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Un metro è troppo lontano – due amiche che si abbracciano

Un metro è troppo lontano

Immaginate di disegnare un cerchio intorno a voi, di tracciare una circonferenza attorno ai vostri piedi uniti, di chiudervi in un cilindro che abbia un raggio di circa mezzo metro. No, non vi sto chiedendo di imitare quel vecchio banchiere che millantava di poter disegnare una banca “attorno a te”. Si tratta di qualcosa di molto meno venale.
Dunque, siete chiusi in questo cerchio ed esso rappresenta i confini della vostra intimità. Il suo perimetro ha le prerogative del sacro, del non profanabile, di ciò che va difeso a ogni costo. Il suo perimetro rappresenta lo spazio antropico in cui si afferma la vostra persona. Nessuno dovrà violarlo senza averne esplicito consenso. Solo pochi eletti potranno accedervi e solo nelle occasioni che sceglierete esplicitamente. Poi tracciate un altro cerchio, concentrico, più ampio del primo. Ha un raggio di circa un metro e rappresenta il confine della vostra interazione sociale. Acconsentite affinché amici, parenti e conoscenti si avvicinino al bordo di questo secondo cerchio senza turbavi. Ma un estraneo? Uno sconosciuto? No, qualsiasi essere ignoto sarebbe da considerare un intruso se osasse travalicare questa seconda circonferenza. Per gli estranei serve un terzo cerchio, anch’esso concentrico ai precedenti, che abbia un raggio di almeno due metri. Fin lì ci possono arrivare, più vicino sarebbero molesti.

Foto credit: @Leopolda2011

Questa storia dei cerchi concentrici riguarda tutti, credetemi. Tutti delimitiamo idealmente lo spazio che ci circonda. Lo facciamo senza pensarci, automaticamente, come se fosse un riflesso incondizionato. È molto facile da dimostrare: che fate se state camminando su un marciapiede e vi accorgete che una persona sconosciuta vi viene incontro in direzione opposta alla vostra? Vi scostate. Il vostro è uno spostamento istintivo che serve a mantenere intatta la distanza “sociale” del terzo cerchio. E tutte le volte in cui questa distanza non si riesce a mantenere, vuoi per affollamento del luogo che occupate, vuoi per carenza di spazio, vi trovate a sperimentare la sensazione del fastidio. Non è piacevole trovarsi in rapporti ravvicinati con chi non si conosce, almeno allo stesso modo di come non è piacevole trovarsi in assoluta solitudine quando si desidererebbe di avere compagnia.

Ma chi stabilisce l’ampiezza media di ciascuno dei cerchi che ogni persona traccia idealmente attorno a sé? Sebbene si tratti di una decisione inconscia e “automatica”, essa non è prettamente personale, poiché sembra essere standardizzata e condivisa dalla società.
Tutte queste cose non me le sono inventate io, esiste una scienza che si occupa di studiarle. Si chiama prossemica. La prossemica vuole che lo spazio che interponete fra voi e le altre persone sia inversamente proporzionale al grado di confidenza che vi lega a esse. Sono queste delle leggi non scritte che tutti noi rispettiamo e che pretendiamo siano rispettate dagli altri. Lo spazio prossemico che vogliamo interporre fra noi e gli altri è, in realtà, un’estensione ideale del nostro io, è una forma di colonizzazione antropica che abbiamo la pretesa di portare a compimento in ogni situazione.

Certo, vi sono delle eccezioni. Ad esempio, io oggi avrei tanto desiderato che la mia sfera intima venisse violata dall’ignota signorina bionda che si trovava nel medesimo ufficio postale in cui mi sono recato. Ma lei non si è avvicinata a me e qualcosa mi dice che se fossi stato io ad accostarmi al più piccolo dei suoi cerchi invisibili sarei stato prontamente respinto. Prima di poter raggiungere, eventualmente, quella circonferenza, sono necessarie tutta una serie di forme di interazione sociale che vengono poste in essere per convenzione e che tutti noi accettiamo di buon grado, definendole “buone maniere”.

La prossemica, infatti, dipende notevolmente dalla cultura dominante e dal periodo storico considerato. Un paio di secoli fa, in occidente, sarebbe stato oltremodo sconveniente avvicinarsi più di tanto a una signora. Ancora oggi, in India vi sono delle regole fisse e molto rigide che “separano” gli individui appartenenti a diverse caste sociali (i paria devono stare ad almeno 39 metri di distanza dai bramini). Nei paesi dell’estremo oriente, per evidenti ragioni di affollamento e sovrappopolazione, sono accettate distanze più ravvicinate rispetto a quanto avviene in Europa.
Tornando alla nostra realtà occidentale, è curioso notare come le distanze prossemiche medie si siano progressivamente ridotte nel corso del ‘900, man mano che venivano meno i “vecchi” valori e i formalismi che caratterizzavano  la società del passato, così come è interessante prendere atto di quanto avvenuto durante la cosiddetta era cibernetica: internet ci ha reso tutti più “solitari” e ci ha certamente distanziato da un punto di vista fisico, privilegiando i contatti virtuali.

Foto credit @Lovethesparkle

 

Inutile dire che da un paio d’anni a questa parte la prossemica tradizionale è stata messa in crisi di nuovo. La pandemia ha acuito le distanze, ha allargato i cerchi, ha espanso il desiderio di spazio libero e “incontaminato”. In verità, ci è stata imposta una prossemica diversa, fissando un raggio calmierato di almeno un metro fra noi e tutti gli altri, senza fare distinzione alcuna fra le diverse categorie di “altro”. Nemmeno agli amici si potrebbe consentire un accesso più intimo, una deroga per avvicinamento sentimentale. No, non bisognerebbe fare sconti a nessuno, in virtù della salvaguardia della salute pubblica. Eppure, la salute privata – cioè personale – non va d’accordo con questo distanziamento coatto. A nessuno piace vivere discosto da tutti. Chiunque, prima o poi, manifesta il bisogno di interazione corporale. Toccare qualcuno ed essere toccati da qualcuno è un fabbisogno basilare che ci permette di prendere coscienza di noi stessi e del mondo. Se nessuno si avvicinasse a noi, ci sentiremmo dei reietti e questo minerebbe gravemente la nostra autostima, il nostro benessere, la nostra serenità. Toccare significa esistere, essere toccati significa valere. Chi ci sfiora ci prende in considerazione, chi ci accarezza ci dà valore, chi ci abbraccia ci dona importanza. E se noi tocchiamo qualcuno stiamo dando voce alla nostra anima, stiamo estrinsecando il suo bisogno di donarsi e di non rimanere vincolata in noi stessi.

“Quest’orrore della solitudine, questo bisogno di dimenticare il proprio io nella carne esteriore, l’uomo lo chiama nobilmente bisogno d’amare.”

(Charles Baudelaire)

Il motivo è che noi non ci bastiamo, non siamo “abbastanza”, non possiamo appagarci da soli. Perfino il più patologico dei narcisisti non trarrebbe gratificazione da se stesso se non ci fosse un contesto umano nel quale affermare la propria, millantata superiorità. Noi siamo qualcuno in funzione della considerazione che gli altri ci donano. E tale considerazione non può essere solo teorica, virtuale, vocale. La considerazione necessita di essere fattuale, dunque tattile. Ciò dimostra che il tatto è il senso che offre maggiore appagamento. E non si tratta di mero appagamento sensoriale, bensì di soddisfazione esistenziale. “Tocco, dunque sono”, avrebbe dovuto dire Cartesio. Ma lui non si preoccupava di alcun virus.

“Ha una sua solitudine lo spazio,
solitudine il mare
e solitudine la morte,
eppure tutte queste son folla
in confronto a quel punto più profondo,
segretezza polare,
che è un’anima al cospetto di se stessa:
infinità finita.”

(Emily Dickinson)

Ho notato che lo spazio prossemico dei bambini è molto diverso da quello degli adulti. Meno consapevoli dei pericoli del mondo e decisamente più istintivi dei cosiddetti “soggetti maturi”, sono bendisposti alle vicinanze. Spesso la loro prossemica si compone di un unico cerchio, dal raggio ridotto, che non si fa fatica a violare se ci si presenta con il miglior biglietto da visita: un sorriso credibile. Si tratta di un lasciapassare tanto più valido quanto più piccoli sono i cuori da conquistare. La prossemica infantile è intrisa di quella semplicità che accomuna solo gli ingenui. I bambini avrebbero tutto da temere, in un mondo così terribilmente adulto, anzi vecchio, eppure si muovono con molta meno circospezione di noi adulti. Le loro paure sono quasi sempre indotte, quasi mai innate, quasi certamente sanabili con il più semplice dei gesti: un abbraccio. Siamo sicuri che per essere degli adulti migliori non serva conservare una vena infantile? Una piccola, residuale sorgente di spontaneità e incoscienza che renda la vita meno fredda, meno calcolata e meno temibile?

Ora, se siamo tutti d’accordo con queste riflessioni, possiamo fare esercizio di sincerità e ammettere subito di aver sgarrato, di aver violato la regola del metro di distanziamento in questo periodo funesto delle nostre vite. Perché un metro è troppo “lontano” se ci separa da chi vogliamo bene. Mi rifiuto di credere che qualcuno di voi si sia attenuto scrupolosamente a questa regola inumana in tutte le occasioni, semplicemente perché il contatto è un diritto inalienabile e un bisogno imprescindibile. E se davvero qualche persona è riuscita per ben due anni a non sfiorare nessuno, allora questa persona deve andare in analisi perché ha dei problemi seri.

“Tutto il problema della vita è questo: come rompere la propria solitudine, come comunicare con gli altri.”

(Cesare Pavese)

Inoltre, tutta la sofferenza e le limitazioni di libertà che ci sono state imposte per via della pandemia potrebbero fornirci lo spunto ideale per riflettere sul distanziamento che stavamo mettendo in atto, già da prima, con l’ausilio di internet. Se è vero che si riesce ad apprezzare realmente il valore di qualcosa solo quando la si perde, allora il divieto di avvicinarsi alle persone dovrebbe indurci a riconsiderare la (pessima) scelta della virtualità sociale. Frequentare di presenza una persona cara è un’attività non surrogabile mediante supporti cibernetici. Forse non ce n’eravamo accorti…

Pur riconoscendo la validità delle argomentazioni che hanno portato all’introduzione del distanziamento personale, io non l’ho rispettato in tante occasioni. Non l’ho fatto perché la paura di contrarre il virus non superava il desiderio di interagire con chi mi sta a cuore. Eppure ho notato che in pubblico, negli spazi aperti, negli spazi condivisi con estranei, anch’io ho temuto gli avvicinamenti degli altri. Anch’io sono stato attento a rimanere discosto dagli sconosciuti. Ma non l’ho fatto con gli amici. Si tratta, chiaramente di un comportamento irrazionale perché, da un punto di vista clinico – anzi virologico – chiunque può fungere da vettore del virus. Ma un certo meccanismo inconscio – e del tutto privo di fondamento – stabilisce che ci sia meno rischio ad avvicinarsi alle persone care, piuttosto che agli estranei. Questo istinto quasi irrefrenabile dimostra come l’emotività prevalga sulla logica (e addirittura sull’istinto di conservazione).

“Ciò che sfugge alla logica è quanto v’è di più prezioso in noi stessi.”

André Gide

Dunque, ho sperimentato in prima persona una delle innumerevoli contraddizioni dell’essere umano: il bisogno di starsene in disparte, la necessità di avere uno spazio proprio si manifesta contemporaneamente alla voglia di essere avvicinati, di interagire in modo tattile con pochi eletti.

“Come un gas, l’anima tende ad occupare la totalità dello spazio che le è accordato”

Simone Weil

Ma non tutte le volte in cui mi sono avvicinato a qualcuno dei miei affetti ho notato la reciprocità di intenti che mi aspettavo. Qualcuno si è irrigidito, qualcun altro si è timidamente allontanato… Perché lo hanno fatto? Me lo sono chiesto più volte senza giungere a una conclusione certa. Se il mio schema di pensiero è valido, ovvero se è istintivo considerare le persone care meno “pericolose” nel veicolare il contagio, allora significa che chi si è scostato da me non nutre la medesima considerazione che io manifesto nei suoi confronti. E se invece non è così, cioè se la mia ipotesi non è generalizzabile, ma è solo frutto del mio personale temperamento, allora vuol dire che coloro che hanno mantenuto le distanze da me sono stati semplicemente più “responsabili” e razionali di me. Oppure sono stati solo più pavidi, più ipocondriaci, più fobici. La loro paura era superiore al bisogno di interazione personale?

Non credo. O meglio, l’istinto mi dice che non è così. E siccome a un certo punto della mia vita ho deciso di razionalizzare meno e di dare più ascolto al mio istinto – per il semplice motivo che le mie sensazioni istintive si sono sempre rivelate più veritiere e affidabili di qualunque elucubrazione io potessi fantasticare – allora ho sperimentato un nuovo strumento di misurazione della sincerità affettiva. Potrei chiamare questo strumento “metro prossemico”, dunque stabilire che chi ricambia in pieno il mio affetto è ben disposto a violare le disposizioni anti-contagio al momento di salutarmi, ma così ne limiterei l’utilizzo alle contingenze attuali. Invece, io voglio un metro valido per ogni epoca, per ogni evento e per ogni circostanza. Per questo motivo, scelgo di basarmi sulla reciprocità.

Ora, se mai ho avuto una certezza nella mia vita costellata di dubbi, essa è presto detta: Nessun rapporto umano può prescindere dalla reciprocità. Qualunque tipo di relazione si intrattiene con gli altri, essa deve avere carattere biunivoco. Altrimenti non funziona. Altrimenti va presto in malora. È così per l’amicizia, che non può essere unilaterale, per ovvi motivi; è così per l’amore, che se fosse a senso unico si trasformerebbe in un malessere autodistruttivo per colui che lo manifesta senza essere ricambiato; ma è così anche per l’odio, perché se io nutrissi il peggiore malanimo possibile nei confronti di qualcuno a cui, ad esempio, risulto essere del tutto indifferente, allora starei solo sprecando energie (negative). Se odiassi chi non mi odia starei combattendo un nemico demotivato, quindi la mia eventuale vittoria sarebbe poco onorevole, così come la mia sconfitta avrebbe il sapore acre della beffa. Prendendo a esempio i personaggi della letteratura, come sono solito fare, potrei citare Eurialo e Niso, che nell’Eneide rappresentano una simbiosi amicale perfetta. Fra loro vi è un costante scambio di cortesie reciproche, nonché simmetria affettuosa. Potrei citare Jay, il protagonista de “Il grande Gatsby, che si intestardisce ad amare una Daisy civettuola e indifferente. Questo sentimento unilaterale ha solo conseguenze negative per il protagonista. Infine potrei citare “Il conte di Montecristo”: se il malanimo del protagonista non fosse scaturito dall’astio, altrettanto cocente, che i suoi nemici gli avevano manifestato prima della sua ingiusta prigionia, allora la sua meritata vendetta non avrebbe avuto i contorni epici, karmici e “provvidenziali” che la contraddistinguono.

“Ama chi t’ama, ed accostati a chi ti s’appressa;
dona a chi dona, e a chi non dona, non donare:
si dona a chi dona, e a chi non dona non si dona
.”

(Esiodo)

La parola reciprocità deriva dall’aggettivo latino “reciprocus”, a sua volta composto da due i due avverbi recum = avanti e procum = indietro. Dunque, ciò che poni avanti, che doni, deve in qualche modo tornarti indietro. Questo non significa che bisogna tenere una contabilità sentimentale e che bisogna soppesare ogni gesto e ogni azione compiuta verso gli altri o ricevuta dagli altri. Sarebbe la forma più becera di utilitarismo. Non serve, quindi, pareggiare i conti a ogni costo. Serve, piuttosto, verificare di non essere l’unica sorgente di sentimento da cui si attinge in due. Basarsi sulla reciprocità significa prediligere la sincerità dei rapporti, capire quanto del bene fatto potrebbe potenzialmente esserci restituito perché dall’altra parte c’è un sentimento di ugual misura, una stima altrettanto forte, un abbraccio similmente caloroso.

Basandomi sulla reciprocità, ho stabilito che quel guizzo affettuoso che mi porta a invadere il metro che ci separa da tutti è stato, a volte, azzardoso. È stato speso male, sprecato in favore di mancata corresponsione. Ciò mi è bastato per capire, per verificare quello che diversamente non avrei saputo testare. Lungo quel metro ho riscontrato ciò che era reciproco e sono riuscito a distinguere ciò che era mutuo da ciò che era unilatero.
Ovviamente tutto questo non significa che coloro che non si sono avvicinati a me spontaneamente non possano essere classificati fra gli amici, non significa che in loro non ci sia stima nei miei confronti, e soprattutto non significa che questa mia valutazione possa essere proposta come “misura” delle relazioni umane nelle circostanze attuali. E, a dirla tutta, molte volte sono stato io a mantenere le distanze da chi non mi va tanto a genio, sfruttando la scusa del pericolo di contagio per starmene sulle mie e per tenere lontani gli scocciatori.
Il punto è che i mancati abbracci di questi nostri giorni possono essere usati come esempio di asimmetria emotiva. Sono uno spunto da cui partire per riflettere su quanto argomentato.

Quando sentiamo il bisogno di un abbraccio, dobbiamo correre il rischio di chiederlo.”

Emily Dickinson 

La conclusione di tutto questo non può che essere un invito alla spontaneità, non può che essere una richiesta di soccorso all’emotività positiva, che oggi rischia di scomparire nella folla delle paure – più o meno razionali – e sempre fomentate da una realtà che ci rende divisi, distanti, lontani, solo perché non sappiamo coglierla nella sua interezza, solo perché siamo troppo miopi per accorgerci di quanto sia fallace, da che mondo è mondo, ogni “politica isolazionista”.
Ma in questa conclusione non può mancare l’invito all’ottimizzazione di ogni risorsa emotiva. Il nostro passaggio sulla scena del mondo è troppo breve per sprecarlo inseguendo chi non ci viene mai incontro. È bene abbracciare solo chi ci raggiunge a metà strada.

 

Orazio C.