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Quando i libri parlano (anche) di cibo


Salva fatta la promessa di approfondire l’argomento – che merita davvero – in un più complesso articolo (Il cibo nella letteratura), per ora voglio soffermarmi sullo squisito piacere che si ricava dai libri che regalano non soltanto la possibilità di vivere un’altra vita nel leggerli, ma anche di sentire il sapore del cibo offerto da questa vita.

“Due o tre giorni prima le tre zitelle con Nina la cameriera avevano sgusciato noci, nocciole, mandorle e pinoli, tagliato le bucce d’arancia per la canditura, spezzettato datteri e fichi per i buccellati fatti in casa. Per l’immancabile sfincione c’era stata la pelatura e l’affettatura delle cipolle, che poi sarebbero state appassite nell’olio verde di campagna e quindi cotte nella salsa di pomodoro imbottigliata nell’estate appena trascorsa. E non poteva mancare il ragù per fare gli anelletti al forno, e la pasta coi broccoli arriminati che piaceva tanto ai nipoti. Il menù iniziava con un tripudio di antipasti: tuma, primintìo, caciocavallo, olive e salumi vari da mangiare col pane casereccio preparato dai contadini di Beddarìa. E, dopo i primi, rollò di carne imbottita e purè di patate. Tutte le imbottiture vennero cucinate due giorni prima, poi un giorno prima la preparazione delle farine per paste dolci e salate, in modo che il giorno stabilito bisognasse rifinire dolci e primi e cucinare solo la carne e le patate.”

(tratto da “La miglior parola è quella che non si dice” – secondo volume della saga di Maria Samoná, prossima pubblicazione di Entheos Edizioni)

Quando i libri parlano di cibo e il cibo parla dei personaggi

Immergersi nei profumi, assaporare gusti sconosciuti, farsi inebriare dai sapori di pietanze esotiche o profondamente ancorate nella tradizione regionale: questo è il potere del cibo nei libri. Ma il cibo nei libri non ci porta soltanto a conoscere nuove ricette o gusti mai provati, ci fa anche capire il carattere dei personaggi che lo assaggiano.

Così, ci ritroviamo a pranzare insieme a Maigret di Simenon mentre prova a portare a capo un’intricata indagine: il commissario è un uomo semplice, ama mangiare nelle osterie o trattorie (bistrot – perché in francese è tutto più chic) e ama mangiare cose semplici, cucinate in modo semplice: arrosto di maiale con lenticchie, fricandò, zuppa di cipolle gratinate (o soup à l’oignon gratinée, per l’appunto. In questo articolo troverete la deliziosa ricetta).

Da un commissario all’altro, dalla cucina francese – che, forse, di pretenzioso ha solo il nome – a quella siciliana, colma di calura e gioie per il palato. E se Maigret prediligeva i piatti di terra, il nostro Montalbano è famoso per la sua passione per i spaghetti al nero di seppia o le polpettine di neonata, pure lui però estimatore dei profumi della terra, anche se di mescolanze più esotiche come quelle arabe o greche. E allora assaporiamo la caponata di melanzane e il cous-cous alla trapanese, o la pasta ‘ncasciata o quella con le sarde. Se poi dal libro volete passare a tavola, eccovi la nostra ricetta letteraria della pasta con le sarde! Da mangiare in silenzio, con vista mare.
I nostri commissari sono uomini tutti d’un pezzo, hanno bisogno di un cibo senza fronzoli, eppure elaborato nella sua semplicità, proprio come le loro indagini.

Di tutt’altro genere si ciba Proust, che fa indagini sull’anima – notoriamente più leggera –, e allora assapora madeleine e non la finisce più di parlarne (lo facciamo pure noi in questo articolo). D’altronde, queste sono indagini che non si chiudono mai.

Ne Il Gattopardo di G. Tomasi di Lampedusa anche il cibo è di rappresentanza: si è nobili, tocca apparire, le feste sono sontuose, le tavole apparecchiate scenograficamente, i cuochi si prodigano in  elaborazioni culinarie mentre i commensali apprezzano, lambiti però ognuno dai suoi pensieri.

In Moby Dick si va a caccia di balene e si mangia zuppa di molluschi:

“Ma quando la zuppa fumante arrivò, il mistero – di come una vongola potesse sfamare un uomo – fu piacevolmente svelato. Oh! amici cari, statemi a sentire. Era composta da piccole e succulente vongole, non più grandi di una nocciola, mescolate a gallette, a maiale salato tagliato a pezzettini! il tutto condito con burro e abbondantemente insaporito con sale e pepe.”

Credit@lacuocaignorante

Se semplici marinai vi sembrano incapaci di un qualunque pensiero di spessore, ebbene, sappiate che la profondità del mare ispira oltre la finezza di qualsiasi nobiltà, e un piatto di zuppa di molluschi offre un paio di riposte a domande esistenziali che neanche la meglio cena di rappresentanza al palazzo ducale.

Letteratura e cibo

Leggere e mangiare, due intimi piaceri da coltivare con attenzione: da entrambe ci si deve congedare con ancora un po’ di fame. E se, come notava Ludwig Feuerbach, “siamo quello che mangiamo”, lo stesso dicasi della lettura. Ecco quindi che forse c’è un nesso  fra la digeribilità di Ulisse di James Joyce e i gusti del suo personaggio:

“Mr. Leopold Bloom mangiava con soddisfazione gli organi interni di bestie e volatili da cortile. Amava la densa zuppa di frattaglie, ventrigli speziati, un cuore arrosto ripieno, fegato a fette impanato e fritto, uova di merluzzo fritte. Più di tutto amava i rognoni di montone ai ferri, che regalavano al suo palato fine un sentore di urina lievemente odorosa”.

Per concludere

Non si può vivere senza mangiare – non a lungo, perlomeno –, tuttavia si può vivere (benissimo) senza leggere. Quello che non si può fare senza la lettura è mangiare la zuppa di molluschi di capitan Achab, o partecipare al pranzo di nozze di Monsieur Bovary, così come non si potrà mai ricordare il profumo di certe madeleine mai assaggiate.

“I libri pesano tanto: eppure, chi se ne ciba e se li mette in corpo, vive tra le nuvole”
Luigi Pirandello

 

Annabelle Lee

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