –, ma provava comunque una forte attrazione verso la scienza, lasciò il nido immerso nel dolore della perdita e si avventurò sulle ampie e accoglienti vie del sapere, trasferendosi a Ingolstadt, per studiare scienze naturali. Attraverso i suoi professori, già da subito, la sua immaginazione viene ulteriormente stimolata da discorsi e spiegazioni volte alla scoperta e al progresso, fino al punto di promettere a se stesso:

“(…) io otterrò di più, molto di più; seguendo il cammino già tracciato, io aprirò una nuova strada, esplorerò poteri sconosciuti, e svelerò al mondo i misteri più profondi del creato.”

E già questo…

Detto, fatto. Frankenstein inizia a studiare, studia di giorno, studia di notte, si ossessiona, gira per cimiteri, conduce esperimenti, studia ancora, dimentica la famiglia, non mangia e non dorme e ha solo un’idea fissa: creare l’essere perfetto. niente malattie, nessun dolore, solo perfezione.

“Nessuno può immaginare la varietà di sentimenti che mi spingeva avanti, come un uragano, nel primo entusiasmo del successo. La vita e la morte mi sembravano limiti ideali, che io, per primo, avrei oltrepassato, e avrei versato un torrente di luce nel nostro buio mondo. Una nuova specie mi avrebbe benedetto come suo creatore e sorgente; molte creature felici ed eccellenti avrebbero dovuto a me la loro esistenza. Nessun padre avrebbe potuto esigere la gratitudine dei suoi figli in modo così assoluto quanto io avrei meritato la loro. Seguendo queste riflessioni pensai che, se potevo infondere la vita nella materia inanimata, avrei potuto in seguito (benché ora abbia scoperto che è impossibile) rinnovare la vita dove la morte aveva apparentemente destinato il corpo alla corruzione.”

Io, io, io.

Per farla breve, il nostro ossesso riesce nel suo intento. Cioè, riesce a creare qualcosa di vivo (Dio, scansati proprio!), ma sulla perfezione stendiamo un velo. In effetti, la creatura è orribile, mostruosamente ripugnante – d’altronde, è messa insieme da pezzi di cadaveri – e Frankenstein, orripilato alla sua vista, scappa inorridito, vagando per la città in preda alla disperazione e ai dubbi. Ma è un tantino tardi per quelli.

Al suo ritorno, il “creatore” trova il suo amico Clerval ad attenderlo, mentre della sua creazione, nemmeno l’ombra, che fortuna! Così, come se non avesse appena creato un essere vivente e, soprattutto, come se non ne avesse la responsabilità, Frankenstein passa i prossimi mesi insieme al caro amico, programmando il ritorno a Ginevra.

Ma una terribile lettera giunge da casa: William, il fratello minore di Victor, è stato ucciso.

Illustrazione di Lynd Ward

Sconvolto, Frankenstein ritorna in patria e il presagio di una tragedia annunciata incombe sulla sua coscienza quando, in una notte di dolore, vagando nei luoghi della morte dell’amato fratello, scorge la sua creatura nel bagliore dei fulmini della tempesta.

Victor Frankenstein capisce. Il senso di colpa lo divora, la consapevolezza lo porta alla disperazione, ma è tutto qua. E no, il personaggio Frankenstein non suscita in me alcuna empatia, nonostante il suo struggersi di dolore. La sua posizione peggiora ulteriormente ai miei occhi appena si “trova” l’assassino del fratello: viene infatti accusata la giovanissima babysitter del bambino, trovata colpevole e condannata a morte.

Victor Frankenstein sa. Eppure non fa niente. Niente al di fuori di strapparsi (metaforicamente) i capelli e colpevolizzarsi (a parole) di quanto accaduto. La babysitter viene impiccata e, ora, il giovane “creatore” può aggiungere un altro morto al suo elenco.

Divorato dai sensi di colpa (mai abbastanza, per i miei gusti), vaga in lungo in largo per le belle montagne svizzere, fino a incontrarsi faccia a faccia con la sua “creazione”. La prima cosa che fa (perché mi aspettavo altro?!) è quella di frignare e strepitare, accusando il “mostro” di tutte le nefandezze successe e chiedendogli di sparire dal mondo come se niente fosse. La creatura è perplessa quanto me nel sentirlo scalpitare in quel modo, dato che la colpa è solo e soltanto sua, ma decide comunque di provare a spiegare la sua storia (al posto suo, mi vergogno un po’ ad ammetterlo, io lo avrei già mangiato).

La creatura narra dunque i suoi trascorsi (ed è un’altra storia nella storia nella storia), come ha imparato a sopravvivere, a parlare, a leggere persino… Racconta una struggente storia – che potrebbe essere un libro a sé – di un anziano padre e i suoi due figli che ha imparato a conoscere e ad amare (a loro insaputa) e che non sono comunque riusciti ad accettarlo, nonostante i suoi migliori intenti. Solo, deluso e disperato, capisce che nessuno lo amerà mai, quando incontra per caso un giovane fanciullo. Con un barlume di speranza, decide di prenderlo con sé per crescerlo e magari farlo diventare la sua famiglia, ma il ragazzo si ribella, chiamandolo mostro e minacciando di dirlo al padre, il signor Frankenstein. Beh, inutile dirvi che, appena sentito il nome del suo “creatore”, la “creazione” non capisce più niente e strangola il ragazzo.

A questo punto, la “creazione” comprende di aver perduto la sua battaglia contro un mondo che non lo ha accettato neanche quando era mosso dalle migliori intenzioni, quindi decide di ritirarsi e vivere lontano da esso. A patto che il suo “creatore” gli realizzi una compagna.

Il nostro Frankenstein, neanche a dirlo, non ne vuole sapere, ma la creatura, minacciandolo con le peggiori sciagure, lo convince.

Nascondendo il suo vero scopo, Victor Frankenstein persuade il padre ad acconsentirgli un lungo viaggio in Inghilterra, prima di convolare a nozze con la promessa Elizabeth e, in compagnia del fidato amico Henry Clerval, si appresta a partire.

È un viaggio romantico, quasi onirico, attraverso una natura bellissima e piena di ispirazione:

“Ho visto – disse – i paesaggi più belli del mio paese; ho visitato i laghi di Lucerna e di Uri, dove le montagne innevate scendono quasi perpendicolari all’acqua, gettando ombre scure e impenetrabili, che darebbero un aspetto cupo e triste se non fosse per le isole verdeggianti che allietano l’occhio con il loro aspetto sereno. Ho visto questo lago agitato da una tempesta, quando il vento sollevava turbini di acqua e ti dava l’idea di ciò che dev’essere una tromba marina sul vasto oceano e le onde colpivano con furia la base della montagna, dove il prete e la sua amata furono travolti da una valanga e dove, si dice, le loro voci morenti si sentono ancora nelle pause del vento notturno.”

se non fosse funestato da ciò che ben sappiamo. Victor Frankenstein deve fare i conti con le sue scelte. Si ritira in solitudine nelle selvagge isole Orcadi e inizia a lavorare alla sua seconda “creazione”, sorvegliato di nascosto dalla prima, che lo ha seguito per tutto il viaggio.

Ma in un attimo di lucidità, Frankenstein comprende la follia di ciò che sta facendo e distrugge la sua creazione ancora incompiuta, scatenando la rabbia del “mostro”. Questo, impazzito di rabbia, minaccia vendetta e distruzione. Victor riesce a sfuggirgli e raggiunge l’Irlanda, solo per venire accusato dell’omicidio del buon Henry Clerval. E siamo a tre.

Scagionato per un pelo, Frankenstein cade malato, quasi pazzo di dolore. Il padre lo recupera e lo porta in patria dove, un po’ alla volta, si riprende – nel limite del possibile, dato che già in partenza qualche problema ce l’aveva. L’amata lo attende. Obnubilato dagli eventi, Victor sembra comunque scorgere una possibile felicità, quindi sposa Elizabeth.

Che viene uccisa un attimo dopo.

Sentendo la notizia, il vecchio padre muore con il cuore spezzato.

Praticamente, abbiamo il record di personaggi morti – subito dopo “Amleto” di Shakespeare, quello è impossibile da battere.

A questo punto, il dolore di Victor diventa sete di vendetta: denuncia tutto alle autorità, che però non intendono agire in alcun modo, quindi decide di agire personalmente. Inizia a dare la caccia al mostro inseguendolo per mari e monti – nel senso letterale – fino a giungere appunto quasi al Polo Nord, dove viene salvato da congelamento certo dal nostro capitano. Appena finito di raccontare la sua storia, muore, comunque.

Illustrazione di Lynd Ward

Prima di morire però, sembra avere un barlume di saggezza e intima a Walton (salvo ricredersi un attimo dopo):

“Cercate la felicità nella tranquillità ed evitate l’ambizione, anche se fosse solo quella apparentemente innocente di distinguervi nella scienza e nelle scoperte. Ma perché dico questo? Io sono stato deluso in queste speranze, tuttavia un altro potrebbe avere successo.”

Il capitano è profondamente colpito dal tragico racconto di Frankenstein, oramai diventato un amico e piange la sua perdita. Con suo grande stupore, scopre che c’è qualcuno che lo piange ancor di più: il “mostro”. Entrato di nascosto nella cabina del suo “creatore”, la creazione si strazia di dolore sul corpo esanime di Victor, realizzando di aver perso ciò che veramente amava. Accusato di aver distrutto tante vite, il “mostro” si difende e gira le accuse all’umanità intera, il suo creatore in primis, questa umanità priva di umanità che, accecata nella sua ottusa certezza di superiorità, gli ha sempre negato qualsiasi possibilità di essere. Così, sconfitto nell’animo, il “mostro” abbandona la nave, deciso ad abbandonare anche il mondo che non lo ha mai voluto.

Ah, anche il capitano è sconfitto: con diversi uomini dell’equipaggio morti di freddo e a rischio linciaggio, interrompe la spedizione e fa rotta verso l’Inghilterra.

E qui finisce questo riassunto di “Frankenstein” di Mary Shelley.

I temi di “Frankenstein” di Mary Shelley

Sono molteplici le sfaccettature di questa opera, alcune sono ben visibili, altre invece sono più sotterranee, forse frutto dell’inconscio dell’autrice:

– l’eterno (e ingiustificato) desidero dell’uomo di sottomettere la natura
– l’etica della scienza
– la febbre della scoperta (o della conquista, che dir si voglia)
– la paura del diverso
– la (mal riposta) certezza della superiorità della razza umana
– la responsabilità delle proprie scelte – o la sua assenza
– la certezza che a ogni azione corrisponde una reazione
– il prezzo di ogni cosa
– la società patriarcale
– la solitudine
– l’ambizione
– l’abbandono

Ma questo è soltanto un riassunto di “Frankenstein”, per comprendere appieno la profondità dell’opera è necessario, come sempre, leggere l’opera.

Conclusioni

Su “Frankenstein” di Mary Shelley, le mie conclusioni sono amare. Amarissime.

Ho detestato fortemente tutti i personaggi (salvo forse Clerval). Il primo fra tutti, Victor Frankenstein, è il peggiore. Arrogante moccioso viziato, privo di qualsiasi talento ma gonfio di egocentrismo, entra dritto nella mia personale classifica dei peggiori personaggi della letteratura, candidandosi al podio.

Nonostante i suoi continui piagnistei pieni di sensi di colpa, tutto quello che fa per rimediare ai danni che lui stesso ha creato è… niente. Victor Frankenstein non è un uomo, è un ragazzo che non riesce a crescere: non si prende mai le responsabilità delle proprie azioni, non affronta le conseguenze e non fa altro che scappare.

Non sono meglio quelli intorno a lui, anzi, la maggior parte della colpa è loro: il padre lo fa vivere nella bambagia e gli perdona tutto – è maschio e primogenito –, Elizabeth venera la terra su cui cammina – è uomo, quindi perfetto –, e via di questo passo.

Neanche la voce narrante non se la cava meglio: la sua sete di scoperta fa molte vittime.

L’unica vera vittima di questo struggente è il “mostro”, ça va sans dire. E ciò risalta i veri mostri.

 

Annabelle Lee