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Furore di John Steinbeck: il diritto alla dignità

Mi capita spesso di riaprire un libro  a caso e di leggere partendo dal punto in cui si è aperto; un modo di lettura forse senza senso per alcuni, ma pieno di fascino e di sorprese per me. Ebbene, se apro a caso Furore, il libro di John Steinbeck, esso si aprirà invariabilmente su un frammento di pura poesia intrecciata al dolore quasi vivo delle sue parole. E, anche se richiudo il libro e lo riapro in un altro punto, quello che mi resta impresso, che mi perseguita persino di questo romanzo è, invariabilmente, questo frammento di struggente e impari lotta contro il destino:

“Ho una bambina. Si diverte a intrecciare le criniere e i ciuffi dei cavalli, ci mette dei piccoli fiocchi rossi. Si diverte da matti. Ora non più. Potrei raccontarle una storia buffa a proposito della bambina e di quel baio laggiù. Si farebbe quattro risate. Quello laggiù ha otto anni, questo invece ne ha dieci, ma a vederli lavorare insieme sembrano gemelli. Vede? I denti. Tutti sani dal primo all’ultimo. Polmoni resistenti. Zoccoli lisci e puliti. Quanto? Dieci dollari? Per tutt’e due? E pure il carro? Perdio, meglio sparargli e farci carne da cani. Oh, va bene! Ma deve pigliarseli in fretta, signore. Lei sta comprando una bambina che intreccia i ciuffi, che si toglie il nastro dai capelli per fare i fiocchi, si scosta un po’, piega la testa e accarezza con la guancia quei musi teneri. Sta comprando anni di lavoro, di fatica sotto il sole; sta comprando una pena che non ha parole. Ma attento, signore. Insieme a questo mucchio di scarti e ai due bai – così belli – lei si porta via anche un extra, un pacco di amarezza che le crescerà in casa e che un giorno sboccerà.”

Furore: trama e annessi pensieri

Qualcuno dice che raccontando la trama si priva il lettore del piacere di scoprire lo svolgimento di un romanzo e, per quel che mi riguarda, può essere vero per alcuni gialli, thriller o romanzi rosa, ma neanche per tutti. Un vero libro non potrà mai essere raccontato, bisognerebbe scrivere un altro libro per farlo. Perché un vero libro non è composto da “tizio ha fatto questo e caio ha fatto quell’altro, poi caio ha sparato a tizio, fine”. Un vero libro – fra molte altre cose – è composto da una serie di parole scelte con cura, posizionate attentamente in posti strategici della frase (e qui, nel caso di autori stranieri, la traduzione ha un peso davvero notevole), parole che lo rendono poetico, o crudo, o sognante, o realista, o feroce, o dolce, o altro, oppure tutto insieme. Un vero libro costruisce mondi, espande orizzonti, si tuffa nei profondi oscuri o si libra fra rarefatte trasparenze. E Furore un vero libro lo è davvero, quindi sapere di che parla non basterà al lettore per capire come ne parla.

The grapes of wrath in originale (I frutti dell’ira) è un libro ambientato in America nel 1929, con la Grande Depressione che incombe. L’Oklahoma, stato agricolo popolato da mezzadri che si rompono la schiena a lavorare la terra, vive una stagione particolarmente avversa, con tempeste di sabbia e una terra sterile. Indebitata con le banche e senza possibilità di sopravvivere, la popolazione è costretta a migrare verso Ovest, alla ricerca di lavoro e di un posto in cui ritrovare la dignità. Al posto dei barconi, tentano l’attraversata a bordo di furgoni scassati riempiti all’inverosimile di donne incinte, bambini e tutta la speranza che hanno.

Viviamo sia la crisi e la decisione di partire sia il viaggio e l’arrivo in California attraverso la famiglia Joad: tre generazioni di persone che cercano di sopravvivere al peggio. Il seguito è presto detto: il viaggio è più un calvario, e la California non è per niente la Terra Promessa.

Analogie attuali: moderno Furore

L’avidità del sistema economico, il divario sociale, il potere delle banche, la difficoltà di trovare un lavoro, il poco prezzo del lavoro, la necessità di cercare fortuna altrove, lo svilimento umano, l’ingiustizia e il degrado sociale, la sistematica e ben organizzata debilitazione della dignità umana… vi dicono qualcosa? Siamo nel 2020, suona bene come numero, molto meno come realtà. Qual è la soluzione, come agire, cosa fare? La Terra Promessa esiste davvero? E se è promessa, chi l’ha promessa e cosa ci guadagna?

Il diritto alla dignità

La dignità è un concetto astratto, non si capisce neanche bene a cosa serva, tutto sommato. Ovvio: la frase è provocatoria, non si può vivere senza una dignità. D’accordo, anche questa è provocatoria. Ma andare avanti nella vita senza dover fare continui compromessi, avere un lavoro onesto, vivere con dignità, appunto, costruirsi una vita normale, semplicemente vivere… tutto questo è un diritto o non lo è? Non serve che lo dica una Costituzione, non dovrebbero fare una legge su questo; il diritto alla dignità non dovrebbe essere intrinseco nell’Umanità? Ebbene, dopo aver letto Furore, qualche dubbio viene. E, nell’Anno Domini 2020, i dubbi aumentano.

“E gli occhi dei poveri riflettono, con la tristezza della sconfitta, un crescente furore. Nei cuori degli umili maturano i frutti del furore e s’avvicina l’epoca della vendemmia.”

Annabelle Lee

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