“La bestia umana” – recensione
“La bestia umana” di Émile Zola, pubblicato nel 1890, è il diciassettesimo romanzo del ciclo dei Rougon-Macquart. Ambientato nella Francia di fine XIX secolo, in piena Terza Repubblica, il romanzo riflette le tensioni sociali e i cambiamenti tecnologici dell’epoca. In questo contesto, Zola esplora i temi dell’ereditarietà, del determinismo sociale e della brutalità che giace sotto la patina della civiltà.
Con il suo stile naturalistico, caratterizzato da descrizioni minuziose e un approccio quasi scientifico all’analisi dei personaggi, Zola dipinge un quadro spietato della natura umana. Lo fa in modo magistrale, senza risparmiare alcuna emozione, senza imbellettare alcuna situazione, senza clemenza per i personaggi. Tutti. Dai protagonisti, perché secondo me non ce n’è uno solo; Jacques è quello che fa da cartina tornasole, ma non si può metterlo su un piedistallo e renderlo unico fulcro del romanzo.
Jacques Lantier è comunque una figura di spicco nella narrazione; un mezzo di Zola per veicolare e incanalare il significato di “bestia”, per poi allargarlo a tutti i personaggi. Nessuno escluso. Nessun essere umano si salva, mentre la Bestia a vapore, il treno, rimane spettatrice inerte di fronte alle azioni sempre più spregevoli degli umani che trasporta.

La trama di “La bestia umana”
La storia è ambientata principalmente lungo la ferrovia Parigi-Le Havre, dove lavorano molti dei protagonisti. Jacques, macchinista di treno e discendente della famiglia Rougon-Macquart, soffre di un disturbo mentale che lo spinge a provare un impulso irrefrenabile verso la violenza, specialmente contro le donne. Questo conflitto interiore è uno dei temi principali del romanzo.
“Portava dentro di sé il male ereditario, quella lenta successione di attentati alla vita, che risalivano al primo delitto, al primo furto commesso nei boschi, quando gli uomini vivevano come lupi.”
Altri personaggi chiave sono Séverine, una giovane donna intrappolata in un matrimonio infelice, e suo marito Roubaud, capostazione a Le Havre. La loro relazione complessa e le azioni che ne derivano sono cruciali per lo sviluppo della trama. Marito e moglie diventano complici di un omicidio al quale assiste casualmente Jacques; da questo esecrabile incontro si intrecceranno le loro esistenze fino alla completa distruzione.
Il concetto di bestia trova qui la sua massima espressione, nell’ereditarietà genetica della famiglia di Jacques e nel peso che questa ha nella sua esistenza. Un male impresso nei geni e che si tramanda di padre in figlio e si quieta solo nella sua libera manifestazione. Il povero ragazzo tenta di soffocare questa pulsione, che lui stesso percepisce a livello atavico; nel suo modo di agire soffre questa maledizione e nello stesso tempo cerca redenzione nell’amore e nella dolcezza di Séverine.
“In fondo all’uomo c’è sempre la bestia originaria; si ha un bel reprimerla, essa rinasce, ritorna alla superficie.”
I temi di “La bestia umana”
“La bestia umana” è un romanzo potente e inquietante, in cui Zola affronta con brutalità e realismo i lati più oscuri della natura umana. La storia, intrisa di violenza e disperazione, si sviluppa in un crescendo di tensione, fino a un tragico epilogo. Al momento della sua pubblicazione, il romanzo suscitò scalpore per la sua cruda rappresentazione della violenza e della sessualità, ma fu anche ammirato per la sua potenza narrativa e l’acuta analisi sociale.
“Jacques, con la mano sul regolatore, non smetteva di spiare la via, attento ai minimi segnali. Dopo una curva, scorse in lontananza il segnale avanzato della stazione di Barentin. La velocità era ancora di circa ottanta chilometri all’ora, e continuò a rallentare. Incessantemente, il suo sguardo saltava dal manometro alla via. Tuttavia, in quella notte limpida, in quella solitudine, assalito ancora una volta dal suo incubo, tormentato dal bisogno di gettare giù dalla locomotiva il fuochista e di massacrare i passeggeri che dormivano dietro di lui, senza che nessuno potesse saperlo, non cessava di voltarsi verso Pecqueux, la cui presenza lo infastidiva. La sua follia assassina lo riprendeva, come una crisi improvvisa di una malattia inguaribile. Aveva sofferto troppo, aveva represso troppo; bisognava che la bestia fosse soddisfatta. Se avesse ceduto all’impulso delle sue dita, che si contraevano con il desiderio di afferrare, strangolare e abbattere, avrebbe agito senza volerlo, al di fuori di sé, spinto da qualcun altro, dall’altro che a volte sentiva in sé. Le sue idee diventavano confuse, non vedeva più che un fumo nero dove roteavano delle scintille; e, in quel nulla, tutto a un tratto, la breccia si aprì, egli fu travolto. Per nulla al mondo avrebbe lasciato il regolatore; non si sarebbe mosso, rigido, la faccia immobile. Era come se stesse assistendo agli atti di un altro, in un grande chiarore abbagliante. L’altro aveva afferrato Pecqueux alla vita e lo stava gettando giù dal predellino, senza sforzo; poi, avendolo sotto di sé, gli schiacciava il cranio contro una traversa. Fine, era finita; l’altro risaliva, riprendeva la sua posizione, le mani sul regolatore. Ma il treno correva.”
L’opera colpisce per la sua crudezza e per la capacità di Zola di descrivere l’umanità in modo spietato e senza illusioni. Il protagonista Jacques è una figura tormentata, prigioniera di impulsi che non riesce a controllare, e rappresenta una critica alla nozione dell’uomo come essere razionale e civilizzato.
“Ucciderlo, Dio! Con quale diritto? Se una mosca gli dava fastidio, la spiaccicava con una sberla. Una volta un gatto gli era finito tra le gambe e lui gli aveva spezzato la schiena con un calcio, senza volerlo a dire il vero. Ma quell’uomo, un suo simile! Gli toccò riprendere daccapo tutto il ragionamento per provare a se stesso il suo diritto all’omicidio, il diritto dei forti che divorano i deboli da cui sono infastiditi. Era lui, a questo punto, a essere amato dalla moglie dell’altro, lei stessa voleva essere libera di sposarlo, di dare a lui i suoi beni. Si trattava solo di rimuovere l’ostacolo, semplicemente. Quando due lupi si incontrano nel bosco, se c’è una femmina, non è il più grosso a sbarazzarsi dell’altro, prendendolo alla gola? E anticamente, quando gli uomini si riparavano al pari dei lupi in fondo alle caverne, la femmina più desiderabile era di chi, nel branco, sapeva conquistarla con il sangue dei rivali, no? Ma allora, se questa era la legge della vita, toccava ubbidirle, senza tanti scrupoli inventati dopo per la civile convivenza.”
Il treno e la ferrovia rimangono simboli atti a esprimere il contrasto tra il progresso tecnologico e l’involuzione morale. Come se la civilizzazione della specie portasse quest’ultima più velocemente verso la sua disfatta e verso l’assecondamento della natura di “bestia” e non di essere senziente. Questo tema ha influenzato profondamente la letteratura successiva, ispirando opere che esplorano il lato oscuro del progresso tecnologico.
“E quel treno che passava in piena notte, lanciato a tutta velocità, di cui non si sapeva né da dove venisse né dove andasse, sembrava uscire dal mistero per precipitarsi verso l’ignoto. Nessuno lo vedeva, nessuno lo incontrava in quella corsa al destino; passava, in un fragore di tempesta, seminando dietro di sé la paura. Era come il ferro e il fuoco, una forza cieca lanciata attraverso le tenebre, una bestia d’apocalisse che trasportava, in un rimbombo di tuono, non si sa quale carico umano, ansioso di arrivare. E il treno continuava a correre, si allontanava e scompariva, sempre con lo stesso movimento, meccanico e senza pietà, ignaro di ciò che trascinava, di quei vagoni pieni di soldati, di operai, di borghesi, di donne che dormivano. Nel silenzio pesante della campagna addormentata, questa fuga precipitosa, questo lungo grido che si propagava di miglio in miglio, propagava il lamento di una umanità sofferente, l’orrore di quel qualcosa di spaventoso che nessuno ha mai visto arrivare e che sempre, di giorno e di notte, come un fulmine, passa nel fragore e nella fiamma.”

L’aspetto sconvolgente riguarda soprattutto l’espandersi di questa immoralità a tutti i personaggi, non solo nell’espressione massima dell’omicidio, ma anche nella menzogna più bassa, nel condannare sempre e comunque il comportamento umano “borderline” e non al servizio di una società in cui l’apparenza diventa unico veicolo dell’esistenza umana. La fame di denaro, la sete di vendetta, l’egoismo, la poca empatia, la voglia di emergere, la rispettabilità sono tutte leve per solleticare la grettezza dell’uomo – o della donna – senza alcuna possibilità di redenzione. Non c’è alcun sollievo, non c’è requie per l’animo. La disfatta si rivela come intrinseca manifestazione dell’agire umano, senza salvezza alcuna.
“Tutti andavano alla loro destinazione fatale, trascinati dalla pesante macchina del destino.”
Riflessioni su “La bestia umana”
A dire il vero, vorrei tanto non essere d’accordo con Zola, lungimirante e schietto, in questa sua disamina – sempre attuale – dell’agire umano e della sua decadenza, ma il mondo qui fuori dalla mia porta non sa smentire, se non in rari ed effimeri casi, questa teoria. Sembra quasi che il male debba per forza essere liberato affinché si raggiungano potere e progresso, quando questi non sono altro che soffi di vento sull’eternità dell’anima. Azioni fini a se stesse e senza continuità, un circolo vizioso che cambia abiti, ma resta fisso nel suo movimento a spirale, un’involuzione ammantata di benessere e splendore per accecare la vera essenza, celata in fondo all’anima e bloccata da una “genetica” fallace, che anela la luce e la redenzione imperitura.
Ho amato questo romanzo così intenso e disturbante, estremamente cupo sia nelle descrizioni degli ambienti e del clima, sia esso estivo o invernale, che nelle caratterizzazioni dei personaggi, queste poliedriche e ben delineate con un giusto equilibrio tra buio e luce, fino alla caduta di una sorta di spada di Damocle che ne trancia di netto la luce e fa emergere un’oscurità talmente nera da soffocare il lettore in una morsa ferrea e distruttiva.
Mi continuo a chiedere come possa aver fatto il nostro Zola a essere così maestoso, così inarrivabile e unico; a dire il vero invidio un talento così assoluto da rendere ogni ulteriore lettura meno importante o meno piacevole. Nel suo soffocare la speranza ha saputo scrivere un romanzo magnifico e profondo, che tocca apici di bellezza difficilmente raggiungibili.
“E che cosa importava il resto? C’erano sempre stati dei lupi, e ce ne sarebbero stati sempre: questo non impediva al mondo di andare avanti. Forse che la fame, il desiderio, l’interesse non bastavano a far muovere le moltitudini umane? Macchine lanciate a tutta velocità in piena notte, cariche di carne da cannone, di carne da piacere, di carne da dolore. Non si fermavano mai, portavano il lavoro infinito, la lotta eterna, la corsa alla morte che ricomincia senza sosta, per creare la vita e per crearla migliore. E lui, preso in questo ingranaggio, misero atomo trascinato nell’onda di un prodigioso insieme, si ribellava contro tutto, voleva fermarlo… No! no! la morte era vana, la vita era necessaria. E la grande macchina continuava, attraverso lo spazio, in mezzo ai corpi stritolati, al sangue versato, per l’avvenire lontano di felicità di cui godrebbe l’umanità futura, quando si sarebbe infine liberata del suo peso di miseria.”
La traduzione di Daniele Petruccioli merita una menzione speciale. Riesce a catturare magistralmente lo stile di Zola, mantenendo la crudezza e l’immediatezza della prosa originale senza sacrificare la fluidità della lettura in italiano. È un lavoro che rende giustizia all’opera originale, permettendo al lettore italiano di immergersi pienamente nell’universo creato da Zola.
Noi umani abbiamo un dono: la parola. Questo meraviglioso talento sta andandosi a spegnere lentamente tra chat improbabili, abbreviazioni di stile e di linguaggio. Si deve leggere in fretta, imparare in fretta, agire in fretta e lasciare che la lingua si impoverisca, in modo tale da non avere più i mezzi per esprimere se stessi, per comprendere se stessi e per poter distinguere tra bene e male.
Stiamo diventando in tutto e per tutto delle bestie umane. In questo senso, “La bestia umana” di Zola rimane un’opera di straordinaria attualità, un monito sulla fragilità della civiltà e sulla persistenza dei nostri istinti più primitivi. La sua lettura, oggi come allora, ci spinge a riflettere sulla natura umana e sul delicato equilibrio tra progresso e barbarie.
La bestia umana di Émile Zola (ed. BUR Rizzoli) – Traduzione di Daniele Petruccioli
Giorgia Golfetto
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