“L’ULTIMO UOMO” di Mary Shelley – trama e recensione
Mi sono chiesto più volte, leggendo questa lugubre distopia, quali dolorosi segreti si celassero nel cuore ferito dell’autrice. Una domanda retorica, la mia. Nonostante ne conoscessi già la biografia, mi stupivo continuamente delle tinte fosche che adombrano la sua narrazione.
Nel 1826, quasi dieci anni dopo aver immaginato “Frankenstein”, Mary Shelley immaginò la fine del mondo. Immaginò che agli sgoccioli del ventiduesimo secolo una terribile pandemia di peste sterminasse la popolazione mondiale, lasciando vivo e solo un unico esemplare: Lionel Verney, il protagonista.
Le cose belle:
Prima della catastrofe, i principali personaggi avevano avuto modo di assaporare la felicità. Una felicità che è ingenuamente identificata con l’amore ed è ornata da un romanticismo totalizzante. L’amore è infatti visto come una forza esogena travolgente (io non ne sono affatto convinto) che cattura i personaggi e li avvinghia a sé, senza lasciargli scelta o arbitrio. L’amore potrebbe riportare in vita un moribondo o uccidere qualcuno, in caso di delusione.
Ho deciso presto di perdonare queste esagerazioni teatrali: sono figlie del loro tempo, del tempo di Shelley, sono gli scossoni emotivi dello sturm und drang. Ma, a parte che sull’onnipotenza di Eros, ho dovuto chiudere un occhio sull’ipertrofia dell’Epos. Si lotta, in questo romanzo. Ci sono grandi battaglie, combattute con estremo senso dell’onore, con sprezzo del pericolo. La vita viene spesso deposta su un bel piatto d’argento, e chi vuole può prendersela. Anche l’amicizia viene idealizzata e spogliata di ogni doppiezza, opportunismo, malizia. Belle cose, se esistessero…
I personaggi di “L’ultimo uomo”
È possibile suddividere idealmente il romanzo in due parti. Nella prima vengono introdotti i “caratteri” e si descrivono le loro relazioni. Si costruisce una cerchia di amicizie solide, nascono rapporti idilliaci, tuttavia turbati dal malanimo di alcuni “cattivi”.
Lionel – è un giovane ardimentoso e aitante. Vive nascosto nella campagna inglese, cacciando di frodo nei territori della Corona poiché è povero. Suo padre era un damerino molto apprezzato a corte, ma cadde in disgrazia per via della propria sconsideratezza. Morì lasciando i figli in cattive ambasce;
Adrian – è l’uomo perfetto: giovane, bello, sensibile, intelligente, colto, ricco, magnanimo, saggio, lungimirante, illuminato… Devo continuare? Sarebbe lui l’erede al trono d’Inghilterra ma, accorgendosi che i tempi sono cambiati e che la società ha bisogno di democrazia, decide di rinunciare al trono e di agevolare l’instaurazione della repubblica. Soffre amaramente per un amore non corrisposto. Non lo supererà mai;
Pèrdita – è la sorella di Lionel. Non le basta avere un nome che non promette nulla di buono, per di più va a cercarsi i guai innamorandosi del personaggio più tormentato della combriccola. Ha un animo sensibile e delicato, ha pazienza, devozione, spirito di sacrificio. Anche troppo;
Raymond – è un grande condottiero, un guerriero formidabile e coraggioso. Ha ambizione, vorrebbe restaurare la neodefunta monarchia inglese. Ma rinuncia a tutto per amore di Pèrdita, accettando di fare il bravo maritino con la testa sulle spalle. Voi ci credereste? In ogni caso rimane uno spirito inquieto, un uomo irrisolto e incoerente, sempre in balia di pulsioni contrastanti. Ambivalente e indeciso per tutta la durata della storia;
Evadne – una che porta un nome così sofisticato non può che essere ricca, splendida, altera, fiera di se stessa e della sua condizione principesca, indisponibile a qualunque compromesso al ribasso. È lei a rifiutare Adrian, gettandolo nella disperazione. Sembrerebbe irraggiungibile come una stella fulgente, ma anche lei avrà modo di cadere al momento opportuno;
Idris – se cercate una brava moglie, puntate su di lei. È bella, ricca, dolce, sensibile, è priva di rancore. Sorella di Adrian, sposerà Lionel, il protagonista, uno spiantato inviso alla madre. Lo servirà e riverirà con pazienza, finché morte non li separerà. È tanto devota da far andare in bestia Rebecca Solnit, colei che ha scritto l’introduzione a questa edizione della Mondadori. La femminista Solnit rimprovera alla femminista Shelley di aver scelto dei personaggi femminili troppo pavidi e assoggettati. Rimprovera a una donna nata nel ‘700 di non aver avuto il coraggio di osare, di non aver inventato una virago inverosimile che scombussolasse il mondo morente di questa distopia, prendendosene la scena, a discapito del “solito” maschio. Rimprovera a colei che ebbe il coraggio di scrivere, quando erano in poche a scrivere, a colei che ebbe il coraggio di inventare ed innovare, quando si faceva ostruzione a ogni invenzione, di aver scelto un uomo per raccontare questa storia. L’ultimo dei mortali avrebbe dovuto essere una lei nei desideri di Solnit. Fu invece un lui, per scelta di Shelley, che volle fare un parallelismo con quella vecchia storia biblica riguardante Adamo, il maschio numero uno. Le rimprovera anche un sacco di altre cose che riguardano la vita, e non il romanzo, perché… è facile parlare con il senno di poi;
La Contessa di Windsor – la suocera peggiore che possa mai capitarvi. Oltre a snobbare tutto e tutti, pretenderebbe che i figli le obbedissero sempre. Delusa dalle loro ribellioni, si ostina a manifestare rancore, odio, cattiveria. Sarebbe stata lei la regina d’Inghilterra se suo figlio Adrian non si fosse ammalato di repubblicanesimo. Questa destituzione non fa che esacerbare i suoi difetti. Odia a morte Lionel e non accetta il suo matrimonio con la figlia Idris. Una vera strega.
Le cose brutte:
Nella seconda parte della storia avviene la catastrofe. Non è Dio a punire gli uomini, bensì la Natura. Uso volutamente l’iniziale maiuscola perché Mary Shelley immaginava la Natura come entità sacra, preposta al governo del tutto, artefice delle sorti del mondo. Il mondo può infatti continuare a esistere indisturbato senza la presenza dell’uomo. La peste uccide gli umani, non le bestie; miete vite, non piante; prosciuga sangue, non bacini lacustri. Il mondo continua a essere bellissimo anche quando tutti sono spariti. Non è questo lo scenario che oggi auspicano coloro che ripetono “meritiamo l’estinzione” a commento di ogni malefatta umana?
Vuoi vedere che Mary Shelley, oltre ad aver inventato la fantascienza fu anche precorritrice del panteismo naturalistico? Direi proprio di sì: l’autrice non credeva in nessuna divinità antropomorfa, ma dimostrava una religiosa deferenza nei confronti dei processi naturali e della loro bellezza. Tale fascinazione la portò ad auspicare letterariamente una rivincita della Natura sulla prepotenza umana. E peste sia, dunque…
“Si diceva che il 21 giugno fosse sorto un sole nero: un orbe delle dimensioni della nostra stella, buio, anche se chiaramente delineato, i cui raggi erano come ombre, si era levato a occidente; dopo un’ora aveva raggiunto il meridiano locale e aveva eclissato l’astro luminoso del giorno. La notte era scesa su tutte le nazioni, la notte, improvvisa, senza remissione, totale. Le stelle erano visibili, ma gettavano un bagliore insufficiente sulla terra totalmente immersa nell’oscurità. Presto il corpo opaco oltrepassò il sole e fu visibile in cielo a oriente. A mano a mano che calava, i suoi raggi corruschi incontravano quelli del sole, neutralizzandoli o distorcendoli. L’ombra delle cose assumeva forme strane e paurose. Nei boschi gli animali selvatici si spaventavano alla vista delle sagome insolite che si disegnavano sul terreno. Fuggivano in preda al panico in tutte le direzioni; e la gente era presa da sacro terrore di fronte a questo insolito avvenimento che “fece rovesciare leoni per le strade delle città”; uccelli, aquile dalle ali possenti, improvvisamente accecate, piombavano tra la folla nei mercati, mentre gufi e pipistrelli uscivano roteando a incontrare la notte prematura. A poco a poco la causa di tutti questi terrori sparì all’orizzonte, ma fino all’ultimo continuò a proiettare raggi tenebrosi nell’aria radiosa.”
Il tema di “L’ultimo uomo”
La solitudine:
È così che il romanzo diventa cupo, angoscioso, spaventoso. Delle tonanti note gotiche accompagnano progressivamente la narrazione, spegnendo ogni barlume di speranza. Non può esserci salvezza per l’umanità, non esiste remissione dei peccati.
Ma perché tutto questo? Perché tanta sciagura? Perché nessuna pietà? L’autrice aveva visto il male del mondo, lo aveva subito e lo aveva catalogato come insanabile. Persino quando descriveva scene di felicità non poteva esimersi dal circondarle di minacce impellenti. Shelley era come colui che, nato povero, è riuscito a far fortuna ma non sa scrollarsi di dosso la miseria. Dunque la vede in ogni angolo e non smetterà mai di temerla.
Shelley condanna il suo protagonista a restare solo. L’ultimo degli uomini, Lionel, è un alter ego di questa autrice geniale e incompresa (in vita), che doveva tenersi tutto dentro e poteva confidarsi solo con la pagina scritta. Ma Lionel è anche allegoria di qualsiasi altro uomo, che sarà sempre e fatalmente solo, qualunque sia il costrutto sociale che gli si crei intorno. Bella prospettiva, vero?
“Davvero la delusione è la dea posta a guardia della vita umana: siede sulla soglia del tempo non ancora nato e ordina gli eventi a mano a mano che le si presentano. Una volta il cuore mi batteva leggero in petto: la bellezza del mondo era ancora più bella, avvolta nella luce solare che irradiava dalla mia anima. Oh, perché amore e rovina vanno sempre uniti in questo lungo sogno mortale? Così che, quando apriamo il cuore per tendere una trappola al primo, che sembra un animale tanto docile, la sua compagna entra con lui e distrugge senza pietà quello che avrebbe potuto essere un focolare e un rifugio?”
Lo stile di “L’ultimo uomo”
Il lettore che non è sprofondato nel baratro della depressione potrà consolarsi con la grande bellezza di un classico. Potrà lasciarsi trasportare da una prosa elegante e descrittiva, intervallata da riflessioni lucidissime e impreziosita da innumerevoli citazioni classiche. L’autrice si divertì a innestare versi poetici e brani celebri nella chiosa dei periodi scritti di proprio pugno. Quanto lavoro ci sarà voluto per far quadrare il tutto!