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Rebecca, la prima moglie

Rebecca di Daphne du Maurier

Il libro scritto da Daphne du Maurier – nome bellissimo, fra l’altro – è quello che chiamano una gothic novel, suppongo per le atmosfere cupe, l’aleggiare degli spiriti, i rumori sinistri che echeggiano intorno alla grande dimora… Vi smorzo subito l’entusiasmo: tutto questo è solo nella romantica testolina un po’ naif della protagonista, protagonista di cui non ricordo neanche il nome, in quanto completamente eclissata dalla prima moglie, Rebecca, appunto. Lei è persino nel titolo, difficilmente si può scordare.

La giovinezza è una qualità che raramente ci si accorge di avere

La nostra protagonista – voce narrante della storia – è giovane, giovanissima e oltremodo romantica. Combinazione pericolosa, per il più delle volte. Orfana, gira il mondo di fine ‘800 come dama di compagnia per un’insulsa signora che sta perfezionando una più che ottima capacità di rinfacciarle ogni cosa. A Monte Carlo, fra scenari lussureggianti e tormenti interiori tramutati in quasi realtà, la giovane conosce Maxim de Winter, una ventina di anni meno giovane di lei, tenebroso, fascinoso, ombroso e – temo di aver finito gli aggettivi desinenti in oso – ricco inglese (detto così sembra 50 Sfumature) di cui, inevitabilmente, s’invaghisce. Lui ombroso lo è per davvero: rimasto vedovo di Rebecca, la prima moglie, appunto – stupenda amazzone, regina delle feste, squisita padrona di casa, nonché inarrivabile bellezza –, pensa bene di confondere la nostra già non molto acuta protagonista, chiedendola in moglie.

Se Rebecca non fosse un romanzo dalle sfumature dark (nell’accettazione purista del termine), si potrebbe pensare a una storia di quiproquo volutamente arrangiati ad arte per poter ridere alle spalle della protagonista. Non è così. È la protagonista stessa a tessere nella sua testa un’immagine della realtà che mi porta a concludere anzitempo e sconsolatamente che le cose che immaginiamo non sono quasi mai reali.

Sviluppi

I novelli sposi ritornano in patria, a Manderley, la tenuta da sogno di Max, dove intendono godersi finalmente la meritata felicità. Da subito però la protagonista si lascia nuovamente catturare dalla sua indole sognante che, questa volta, le si ritorce contro. Mentre il marito è occupato a non dire mai niente e a diventare sempre più ombroso, lei vaga per le stanze, per i prati, per le colline e per le spiagge – tutta roba sua, ormai –, immaginandosi Rebecca dappertutto. La casa le pare intrisa della sua presenza, le stanze profumano di lei, i cani le vanno incontro ogni volta che qualcuno entra nella stanza, la carta da lettere ha il suo nome sopra: Rebecca, Rebecca, ovunque Rebecca, la prima moglie. Più intelligente, più bella, più capace nel mandare avanti la casa, più raffinata… Tutto questo mentre la nostra eroina diventa sempre più scialba, più spaurita e più debole. Il colpo di grazia le viene dato dalla governante della casa, la signora Danvers, devotissima alla defunta, che non fa altro che alimentare i suoi timori, sminuendola ogni qualvolta ne ha la possibilità.

La riflessione quasi obbligata è sul potere della suggestione e sulla debolezza di carattere del personaggio che si riscatta sì, ma il suo è un riscatto tardivo, a un prezzo molto alto. Infatti, neanche a riscattarsi riesce da sola, è la certezza dell’amore che le dà la forza di mostrarsi coraggiosa, ma lei non lo sa. Lei si sente finalmente libera, l’amore ha vinto su tutto, può guardare avanti.

È veramente così? Si è liberi davvero quando condizionati da un sentimento?

La storia finisce (oppure inizia) con un colpo di scena clamoroso, Hitchcok ne ha fatto un film da due Oscar e, secondo i rumors, a breve esce una nuova serie su Netflix con due stupendi attori, Lily James e Armie Hammer.

Note a margine: l’autrice di questo romanzo è un personaggio che meriterebbe un romanzo a sé, ma, se ci è concessa una certa leggerezza nel parlare di libri, non lo stesso è per le vite altrui.

Annabelle Lee