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Le famose sconosciute: Sylvia Beach, una libraia coraggiosa

Sylvia Beach
Photo@ndbooks.com

Beach – il cognome sognante

Spiaggia. Doveva piacerle, il suo cognome, alla signorina Beach, quando era solo un’adolescente che fantasticava sul proprio futuro e, magari, riempiva di firme diari e quaderni. Come se il semplice atto di reiterare il proprio nome potesse donargli lustro. Forse le evocava ricordi di vacanze al mare e di tuffi liberatori nell’oceano atlantico. Anche se, data l’epoca nella quale è vissuta, l’avranno certamente costretta ad andare in spiaggia alquanto vestita. Se solo avesse osato indossare un costume vero e proprio, cioè smanicato, scollato e scosciato, allora qualche integerrimo agente yankee della buoncostume l’avrebbe prontamente multata: “Signorina Beach, in spiaggia non ci si può presentare seminude. È una mancanza di decoro. Deve seguirmi in centrale!”

Invece, il nome che i genitori le avevano dato, Nancy, non le piaceva affatto. Per questo motivo, decise presto di cambiarselo in Sylvia, ma non ci è dato di sapere il perché. Quello che sappiamo, invece, è che nacque nel 1887 a Baltimora, New Jersey. Fu partorita in una casa parrocchiale. No, non si tratta di una storia scabrosa, dovuta alle licenze di lussuria di qualche incauto prelato. E la suddetta nascita non turbò in alcun modo le coscienze puritane della tarda epoca vittoriana. È solo che Sylvia Beach era figlia di un pastore presbiteriano e di una povera disgraziata costretta al beghinaggio per il solo fatto di discendere da un’intera generazione di chierici. Il suo retaggio culturale era, pertanto, molto limitato, oltremodo bigotto, e piuttosto opprimente. C’erano tutti gli elementi affinché lei stessa diventasse una monachella, ma un avvenimento cruciale e provvidenziale la salvò da tale mesto destino. Tutta la famiglia dovette, nel 1901, trasferirsi a Parigi perché il padre era stato nominato assistente presso la Chiesa Americana in Parigi. A soli 14 anni, Sylvia venne catapultata dalla provincia nordamericana, culturalmente piuttosto acerba, nella fervente e illuminata capitale francese. Ne subì inevitabilmente il fascino e l’influsso culturale. Anche se, dopo soli cinque anni, dovette tornarsene in America, a causa di un nuovo incarico del padre presso Princeton, il suo legame con la Francia era ormai diventato indissolubile. La vitalità dell’ambiente parigino l’aveva segnata per sempre e il suo orizzonte culturale si andava progressivamente allargando, emancipandola dalla propria famiglia. Divenuta una donna adulta, invece di consacrare la propria vita a Dio, come forse i genitori avrebbero gradito, Sylvia la consacrò ai libri e alla letteratura. Lesse molto, intensamente, famelicamente, febbrilmente e si appassionò allo studio. 

Parigi – fascino senza tempo

Nel 1916, all’età di 29 anni, il richiamo della douce France si fece talmente forte da costringerla al ritorno. Intendeva studiare letteratura francese. Era ormai una donna adulta, che aveva abbondantemente superato la cosiddetta “età da matrimonio” e, sebbene disponesse già di una dote di 3000 dollari, fornitale dalla previdente madre, non aveva alcuna intenzione di usarla per mercanteggiare con qualche pretendente e poi contrattualizzare la più classicdelle unioni coniugali. Non ci pensava proprio a soffocare tutte le sue aspirazioni per dedicarsi ai ruoli di moglie e madre. La sua famiglia sarebbero state le pagine dei suoi adorati libri.
Se, negli anni ’20 del secolo scorso, aveste potuto passeggiare lungo la rive gauche parigina, avreste certamente incontrato una ragazzona mora americana, piuttosto alta ma non procace, castigata in abiti austeri, intenta ad aggirarsi per le librerie del posto. Avreste notato il suo volto spigoloso, ma non per questo sgradevole, la sua pettinatura corta e moderna, in relazione ai tempi, i suoi occhi scuri, infossati dietro gli zigomi prorompenti. Occhi severi e profondi, ma anche appassionati e determinati.

Paul Emile Becat
Ritratto di Sylvia Beach

Chissà se, vedendola, avreste potuto immaginare che, in capo a pochi anni, sarebbe diventata non solo un’imprenditrice di successo, ma una tra le più nobili mecenati, e una stimata intellettuale. Una donna fuori dal suo tempo, libera, visionaria, illuminata. Una donna – permettetemelo – “eterna”, in quanto capace di comprendere e diffondere il valore eterno della letteratura e di impegnarsi nell’eternare le opere letterarie di cui divenne promotrice.
Forse oggi il suo ruolo è stato dimenticato ma, negli anni ’30, Sylvia Beach era un punto di riferimento per un gran numero di personaggi senza tempo. Ve ne cito solo alcuni: André Gide, Ezra Pound, Ernest Hemingway, Francis Scott Fitzgerald, Gertrude Stein, Man Ray e James Joyce. Quest’ultimo le doveva molto, perché fu lei a pubblicare in Francia il suo “Ulysses” in lingua originale e tradotto in francese, quando era assolutamente bandito negli USA e nel Regno Unito.

Sylvia Beach e James Joyce
Photo@NewYorker

A quanto pare, però, il bizzarro autore irlandese disdegnava sia la punteggiatura che la riconoscenza perché, dopo poco tempo, firmò un contratto con un altro editore e lasciò la Beach in pessime ambasce finanziarie.

Un percorso costruttivo

Le superò e proseguì decisa nel suo intento. Non si era accontentata di diventare una semplice libraia, volle essere la protettrice della letteratura di inizio ‘900, volle essere un’editrice e un’autrice lei stessa.
C’è da dire che tutto questo sarebbe dovuto accadere a New York, secondo i suoi piani originari. Ma i costi della metropoli americana erano davvero proibitivi per lei. Pertanto, dovette ripiegare su Parigi e, mi sento di dire, che questa scelta fece la sua fortuna. Perché, probabilmente, la ferocia del nascente capitalismo liberista americano, certamente non priva di una buona dose di misoginia, avrebbe potuto schiacciare, a forza di cinismo e aridità, la sua idea imprenditoriale e condannarla all’insuccesso. La mite atmosfera parigina e la maggiore apertura intellettuale furono il contesto ideale per la realizzazione dei suoi scopi. Non ci fu mai alcun matrimonio per lei e la dote venne investita nella fondazione della libreriaShakespeare and company. Una libreria americana nel cuore di Parigi, ornata da una coloratissima insegna e arricchita dalla passione e dalla dedizione della fondatrice. Vi si poteva comprare i testi o prenderli in prestito, dietro pagamento di un modesto nolo. Questa formula fu vincente, dato che erano pochi coloro che potevano permettersi l’acquisto di un volume. Nella libreria di Sylvia trovarono un punto d’approdo tutti i pellegrini della letteratura americana che sbarcavano a Parigi e, più in generale, un gran numero di intellettuali di lingua anglosassone. La loro assidua frequentazione arricchiva di idee e sogni quel posto di ritrovo, rendendolo un prezioso rifugio.

La libreria “Shakespeare and Company”
Photo@Princeton


Tutto questo poté realizzarsi solo dopo che Sylvia fece l’incontro più significativo della sua vita. Appena arrivata per la seconda volta a Parigi, con ancora addosso l’uniforme da studentessa, entrò nella libreria di Adrienne Monnier. Conobbe la proprietaria, una ragazza grassoccia e bionda, di quattro anni più giovane di lei, e con gli stessi interessi letterari. Iniziò a frequentare sempre più spesso il “negozietto grigio” della Monnier e lì fece amicizia con André Gide e tanti altri autori. Si rese conto che in città vi era una vera e propria colonia di intellettuali americani “fuoriusciti” e decise di sfruttare l’occasione. Negli anni 20, gli stessi Stati Uniti che oggi gonfiano il petto quando si pronuncia il termine “libertà”, adottavano una politica di ferma censura contro la libertà d’espressione, vietavano la pubblicazione di molte opere e, in tal modo, costringevano i giovani autori a espatriare per trovare un ambiente consono alle loro aspirazioni.
La libreria “Shakespeare and Company ebbe molta fortuna nei primi anni della sua fondazione ma, dopo lo scoppio della Grande Depressione, iniziarono i problemi. Sylvia Beach si trovò sul punto di chiudere l’attività. Furono i suoi più affezionati clienti a salvarla. André Gide si fece promotore di un’iniziativa di soccorso e fondò un club di lettori. I membri del circolo pagavano una quota fissa di 200 franchi all’anno per poter frequentare la libreria e usufruire del servizio di noleggio dei libri. Dopo soli due anni, la situazione era migliorata e l’attività era salva.

Epilogo

Poi però arrivarono i nazisti e non ci fu nulla da fare. Nel 1941, l’occupazione tedesca della Francia, fu oltremodo repressiva verso gli ambienti culturali, per motivi assolutamente intuibili. Sylvia subì numerose intimidazioni, fu minacciata dal fuoco col quale i nazisti avevano sempre combattuto i libri. Si vide costretta a chiudere la libreria e, per salvarne i tesori, li nascose in un appartamento disabitato, lì vicino. Chiuse la porta a doppia mandata, lasciando i volumi silenziosi a prendere polvere e se ne separò con dolore, mentre veniva condotta in un campo di concentramento tedesco. Per fortuna, essendo una prigioniera politica, fu sottoposta a un trattamento meno oltraggioso di quello che era riservato a giudei e zingari, e non incontrò la morte. Quando venne liberata, tornò a Parigi, ma non ebbe più la forza di riaprire la libreria. Si dedicò alla scrittura di un memoriale, nel quale si trattano gli aspetti più interessanti della vita culturale parigina fra le due guerre. Rimase a Parigi fino alla sua morte, avvenuta nel 1962, non prima di aver subito un tremendo dolore. C’è infatti un altro aspetto della sua vita che è essenziale trattare per comprendere appieno il carattere anticonformista e disallineato del personaggio. Sylvia Beach era omosessuale. Per oltre trent’anni intrattenne una relazione con la persona che influenzò maggiormente la sua esistenza, quell’Adrienne Monnier che le aveva aperto le porte della rive gauche e ispirato l’idea della promozione culturale. La loro relazione si concluse tragicamente nel 1955, a seguito del suicidio della Monnier.

Sylvia Beach e Adrienne Monnier
Photo@sentieristerrati.org

Oggi a Parigi si trova una libreria dal nome “Shakespeare and company”. Si tratta di un’attività diversa, aperta negli anni ’60 da un imprenditore americano e dedicata proprio alla memoria della Beach. Proprio in questi giorni, inoltre, ricorre il centesimo anniversario della fondazione della celebre libreria.

La libreria “Shakespeare and Company” oggi
Photo@afar.com

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