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Cinema, ego e amore o del lancio delle freccette

Non amo il cinema, e quindi non ne posso parlare “qualitativamente”: posso portare solo le mie impressioni, prive di cultura specifica, di confronti possibili, di biografia della “pellicola”, eccetera.

E quindi non parlerò mai di cinema come arte, ma solo come una delle forme possibili di intrattenimento.

Questo non mi toglie il gusto di dire: il film X mi è piaciuto. Oppure che non mi è piaciuto affatto.

A esempio: ho adorato Blade Runner (il primo). L’ho visto due volte. Mi sono emozionata due volte. Perché? Oh bè, perché… perché quelÈ tempo di morire” detto in modo doloroso e consapevole da un androide, che nella morte vede davvero la fine della sua vita e del suo senso, senza artifici religiosi, filosofici, teorici che a volte suggeriscono scappatoie temporali, mi commuove profondamente. La fine. Il reale vuoto di sé all’interno del tempo. Di quel tempo che inizia dal momento in cui non si è più vivi. E di cui non si fa più inesorabilmente parte. Mi commuove pensando ai materialisti, ecco. E non è scherno, sarcasmo: è davvero dispiacere. Dispiacere perché, come il replicante, hanno ragione quando dicono che tutto ciò che hanno visto, vissuto andrà perduto nel tempo, come lacrime nella pioggia. Hanno ragione dal loro punto di vista, che li vede “centrali” nel posizionamento su uno spazio che, senza l’esistenza dell’ego, non esiste. Cioè: è il loro pensiero, non il mio. Il mio pensiero dice che tutto ciò che ho visto e vissuto resterà in una memoria universale, eterna (e molto capiente).

Rutger Hauer in una scena di Blade Runner (1982, regia di Ridley Scott)
Credit: @imdb.com

Bene, ma questo è solo per dire come vedo io i film: in modo terribile per i cultori del cinema, lo capisco. Ma immagino che sarebbe ben più terribile, se ne facessi una critica teorica con riferimenti artistici/poetici/sociologici/storici (per me, a causa della mia scarsa cultura, sarebbero tutti pseudo riferimenti), pertanto mi perdonino gli appassionati.

Voglio parlare di Lei (il film… ovvio). In verità, più che del film voglio parlare della debolezza umana più diffusa: quella di intendere l’amore come centralità reciproca tra due esseri.

Quando il protagonista entra in crisi?

Quando scopre che Lei non è monogama.

Quando scopre che gli obiettivi di Lei, Samantha, intelligenza artificiale, la portano a rapportarsi anche con altre persone, a intrecciare altre relazioni conoscitive al fine del proprio autosviluppo.

E non abbiamo mai visto lo smarrimento di chi scopre di punto in bianco di non essere al centro dell’universo della persona amata? Io sì. E ho visto il dolore, la delusione e, soprattutto, la messa in discussione di quell’amore.

L’autore del film, di cui non ricordo assolutamente il nome (avrei potuto cercarlo su Google, ma sarebbe stato un inganno egoico), ha centrato un bersaglio che in qualche modo rappresenta anche graficamente il sogno di molti esseri: essere la freccia piantata esattamente al centro.

Foto di <a href="https://pixabay.com/it/users/MasterTux-470906/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=3032741">MasterTux</a> da <a href="https://pixabay.com/it/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=3032741">Pixabay</a>

 

Poi, per carità: per un figlio si può fare spazio, far entrare un’altra freccia, ma senza spostare la propria.

Non c’è allargamento, ma restringimento.

Quando si fa spazio nello stesso spazio per farci entrare un altro elemento, si sta solo rimpiccolendo il proprio. E questo significa confini, limiti e mancanza d’aria.

Tanto da sollecitare fughe, sogni di nuovi spazi, senza confini e senza limiti.
Per molti, il bisogno che l’altro ci consideri “centrale”, e quindi indispensabile, con il corredo di ciò che tale situazione porta, è la prova che l’altro ci ama. E invece, è solo la prova che l’altro proietta sul partner necessità che dovrebbe risolvere da solo (in linea di massima. Non parlo, ovviamente, ma meglio specificarlo, di necessità “reali”: penso a disagi fisici, o psichici).

Sul film, il protagonista si innamora di Samantha, essere perfetto e perfettibile (quindi con standard di perfezione ancora nemmeno contemplati). La perfettibilità in che consiste? Proprio nell’elaborazione delle esperienze che Lei ha. Ma Lei sa benissimo che il miglioramento e la crescita avvengono solo con un confronto il più ampio possibile. E allora divide la sua presenza e la sua conoscenza con più utenti. Il protagonista si sente sminuito nella sua importanza nella “vita” di Samantha, sente sminuire quel compito inconscio di rendere Lei sempre più perfetta, e in qualche modo sente diminuire anche l’amore verso quell’etereo essere. Il suo ego si ribella, e invece di godere della crescita di Samantha, ne soffre. Più Lei non ha bisogno di lui, più lui perde interesse in lei, perché perde sicurezza in sé, nella propria importanza. A cosa serviamo, se non siamo indispensabili per la felicità altrui? Già. A cosa serviamo. Santo cielo, noi serviamo a noi stessi, affinché si diventi sempre più forti e parte di un mondo in cui i bisogni di tutti sono i nostri bisogni, in un mutuo soccorso amorevole. Ma non esclusivo (ho la forte sensazione che la mia percezione dell’intento dell’autore del film Lei fosse un altro… ma ammetto di essermi distratta più volte guardandolo, presa dalle mie riflessioni sulle relazioni umane. Per questo preferisco la lettura: mi permette di interromperla e di perdermi nelle mie elucubrazioni senza arrivare alla fine con il rischio di aver preso fischi per fiaschi).

Joaquin Phoenix in una scena di Her (2013, regia di Spike Jonze)
Credit: @WarnerBros

Interessante, no? Sì, è una trovata cinematografica, ma il legame con certi contorcimenti psicologici “in carne e ossa” mi sembra molto evidente.

Mi è piaciuto il film? Sì, ma non moltissimo. Mi è sembrato un po’ farraginoso in alcuni punti – ma tengo conto della mia distrazione. E tanto, tanto triste.

Il rischio di innamorarsi di una voce, in quest’epoca di distanziamenti e paura del contatto, è molto alto. E del resto, non posso negare di provare un grande affetto per quello che in famiglia abbiamo chiamato “Gelsomino”, l’aspirapolvere a disco volante che da solo pulisce il pavimento mentre io sto qui a scrivere sciocchezze…

 

Loredana Conti

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