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Le memorie di Adriano - trama

Le memorie di Adriano – trama e recensione

Da dove iniziare? Forse dal timore che provo nell’accingermi a scrivere questo articolo – già a lungo rimandato per la stessa ragione. Timore di cosa, dite? Vi accontento subito:

“Capolavoro assoluto.”

“Il più bel libro che io abbia mai letto.”

“Questo libro mi ha cambiato la vita.”

“Una Yourcenar superlativa.”

No, non sono commenti da bar. Beh, ma che dico, dovrei frequentare come minimo quello del Pimodan per sentire certi discorsi, quindi niente bar. Quello che intendevo è che non sono commenti da ultimi arrivati (e metterebbero timore anche se lo fossero), ma da lettori forti, gente navigata e che naviga fra e dentro libri di qualsiasi genere. La pressione era alta ancora prima che leggessi Le memorie di Adriano, figuriamoci ora che intendo espormi al riguardo!

Marguerite Yourcenar

Per quello che mi riguarda, Marguerite Yourcenar non è “soltanto” una scrittrice di altissimo livello. Marguerite Yourcenar è archeologa, ricercatrice, geografa, detective, storica e chissà quanto altro ancora. Quello che più mi ha colpito leggendo questo libro non è stato lo stile letterario – anche se la scrittura di Marguerite è fluida come il Nilo, poetica e sognante – ma la sua caparbietà nella ricerca della “verità”. Una verità tagliata per il libro, s’intende, che fa sì che il racconto di Adriano sia un intricato puzzle risolto alla perfezione, con immediata percezione di leggere una storia se non vera, di sicuro veritiera. E, visto che è storia antica (in tutti i sensi), questa capacità della Yourcenar è sbalorditiva.

Poi leggo i suoi Taccuini di appunti, il racconto di come prende forma e vita questo libro, e questa sensazione di superwoman che la Yourcenar mi trasmette si acuisce. Concepito dal 1924 in poi, il libro ha visto la luce soltanto nel 1951, dopo innumerevoli revisioni, riscritture, abbandoni e, appunto, incessanti ricerche. Si comprende dunque l’immane sforzo nel dare forma a questo libro che oserei definire “semplice”, quando la semplicità (di lettura, di comprensione, di raffigurazione) nasconde la titanica complessità della sua realizzazione.

La trama di Le memorie di Adriano

Presto detto – lo si capisce già dal titolo –, il libro narra la vita di Adriano. Adriano chi, dite? Neanche io ce l’avevo ben presente, cioè sì: imperatore romano, il mausoleo di Adriano (che ho scoperto soltanto in seguito essere Castel Sant’Angelo) o Villa Adriana, a Tivoli (Largo Marguerite Yourcenar, nel caso) e più o meno è finita così. Devo averlo anche visto da qualche parte (come statua, s’intende) – in verità ho visto anche Antinoo, ma non sapevo chi fosse –, ma la mia conoscenza è finita lì. È interessante pensare come le figure storiche sembrino così lontane da noi, così astratte… Eppure moltissime delle cose di cui disponiamo oggi sono dovute a loro, alla loro esistenza così incredibilmente pregna di capacità. D’accordo: c’è pure chi è diventato figura storica senza avere alcun merito. Ma non è il caso di Adriano.

Adriano chi, dicevamo. Publio Elio Traiano Adriano, regna sull’impero romano nel secondo secolo d.C. È Adriano stesso, giunto in età avanzata (leggi 60 anni) e malconcio – ma la prende con filosofia: “Dire che ho i giorni contati non significa nulla; è sempre stato così; è così per tutti noi” –, che narra la sua storia. La narrazione avviene attraverso le lettere che invia a un giovanissimo Marco Aurelio, suo nipote di adozione. Anche questa scelta, di raccontare gli eventi in prima persona, denota il granitico intento dell’autrice nel realizzare un’opera realistica e realista.

Il libro è diviso in vari capitoli dai significativi titoli in latino e ripercorre la sua vita cronologicamente: nato nella Penisola Iberica, appassionato di cultura greca studia ad Atene, si distingue nelle lunghe ed estenuanti guerre daciche sotto Traiano, sposa la nipote dell’imperatore, va di nuovo in guerra contro i Sarmati, ha un’idea fissa: diventare imperatore. Ci riesce.

I volti di Adriano

Pur essendo questo un libro “semplice”, non lo stesso posso dire di Adriano. Ma non siamo forse tutti noi, essere umani, complesse creature? Adriano di certo lo è.

Adriano filosofo

Come già accennato, Adriano ha una vera passione per la cultura e la filosofia greca. Tutta la sua vita è volta all’elevazione dello spirito, ma non uno spirito immortale, poiché non credeva all’oltre – e forse per questo ancor più determinato a riuscirci. Diversa in base alla sua età, la ricerca filosofica è una costante nella sua vita, eppure Adriano non si accontenta (ah, ma lui non si accontenta mai) di raggiungere le vette del ragionamento sofistico, lui s’impone di applicare la teoria nella sua vita quotidiana. E ci riesce, anche in questo caso. Vi do un esempio, casomai voleste prendere spunto:

“Ma la conquista nella quale ho impegnato tutto me stesso — la più ardua — è stata quella della libertà di assentire. Io volevo lo stato in cui ero; durante gli anni in cui dipesi dagli altri, la mia sottomissione perdeva il suo contenuto amaro, e persino indegno, se mi adattavo a considerarla un esercizio utile. Ciò che avevo, ero stato io a sceglierlo costringendomi soltanto a possederlo totalmente, e ad assaporarlo quanto più possibile. I lavori più aridi li eseguivo agevolmente, solo che mi sforzassi a prenderci gusto. Se un soggetto mi ripugnava, ne facevo argomento di studio; avevo l’accortezza di ricavarne motivo di gioia. Di fronte a un caso imprevisto, o disperato, un’imboscata, un fortunale — una volta prese tutte le misure concernenti gli altri — facevo del mio meglio per rallegrarmi del caso, per godere dell’imprevisto che mi si offriva, e l’imboscata o la tempesta s’inserivano senza fatica nei miei progetti o nei miei sogni. Persino immerso nella sciagura più tremenda, ho percepito l’istante in cui lo sfinimento le sottraeva un poco del suo orrore, in cui la facevo mia accettando di accettarla.”

Adriano imperatore

In questa veste, Adriano è a dir poco assoluto. Intelligente (e non potrebbe essere altrimenti), attento, intuitivo, lungimirante, imperturbabile e molto più, Adriano regna da vero Cesare. Un Cesare impegnato a far fiorire l’immenso regno fino ai suoi angoli più remoti invece di cercare ostinatamente di ingrandirlo ancora. Un Cesare che attua moltissime riforme economiche e militari. Un Cesare che non lascia nulla al caso, che si occupa degli schiavi, dei soldati tornati dalle guerre e dei gladiatori. Astutissimo, capisce presto che non può regnare senza aiuto e si circonda di validi esperti. La Roma di Adriano vive tempi d’oro.

Adriano soldato, poi stratega

Forte della sua disciplina filosofica, affronta la guerra con la determinazione del leader. Ossia colui che prima dà l’esempio, poi gli ordini. Si adatta agli ambienti più spartani, non si lamenta mai, considera che quello che viene richiesto ai suoi uomini deve poterlo fare anche lui in prima persona (aah, quante similitudini con la politica moderna…). Comprende che è meglio evitare spargimenti di sangue, ragiona con lungimiranza, non insegue una gloria immediata e passeggera, ma una pace duratura e costruttiva. Davvero alternativo.

Adriano e la magia

In assenza di religione, ci si arrangia con la magia. Pur non credendo all’oltre, Adriano era alla ricerca di altro.

“Una parte di ogni vita umana, persino di quelle che non meritano attenzione, trascorre nella ricerca delle ragioni dell’esistenza, dei punti di partenza, delle origini. La mia incapacità di scoprirle mi fece inclinare a volte verso le interpretazioni magiche, mi indusse a ricercare nei deliri dell’occulto ciò che il senso comune non mi offriva. Quando tutti i calcoli astrusi si dimostrano falsi, quando persino i filosofi non hanno più nulla da dirci, è scusabile volgersi verso il cicaleccio fortuito degli uccelli, o verso il contrappeso remoto degli astri.”

Adriano uomo

Questa è per me la parte più difficile. Ovviamente non potevo non subire anch’io il fascino di Adriano così come chiunque abbia letto questo libro e non è un conteggio fra pregi e difetti quello che intendo fare (non sono mica Dio), eppure… Un retrogusto amaro c’è. La questione è complessa e il giudizio dietro l’angolo (ma non avevo detto di non essere Dio?!). Farò del mio meglio.

C’è sempre un prezzo da pagare. Qualsiasi scelta si faccia, qualsiasi strada s’intraprenda, c’è sempre un prezzo. Nessuna genialità, nessuna eccelsa capacità è immune alla rinuncia. E la rinuncia (obbligata) di Adriano è il sentimento. Ambizioso oltre ogni dire, Adriano ha da subito chiari i suoi obiettivi: Roma, di conseguenza, l’impero. Con determinazione e precisione chirurgica compie i suoi passi, sempre calcolati, sempre attenti. Non può permettersi debolezze, non può rischiare di fallire, la meta è alta, il destino, da lui stesso tracciato.

Adriano è colto, ma apprezza l’altrui cultura attraverso il prisma dell’utilità. È filosofo, disserta sull’ascetismo eppure conclude con le abbuffate. Si sforza nell’essere giusto, con un debole per la caccia. Ricerca la pace, ma come risultato, non come ideale: “La pace era il mio traguardo, ma non il mio idolo; e persino la parola “ideale” mi spiace, perché troppo lontana dal reale.” Mentre scrivo queste riflessioni, mi viene in mente che forse la Yourcenar nella sua immensa bravura lo ha fatto apposta per umanizzare un personaggio altrimenti meno credibile. Inoltre, sono anche prevenuta. Diciamo che la partecipazione di Adriano a far fuori i miei antenati non aiuta a dissipare il velo di egocentrismo in cui lo vedo avvolto.

Poi c’è l’amore. O meglio: non c’è l’amore. Adriano non sa amare. Antinoo ama lui, ma lui non ama Antinoo. Non può permettessero, immagino. Lo capisce dopo la morte del giovane fanciullo e se ne dispera, non si dà pace, si tormenta all’inverosimile. A quanto pare, nella vita tocca sempre rinunciare a qualcosa.

I tempi di Adriano

Niente di nuovo sotto al sole, nemmeno 2000 anni dopo. Le macchinazioni di palazzo, le congiure, i tradimenti, la brama di potere, i propri interessi…

Le atmosfere di Adriano

Oltre alla complessa figura dell’imperatore, un altro personaggio che mi ha molto colpito in questo libro è la terra. Terra intesa come luoghi, posti lontanissimi da Roma – specie se ci andavi a cavallo –, eppure così fedelmente rappresentati da poterli vivere insieme al personaggio. Dai boschi scuri di germaniche terre ai paesaggi gelati della Dacia, la Britannia e la Penisola Iberica fino al soffocante caldo misto alla sabbia dell’Asia Minore. Danubio, Reno, Bosforo, Eufrate: la Yourcenar è assolutamente superlativa in rapide ma bellissime descrizioni che in qualche modo mi sono parse come cornici immortali alla mortalità.

Conclusioni

Le memorie di Adriano è un libro che non può essere raccontato. È un libro che, così come tutti i libri che si rispettino, deve essere letto. Soltanto in seguito ha senso parlarne. E non per fare una “recensione” – come se qualcuno potesse davvero recensire realisticamente qualcosa –, ma per scoprire quello che ha portato in noi. Per me è stato questo: nonostante tutto, “Cerchiamo di entrare nella morte a occhi aperti”.

 

Annabelle Lee