Una storia di Natale
Doveva sbrigarsi, altrimenti sai che figura. Non aveva mai tempo, con tutte le beghe a cui doveva dar retta, per non parlare dell’ultimo caso di omicidio risolto, non senza fatica, dalla squadra mobile di cui era a capo da almeno dieci anni. Il vicequestore Valentina Rossi si era ridotta come al solito a fare i regali al pomeriggio della Vigilia di Natale, roba che per uno che abita a Milano equivale a buttarsi a braccia aperte direttamente nelle viscere dell’inferno. Gente dappertutto, code chilometriche alle casse, prezzi da capogiro. Praticamente, c’era da giocarsi la tredicesima. Uscì dalla Rinascente carica di borse e col portafogli leggero, tornò a piedi in questura e recuperò Lamù, affidata alle cure dell’affabile ispettore Moretti.
«Buon Natale», gli disse consegnandogli il pacchetto, nascondendo quella punta di imbarazzo che le saliva sempre quando lasciava trapelare, suo malgrado, comportamenti affettuosi che normalmente si affannava a nascondere dietro alla corazza. «E grazie per avermela tenuta», aggiunse, riprendendo il guinzaglio del cane che le saltellava intorno felice.
«Buon Natale, dottoressa, e si riposi. Ne ha bisogno, persino lei», rispose l’ispettore, poi la abbracciò avvolgendola col suo delicato profumo. Valentina ricambiò arrossendo, contenta del fatto che non la potesse guardare in faccia in quel momento.
Fece per salire in macchina quando il cellulare vibrò per un istante. Guardò lo schermo e aprì il messaggio in entrata:
“Stasera alle nove, PUNTUALE!”
Cavolo! Si era dimenticata della cena da suo fratello Gabriele, o meglio, si era dimenticata di prendere il vino per la cena di suo fratello Gabriele. Era compito suo. Trascinò Lamù fuori dal cortile della questura e puntò dritta verso l’enoteca in galleria Vittorio Emanuele II, facendo mentalmente il segno della croce all’idea di doversi immergere nuovamente in quel bagno di folla avida di acquisti. Percorse pochi passi sotto i portici e per poco non inciampò: Lamù aveva arrestato la marcia di colpo, piantandosi in mezzo al corridoio di marmo a gambe larghe.
«Cos’è, hai buttato l’ancora?» le chiese, contrariata. «Dai che siamo in ritardo. Si può sapere che c’è?»
Il cane voltò la testa dalla parte opposta alla galleria e si mise a uggiolare. Poi, manco fosse una locomotiva, iniziò a tirare in quella direzione.
Valentina la seguì suo malgrado. Pochi metri e qualche imprecazione dopo, giunsero a destinazione.
In un angolo del portico c’era Angelina, la senzatetto che spesso incontravano per strada. L’anziana era seduta sopra a un cartone, le gambe allungate sotto una coperta sgualcita, di un colore ormai indefinibile. Stringeva in mano una cartolina e continuava a fissarla come se ne fosse ipnotizzata.
Valentina sentì il cuore strizzarsi come una spugna. Altro che Vigilia di Natale, per tanti senzatetto quello era solo un altro giorno passato nell’invisibilità di una Milano che corre e che non ha mai tempo, se non per se stessa. Un tram con la pubblicità di un famoso panettone passò sferragliando lì vicino: “A Natale puoi…” La sagoma dell’anziana risultava illuminata a intermittenza dalle luci del maestoso albero della piazza che diffondevano gioia, ma solo per chi aveva il cuore sgombro da pensieri. A Natale puoi un bel niente, per quella donna.
«Ciao, Angelina», la salutò, temendo quasi di turbare quell’equilibrio di vita sospesa nel tempo.
La donna uscì dal torpore e la guardò con la maschera dalla solita gentilezza.
«Buonasera, dottoressa», rispose, aprendo le labbra in un sorriso che non arrivava agli occhi. «Ciao, Lamù», aggiunse e accarezzò il vaporoso pelo della cagnetta.
Lamù le leccò il naso e le si sedette vicino, con l’espressione serena di chi sente che vuol restare. Aveva raggiunto il suo scopo e in quel momento stava bene dov’era.
«Cosa guardi di bello?» Valentina cercò di scambiare due chiacchiere senza accennare al Natale e senza dare a intendere quanto fosse di corsa in quei pochi minuti che aveva a disposizione prima delle incombenze familiari natalizie.
Angelina la guardò di nuovo in faccia, e lei si chiese come fosse possibile che quelle rughe rendessero la sua espressione ancora più morbida.
«Cerco di star sveglia. Stanotte non posso addormentarmi», rispose.
Si trattenne dal chiederle se aspettasse Babbo Natale. Cosa può portare questa festività a chi vive per strada, se non un carico di ulteriore tristezza? Perché, nonostante tutti i giorni siano uguali, a Natale chissà perché è tutto amplificato. Si inginocchiò mentre Lamù si stendeva comoda lungo le gambe dell’anziana, lasciandosi accarezzare.
«Posso chiederti come mai, Angelina?»
«Perché magari torna. Mio figlio. Magari torna.» Voltò la stampa verso di lei, un leggero tremolio nella mano. Non era una cartolina, era la foto di un ragazzo. Una foto i cui colori sbiaditi restituivano l’immagine di un ragazzo moro, magro, infilato dentro pantaloni a zampa azzurri, sorridente, con le guglie del Duomo che spuntavano da dietro le spalle.
«Ci siamo salutati qui, era la Vigilia. Il giorno dopo doveva venire a pranzo da me, aveva il turno di notte, lavorava in Croce Rossa.» La vecchietta appoggiò in grembo la mano che stringeva la foto, come se pesasse troppo per le sue deboli articolazioni. Scrollò la testa lentamente, poi continuò con un sussurro. «Un incidente. Non è più tornato.»
Il vicequestore si sentì morire. Era già qualche anno che vedeva in giro quel donnino e si era sempre fermata volentieri a parlare con lei, quando poteva. Ma solo quella sera, con quell’atmosfera strana di luci intermittenti e freddo umido di nebbia, era venuta a conoscenza del perché quella persona intelligente, gentile e beneducata, fosse finita a vivere per strada.
Non seppe cosa rispondere ma buttò fuori una frase di getto:
«Angelina, mi terresti Lamù un attimino? Vado a fare una commissione e torno subito.»
Non le diede il tempo di rispondere, le piantò in mano il guinzaglio sperando che il cane non soffrisse di improvvisa nostalgia e non le corresse dietro trascinando la vecchietta come un aquilone.
Si voltò un attimo per controllare la situazione e le vide lì, distese una a fianco all’altra, con la clochard che la accarezzava e il cane che, per la prima volta, non aveva nemmeno accennato a seguirla.
Andò al reparto biancheria della Rinascente e comprò il piumone più caldo e morbido che avessero a disposizione, poi passò al ristorante Biffi.
«Dottoressa, che piacere vederla», la salutò il direttore, sempre ostentatamente ossequioso nei suoi confronti.
«Buonasera, Giovanni, ti devo chiedere un favore.»
Poco più tardi, uscì da lì con due borse di carta piuttosto ingombranti.
Tornò da Angelina con un sorriso spontaneo che non si sforzò di trattenere. Lamù approvò a modo suo, senza mollare la postazione e senza saltarle addosso con le sue feste sgraziate.
Valentina allargò la coperta sopra di loro e si accomodò a fianco alla donna, rimboccandosi il piumone colorato fin sotto al mento.
«Dottoressa, ma cosa fa?» chiese l’anziana sbattendo le palpebre come per mettere a fuoco meglio.
Lei si voltò e le riservò uno sguardo complice, cercando di trattenere l’emozione.
«Ti aiuto a stare sveglia.»
Dalle borse estrasse i contenitori di alluminio in cui era stipato, caldo e profumato, il famoso risotto giallo con l’ossobuco del ristorante Biffi.
Senza farsi vedere, tirò fuori il cellulare dalla borsa e inviò un messaggio a suo fratello.
«Stasera non posso, ci vediamo domani.»
Spense il telefono e restò lì con l’anziana, finché le campane non suonarono la mezzanotte. A quel punto Angelina strinse la foto del figlio al petto e chiuse gli occhi, sospirando.
Lei accarezzò Lamù e sollevò lo sguardo sulla Madonnina che si stagliava contro quel cielo buio e un po’ nebbioso. Una madre coraggiosa, che quella notte aveva donato al mondo il suo miracolo, senza chiedere nulla in cambio.
Sorrise e pensò che a Milano, quella notte, una madre stava vegliando un’altra madre.

di ELENA VARESI
Nota:
I personaggi sono liberamente tratti dal libro “Sotto la superficie” di Elena Varesi