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Moby Dick – trama e riassunto

Da sempre più sensibile alle sorti della razza animale che di quella umana – capace quest’ultima ai miei occhi di attuare comunque una scelta, in qualsiasi situazione –, nella letteratura ho evitato come la peste qualsiasi titolo o trama che citi un qualsivoglia animale. Reali o usati come simbolismi, personaggi principali o apparizioni marginali nella storia, tristi o allegri, grazie, ma non fa per me. Niente Zanna Bianca (di Jack London) dunque; nessun interesse per La collina dei conigli (di Richard Adams); La fattoria degli animali (di George Orwell) a debita distanza; Cuore di cane (di Michail Bulgakov) mi fa tremare le viscere solo a sentirne il nome – cuore di cane! –; che possa volare libero Il gabbiano Jonathan Livingston (penso sempre che Jonathan Livingston sia l’autore, retaggio di qualche discriminatorio limite culturale che mi ha inculcato l’idea che un gabbiano non possa avere sia nome che cognome. Ah, l’autore è Richard Bach) e che Moby Dick pascoli per sempre nei mari del mondo.

I titoli non finiscono qui (e neanche la pena, sia chiaro) ed è naturale che mi sia capitato di leggerne qualcuno. Che non ha mai deluso le mie aspettative. Nel senso che mi ha fatto soffrire esattamente come pensavo. Storie di circhi, amicizie uomo-animale, lotte per la sopravvivenza: la mia morale è sempre una e sola: nessun umano dovrebbe interferire in alcun modo con il mondo animale, neppure se armato dalle migliori intenzioni.

Con questa certezza nell’animo e un immane sforzo su me stessa, mi appresto però a leggere la storia della balena bianca – un modo forse per renderla immortale, oltre al dovere di leggere un classico.

Moby Dick di Herman Melville – riassunto semiserio

Se la premessa fatta sopra non vi ha chiarito il concetto, ci riprovo cosi: questo non è un libro per animalisti. È però un libro assolutamente da leggere (nel caso, saltate le ultime pagine), un libro un po’ Bibbia, un po’ trattato di biologia marina a tema cetaceo – leviatani, spermaceti, balenottere, capodogli e orche non avranno più segreti per voi –, un po’ ricerca del Nirvana, un po’ metafora di vita (molto, anzi), un po’ viaggio fra la diversità umana, un po’ enciclopedia delle arti e dei mestieri del tempo (sempre nel ramo delle baleniere).

Detto ciò, procediamo con il riassunto.

Dove, quando, cosa

Isola di Manhattan, 1830 circa, l’inizio della storia. Già, perché Moby Dick parla di caccia alle balene, quindi la vera storia si svolge sulle acque dei maggiori oceani del mondo, lo sguardo fisso all’orizzonte.

Da Nantucket, un’allegra ciurma di brava gente si imbarca sul Pequod, una baleniera niente male che salpa con l’onorevole intento di portare la luce nel mondo. No, non erano testimoni di Geova, ma cacciatori di balene. Dalle balene estraevano e lavoravano l’olio che poi sarebbe servito a illuminare le case della gente che non aveva elettricità (quindi, di tutti).

Chi è chi

  • Ismaele.  Dal nome poco newyorkese e molto biblico (qui è tutto biblico. Praticamente il libro è una Bibbia modernista), Ismaele è la voce narrante della storia. Come tutti i cristiani, soffre di crisi depressive che lui risolve imbarcandosi in mare. Nel caso…
  • Achab. Il capitano della nave baleniera. Spendiamo due parole su questo personaggio. È del tutto fuori di testa. Arso da un fanatismo vendicativo le cui cause non sono riuscita a identificare – sospettando dunque che si tratti di uno di quei casi in cui uno nasce così e basta –, non trova sollievo nel vagare per mari come Ismaele, né si rifugia nell’alcol o nell’oppio, come qualsiasi marinaio che si rispetti. No, la sua fissa è uccidere la balena bianca. Cosa che me lo rende immediatamente antipatico, spingendomi a diventare un Achab a mia volta nell’augurarmi che venga mangiato da Moby Dick.

“Con la gamba d’osso piantata in quel buco e un braccio alzato per reggersi a una sartia, il capitano Achab se ne stava impalato guardando fisso al largo, oltre la prua che beccheggiava eternamente. Nella dedizione ferma e temeraria di quello sguardo c’era una forza pura e infinita, una volontà quieta e invincibile. Non diceva una parola e i suoi ufficiali non fiatavano; ma tradivano chiaramente nelle loro espressioni, nei loro minimi gesti la coscienza inquieta, se non penosa, di trovarsi sotto l’occhio corrucciato del padrone. E non solo: quel triste Achab stava davanti a loro con una crocifissione in faccia, con tutta la dignità augusta, imperiosa e indicibile di un grande dolore.”

(Achab)

  • Moby Dick. Magnificente e immaginifico esemplare di balena bianca, non mangia uomini, anzi: pascola pacificamente nelle acque del Pacifico. D’accordo, ha strappato una gamba ad Achab tempo addietro, ma quello se lo era andato a cercare. Tante cose si sono dette su questi due personaggi antagonisti, tante interpretazioni sono state date. La perenne lotta fra il bene e il male (dove il male lo fa Achab), la continua ricerca del senso della vita, il vano inseguire dell’irraggiungibile… Io invece non riesco a investire Achab di alcun nobile ideale, anzi: raffigura la peggiore razza di “umano”, quello che agisce a danno degli altri semplicemente per placare una qualunque sofferenza propria. Moby Dick non è un nemico, non è un pericolo, neanche sa che al mondo c’è qualcuno che gli dà la caccia. Nelle oltre 500 pagine del libro si palesa infatti solamente all’ultimo, ignaro di quello che ha provocato nel cuore di Achab. E anche allora, attaccato e offeso, si difende soltanto, girandosi per andarsene appena può. Moby Dick è la vittima senza colpe.
  • Il Pequod. D’accordo, è la nave, tuttavia la inserisco fra i personaggi perché ha più personalità lei di molta gente che conosco. Lei vive attraverso i suoi abitanti, affronta coraggiosamente il mare, è fiera e, a differenza dei suoi colleghi umani, non dubita mai.
  • L’equipaggio. Misto e variopinto, vanta uomini tutti d’un pezzo, a partire dai suoi ufficiali: capaci di grandi imprese, eppure incapaci di ammutinarsi contro Achab per salvarsi le vite. O forse non ho colto lo spirito sacrificale. C’è poi Queepueg, umanissimo cannibale di nobili discendenze isolane – diventa il miglior amico di Ismaele –, abile ramponiere e pittoresco personaggio. Poi altri fieri ramponieri, il cuoco, il falegname, un secondo equipaggio abusivo capitanato da Fedallah – un mistico con il dono della veggenza (dono inutile, direi) – e c’è Pip, uno sfortunato negretto pieno di significati.

Chi fa cosa

La trama è semplice: tutti cacciano balene. Cioè: il riassunto è semplice, cacciare balene non tanto. Vi sono una moltitudine di aspetti che influiscono su tale operazione rendendola difficoltosa, uno su tutti: alle balene non piace essere cacciate.

Chi ama chi

Qui le cose si fanno interessanti, anche perché non c’è una storia d’amore in questo libro, semmai il contrario. Ma ci proviamo.

Ismaele – ama il mare. La cosa presenta aspetti positivi in quanto il mare, generalmente, ricambia.

 Achab – ama un pensiero malato di vendetta, nonostante capisca la propria pazzia.

“Oh, ci fu un tempo che l’alba mi stimolava generosamente e il tramonto mi dava sollievo. Ora non più. Questa luce bella non illumina me; ogni bellezza per me è angoscia, perché non provo più gioia. So percepire il sublime, e mi manca la bassa capacità della gioia. Sono dannato nel modo più sottile e perverso, dannato in mezzo al paradiso!”

(Tramonto)

Moby Dick – ama farsi gli affari suoi. E chi può biasimarla?

Chi uccide chi

Anche qui ci sbrighiamo presto presto. Moby Dick fa fuori tutti, inclusa la nave, per mia somma gioia. Solo Ismaele si salva, serviva qualcuno che raccontasse la storia: “E sono scampato io solo per informartene.” (Giobbe – Epilogo)

Conclusioni

Che questo libro non sia solo una storia di caccia alle balene lo si sa. Che certe cose sembrino giuste in certi tempi è altrettanto appurato (salvo poi rendersi conto in tempi diversi che non lo erano affatto – solitamente quando è troppo tardi): infatti l’autore, fra le mille digressioni di varia natura che fanno la bellezza di questo libro, si preoccupa anche dell’impatto della caccia alle balene sulla specie, avanzando un’ottimistica previsione che ahimè, si rivelerà errata (i numeri presentati da una ricerca apparsa sul Marine Fisheries Review parlano di quasi tre milioni di balene uccise in cento anni – ne parla Focus in questo articolo). Che Achab sia un Amleto dei mari e che Melville abbia uno shakespeariano talento non può essere sfuggito ai più. In tutto questo però, un quesito mi resta oscuro come il cuore di Achab:

Se lui fosse riuscito a uccidere la balena, avrebbe trovato la pace?

La mia conclusione quindi è quella di Nietzsche:

Se guardi nell’abisso, l’abisso guarderà dentro di te.

Inoltre, come la calma profonda e apparente che precede e preannunzia la tempesta è forse più spaventosa della tempesta stessa, perché in realtà essa è solo l’involucro e la busta della bufera, e la contiene in se come il fucile apparentemente innocuo contiene fatalmente polvere, palla e scoppio; così il riposo aggraziato della lenza, quando serpeggia zitta zitta fra i rematori prima di venire messa effettivamente in funzione, è una cosa che contiene più terrore, veramente, di qualsiasi altro lato di questa pericolosa faccenda. Ma perché aggiungere altro? Tutti gli uomini sono avvolti in lenze da balene. Tutti sono nati col cappio al collo; ma è solo quando sono presi nella stretta improvvisa e fulminea della morte che si rendono conto dei pericoli muti, sottili, onnipresenti della vita. E se siete davvero filosofi, anche sedendo in una lancia baleniera non vi sentirete in cuore un briciolo di paura in più di quando ve ne state seduti, la sera, davanti al vostro fuoco, e avete accanto non un rampone, ma un attizzatoio.”

(La lenza)

Annabelle Lee