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Apodittica

Docile, il diluvio diurno picchietta ad ogni dove
e relega alla tana
e la lepre di marzo e il pipistrello,
lasciando me libero d’andare tra la pioggia
spopolata, senza grassi arcobaleni,
cui badare.
Il cristallino curva il passo alla luce ad ogni istante
e la retina è satura di mondo, fratturato in cose:
una lastra, una panca, una carta,
le onde del lago torbide di vento.
E nuvole ocra, una foglia o quell’altra,
la sabbia che drena,
la chiatta che rolla:
annuisce all’appello tutto ciò che è
e che si offre senza nulla domandare,
se non d’avere un nome.

Perché tu?
Nel numero infinito, perché non un ramo di faggio,
il muricciolo a secco che cinge d’abbraccio
il mandorleto; perché non un luccio
che guizza o una ruota di bicicletta
che ruota? Che cosa, tu,
che non l’anatra migrante e smeraldina
o la cresta di neve tra due pizzi?

Qualche turbolenza sopra il volo di linea del pensiero,
ma lì soltanto: il mio sangue viaggia sicuro a terra
ed io lo sento a carne,  perché tu
e nient’altro,
solo non lo so dire: esiste un piccolo circolo
esclusivo di quelle cose chiare in un baleno
e misteriose per sempre
e tu ne fai parte a buon diritto.
Chiedi al giovane scolaro se sa che cos’è il tempo
e ti dirà di sì, guardandoti con occhio impietosito;
chiedi di spiegarlo e lui balbetterà,
sentendo che l’ovvio gli si squaglia tra le dita.
E, ancora, domanda perché due è più di uno
o che natura ha il sogno.
E la giustizia, allora? lo spazio, l’armonia?
Indispettito, chiunque ti risponderà che – insomma! –
è lampante e chiaro ed evidente!

Così sei tu: lampante e chiara ed evidente
alla mia anima arresa:
hai la certezza prepotente di giugno, quando arriva,
o del mattino, quando spegne i lampioni di città
tra pollice ed indice,
come flebili stoppini.

Qualche enorme filosofo di scuola t’avrebbe messo il nome
di apodittica: intuitiva e certa per necessità.
Forse. Io, tornando a casa,
con le scarpe umide di passi sulla riva,
tanto più sottovoce, questo, penso:
e se, proprio come il tempo, lo spazio e l’armonia,
anche tu fossi un’unità di misura della vita?

 

Giorgio Grossi