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Il non perdono

Perdonare. Un esercizio filosofico proibitivo per un cuore ordinario. Nella mediocrità di un comune muscolo cardiaco, uno di quelli che non sono ammantati di nobiltà, si celano ferite mai rimarginate. Accanto ad esse è indicato il nome dell’autore, a perenne ricordo del torto subito. Il responsabile del malestro, l’antagonista, il feritore può diventare bersaglio di odio, vendetta, disprezzo o biasimo. Né avrebbe più diritto di fluttuare all’interno del cosiddetto “cerchio dell’amicizia”. Sta all’offeso decidere se tale ostracismo sarà temporaneo o perpetuo, in base alla sua disponibilità a perdonare il torto subito. Il riferimento è ai torti e alle sgarberie di un certo spessore, al vilipendio che ferisce la dignità di chi ne è oggetto, non alle inezie e alle incomprensioni che quotidianamente minano la già volatile condizione dei rapporti umani. Un tempo credevo fosse superfluo specificare ciò che è ovvio, ma nell’odierna miseria intellettuale, tanto ricca di pretestuose polemiche, sono costretto a ricredermi.
Lo scopo del mio ragionamento è dunque valutare l’opportunità di scusare o tollerare un grave torto patito, intraprendendo quello che dovrebbe essere un percorso catartico.

Ma comincerei col chiedermi: “Perché bisognerebbe perdonare chi ci ha recato offesa?” I saggi, o i presunti tali, dicono che l’atto del perdono costituirebbe un grande gesto di altruismo e, oltretutto, darebbe maggiore beneficio al perdonante che al perdonato, dal momento che il primo si libererebbe di un peso. Ebbene, potrete anche tacciarmi di cinismo ma ho sempre pensato che l’unico modo per liberarsi di un peso sia quello di mettersi seriamente a dieta.
Queste menti “elette”, che propongono il condono delle colpe attribuite all’offensore, non mi hanno mai convinto. Prima di tutto, vorrei tanto vederli protagonisti della filosofia che professano, cioè vorrei vedere in che modo passerebbero sopra a certe meschinità. In secondo luogo, gli farei notare che se perdonare volesse dire essere altruisti, allora non avrebbe molto senso incentivare il perdono dicendo che esso apporta tanto benessere allo stesso offeso. In tal caso, infatti, il perdono sarebbe “interessato”. E noi sappiamo bene che l’altruismo deve per definizione essere scevro di tornaconti personali!
Una volta ho letto un libro, anzi un librone, scritto da uno di quelli che, a un certo punto della loro vita, si lasciano crescere barba e capelli e vanno a vivere in montagna. Il librone diceva che perdonare significa vincere, dimostrarsi superiori alla controparte e rimanere in pace con se stessi. Beh, io non sono d’accordo. Voglio farmi portavoce della mediocrità spirituale di tutti coloro che non riescono a perdonare e che non si sono mai sentiti meglio tutte quelle volte che ci hanno provato. Io e questa moltitudine di rancorosi tormentati pensiamo, invece, che perdonare significa assoggettarsi all’offesa. Pensiamo che condonare il male ricevuto significa venire meno al sacrosanto dovere di rispettare se stessi, significa umiliarsi, significa decostruire quella componente di sano orgoglio che tiene in piedi la personalità di un individuo. Addirittura osiamo spingerci oltre ed affermare che nel perdono potrebbe esserci una componente esiziale: la connivenza con l’offensore. Quest’ultima ve la devo spiegare meglio, lo so. Procedo con un esempio. Ho un amico che è stato tradito dalla fidanzata. Anzi, diciamola come si deve, è stato cornificato alla grande e senza ritegno. Dopo un breve periodo di tribolazione, ha deciso di perdonare la fedifraga. Tutt’ora convive con la suddetta, in maniera apparentemente felice. Nell’annunciarmi la sua scelta altruistica, mi disse: “Anche i più grandi uomini hanno avuto i loro problemi sentimentali: Napoleone con Giuseppina, Giulio Cesare con Cleopatra, il re Minosse con Pasifae… Inoltre, io ho voluto perdonare la mia ragazza perché ritengo che un momento di debolezza possa capitare a chiunque. Io non l’ho mai tradita, ma non sono così sicuro che avrei resistito se ne avessi avuto l’occasione.”
Dunque, tralasciando la prima affermazione, che mi sembra proprio una excusatio non petita e suona tanto come quella patetica giustificazione di coloro che dicono “ma tanto fanno tutti così!”, non ho potuto fare a meno di rilevare un’ammissione di debolezza nelle sue parole. La parte lesa giustifica l’offendente e vi fraternizza mentre riconosce di non essere immune alle tentazioni. Penso che si tratti solamente di un sofisma o di un ragionamento forzato che miri non tanto a giustificare la fedifraga, quanto piuttosto la propria debolezza sentimentale. Né mi pare ci sia stata alcuna vittoria in questo caso.

Sì, sì, già le sento le voci dei “perdonisti”. Le sento sbraitare in coro contro di me, il distruttore dei loro propositi utopistici. Le sento affermare con un puntiglio altezzoso che il mio amico, grazie al perdono, ha salvato la sua relazione e la felicità di entrambi. Ebbene, io controbatto dicendo che tale presunta felicità si basa su un compromesso al ribasso, sull’accettazione di una madornale mancanza di rispetto e sull’abbattimento di quelle che erano le pretese iniziali ed imprescindibili di una relazione sincera. Non ci può essere felicità laddove c’è perdita di dignità.
Ah, come urlano, come strepitano i perdonisti incalliti! Come insistono nell’elencare le conseguenze funeste del rancore, dell’astio, del malanimo covato ad oltranza. D’accordo, il rancore è deleterio. È un sentimento venefico, che fa stare molto male e che può avere pessime conseguenze. Ma faccio notare che il rancore nasce comunque dall’autostima, certamente dall’orgoglio, e che è una forza caratteriale propulsiva. Una persona razionale, una persona “matura” può fare buon uso del rancore. Potrebbe usarlo come coadiuvante alla propria forza di volontà. Potrebbe incanalarlo fra le energie positive e sfruttarne l’impeto. Il rancore, in tal modo, fornirebbe volontà ed energia per un cambiamento, un miglioramento personale, un’evoluzione positiva dell’essere: Sono arrabbiato perché mi è stato fatto del male, detesto ed allontano il responsabile, ma uso la rabbia come fonte di forza attiva. La catalizzo dentro un progetto di vita. La rabbia mi aiuta a reagire (positivamente) e a realizzare un proposito che non avevo ancora avuto il coraggio di intraprendere.
Scacco matto, signori perdonisti. C’è una cura anche per il rancore.
L’esempio di perdono che ho voluto riportare è uno dei tanti casi nei quali l’offeso scende al livello dell’offendente e si riconosce nella sua amoralità (o, se preferite, nella semplice scorrettezza), pur di non rimettere in discussione se stesso, pur di non affrontare il cambiamento che il mancato perdono imporrebbe. Sono convinto che molto spesso si perdoni per codardia, oltre che per connivenza, e che tale atteggiamento non comporti nulla di positivo per il protagonista del pasticcio e per la sua vittima. Insomma, ritengo che una certa intransigenza sia più che necessaria. Direi che è doverosa, anzi. Verso chi? Verso se stessi. Siamo così sicuri che mantenere rapporti amichevoli (o relazioni amorose) con chi non ha mostrato rispetto nei nostri confronti sia giusto? Non sarebbe meglio allontanarsi dalle persone negative e punirle con la nostra assenza?
Ho il timore che il perdono possa essere, piuttosto spesso, uno sfoggio retorico di magnanimità oppure una malcelata debolezza. Ho paura che dietro ad esso possa nascondersi la vanagloriosa ambizione di mostrarsi magnanimi e “superiori”, oppure il tentativo socialmente rispettabile di porre rimedio al terrore della solitudine, che tanto attanaglia l’uomo.

I saggi (ancora loro!) specificano che perdonare non significa dimenticare e che la magnanimità del perdono non rimuove dalla memoria il torto subito. Grazie tante – risponderei io – in caso contrario, si tratterebbe di amnesia. E poi c’è un’altra cosa che mi indispone di questo insopportabile “io ti perdono ma non dimentico!”: lo specificare che la memoria del torto si mantiene intatta suona, al contempo, come un monito e come un vanto. Nel primo caso fungerebbe da deterrente per un’eventuale recidiva; nel secondo caso si tratterebbe di qualcosa di molto simile al ricatto. Il perdonante ascrive un credito a suo favore e l’ingiunzione di pagamento consisterebbe nella velata pretesa che il perdonato si dimostri cordiale e rispettoso in futuro: “comportati bene, ché già ti ho perdonato una volta…”
Insomma, non mi piace per niente. Non ci vedo nulla di sincero e disinteressato. Se perdono deve esserci – e ribadisco che le motivazioni del dover perdonare mi risultano più fallaci che deboli – esso sia totale, esso sia sincero e privo di rimandi al passato. Non ci vedo niente di nobile nell’atto di rinfacciare le cose. Poi, non so voi, ma io sono stanco di questa continua promozione della bontà, di questo insistente incoraggiamento alla magnanimità. Noto (o sospetto) che la bontà finisce per essere più un’ostentazione che una sincera attitudine. Essere buoni, o apparire tali, è diventato un vezzo. Come nel caso del perdono, mi sorge spontaneamente il dubbio: perché bisognerebbe essere buoni?
Io ritengo che sarebbe meglio essere giusti, prima di tutto con se stessi. Io promuovo la giustizia anziché la bontà. Se rinnego la cattiveria, al pari di quanto fanno i “saggi”, non abbraccio la loro bontà oltranzista. Viva la misura! Viva la ponderazione! Viva la giustizia! E ben vengano le punizioni, ove necessarie.


Certo, mi si potrebbe chiedere cosa sia giusto e cosa no, e mi si potrebbe obiettare che il mancato perdono costituirebbe una cesura nei confronti del prossimo e che non avrebbe risvolti costruttivi. Alla prima obiezione risponderei dicendo che se è complesso stabilire cosa sia giusto, il problema non si risolverebbe certo con una resa incondizionata e con la rinuncia alla propria concezione di “giustizia” o di giustezza. Nel secondo caso, direi che chiudere una porta può essere benefico se essa dà accesso a una stanza delle torture. E ribadirei che rimangono così indimostrate le implicazioni edificanti del perdono.
Ho una mia teoria in proposito. Cioè, non è proprio mia, ma intendo appropriarmene in funzione di quanto sto per dirvi: credo che il perdono abbia una matrice protocristiana. Credo che prima di Cristo non si facesse tanta propaganda verso la remissione dei peccati altrui. Non mi risulta che filosofi e pensatori precristiani si siano mai sbilanciati così tanto nello sponsorizzare il perdono. Ha cominciato Gesù Cristo. Il clero non manca mai di invitare i credenti a chiedere perdono al signore. Mi risulta, invece, che i pagani tentassero di ingraziarsi (o di corrompere) le proprie divinità per ottenerne i favori, piuttosto che scusarsi in continuazione con loro per i peccati commessi (a volte anche per quelli non commessi). Voi ve lo immaginate un acheo piagnucolare dicendo: “perdonami, Zeus, perché ho peccato?”
Lo scrittore inglese contemporaneo Edward St Aubyn, nella sua bellissima saga famigliare dal titolo “I Melrose”, afferma:

“[…] Ma né la vendetta né il perdono potranno cambiare ciò che è successo. Sono elementi marginali, e il perdono è l’aspetto meno interessante, perché implica una collaborazione con i propri persecutori. Immagino che il perdono non fosse una priorità nella mente degli uomini condannati alla crocifissione fin quando Gesù – forse non il primo uomo convinto di essere il Cristo, ma senza dubbio quello che ha avuto più seguito – non è entrato in scena. È probabile che chiunque traesse piacere nel compiere atti crudeli lo abbia visto come un colpo di fortuna e abbia iniziato a spargere la voce che una vittima poteva ottenere la pace solo perdonando il proprio persecutore.”

Attraverso un percorso propagandistico plurimillenario si è giunti ai nostri giorni, ove il culto del perdono è permeato perfino in ambiente laico. È un fenomeno che a me piace definire “ultracristianesimo” e consiste nel fatto che alcuni valori religiosi finiscano per essere strenuamente professati perfino da chi si dichiara avverso ad ogni sovrastruttura.
Badate bene che tali mie riflessioni hanno dei sostenitori autorevoli, seppure essi siano ignari di esserlo. Il grande scrittore (perché tale era) Primo Levi, ad esempio, non perdonò mai i nazisti. Come avrebbe potuto? In una lettera all’amico e collega Simon Wiesenthal scrive:

“Quando una violenza, un’offesa è stata commessa, è irreparabile per sempre; può accadere che l’opinione pubblica richieda una sanzione, una punizione, un “prezzo” del dolore; può anche darsi che questo prezzo sia utile, in quanto indennizza, o scoraggia una nuova offesa, ma l’offesa prima resta, e il prezzo (anche se è “giusto”) è pur sempre un’offesa a sua volta, ed una nuova sorgente di dolore.”

Non a caso, nel suo romanzo “I sommersi e i salvati” il tema del non perdono diventa cruciale nel sottobosco della narrazione.
Dal momento che ho fatto ricorso al supporto della letteratura, non posso non citare il più famoso esempio di non perdono, rappresentato da “Il conte di Montecristo”. Alexandre Dumas inventa un Edmond Dantes a cui non passa neanche per la testa di perdonare qualcuno dei suoi oppressori. Anzi, gliela fa pagare cara. Il tormentatissimo Fedor Dostoevskij, inoltre, se nello scandagliare le contraddizioni dell’animo umano arriva ad esaltare il pentimento, non si slancia verso l’assoluzione. Le sue condanne sono sempre molto severe. Contro la pseudocultura del perdono scrive:

“Giungeremo a poco a poco alla conclusione che i delitti non esistono affatto, e di tutto ha colpa l’ambiente (inteso come sovrastruttura o contesto sociale). Giungeremo, seguendo il filo del ragionamento, a considerare il delitto persino come un dovere, come una nobile protesta contro l’ambiente… insomma… la dottrina porta l’uomo a una piena spersonalizzazione, al suo pieno affrancamento da ogni dovere morale personale, da ogni indipendenza, lo porta alla più schifosa schiavitù immaginabile.”

Tra i suoi quaderni di appunti fu trovato questo aforisma: “Pietà quanta se ne vuole, ma non lodate le cattive azioni: date loro il nome di male.”

Vi confesso che la mia disamina contro il perdono fine a se stesso vacilla di fronte a un caso particolare. Si tratta di una sublime forma di vendetta e consiste nell’usare il perdono come arma, come sottile strumento di rivalsa. C’è un qualcosa di subdolo e perverso in tale costruzione. Forse, proprio per questo motivo, gli odierni sacerdoti del perdono la sconsigliano o non la contemplano affatto. A promuoverla è, manco a dirlo, uno scrittore, una mente acuta e ribelle: Eric Emmanuel Schmitt ha scritto quattro storie sorprendenti e intriganti. Sono racchiuse nel suo libro “La vendetta del perdono”, del quale mi sento di consigliare la lettura.


Se l’inizio delle mie suddette riflessioni proponeva una domanda fondamentale, la chiosa prevede, ahimè, un’affermazione piuttosto angosciosa. Una coscienza vivida e una mente sottile faranno meno fatica a perdonare un torto subito da terzi, piuttosto che una mancanza commessa contro se stessi. Le colpe che abbiamo perpetrato contro di noi sono le più difficili da condonare. Farsi del male, mancare di amor proprio, non rispettarsi sono gli errori più imperdonabili.

 

Rosso Groviglio

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