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“La valle dell’Eden” di John Steinbeck – recensione

È passato un po’ di tempo da quando ho letto Steinbeck, cioè “Furore“, vuoi perché il sospetto che questo bravissimo scrittore non abbia scritto nulla di allegro mi era venuto, vuoi perché uno deve essere coerente con se stesso. Ma ora, che dramma sia,  ed evitiamo di far drammi! Dopo un secondo pensiero aggiungerei che c’era poco da star allegri di quei tempi, fra recessioni, siccità, guerre mondiali e povertà varia. Tuttavia…

Significato di “La valle dell’Eden”

Pubblicato nel 1952, “La valle dell’Eden” ha per titolo originale “East of Eden”, che nulla ha a che fare con la visione di creare un Eden, come da me in seguito suggerito, ma è il riferimento biblico – e cosa, se no? – tratto della Genesi, riferimento che indica la regione dove Caino venne esiliato dopo aver ucciso il fratello. Lettore avvisato…

Scritto da John Ernest Steinbeck Jr., – vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1962 –, “La valle dell’Eden” è, a mio avviso, in tutto e per tutto una saga familiare, infatti, per molti versi, mi ha ricordato “Uccelli di rovo” di Colleen McCullough.

Ambientazione

Il romanzo si dipana fra il fine ‘800 e la fine della Prima Guerra Mondiale. Ambientato in California, più precisamente nella valle del Salinas, il libro trasforma l’ambientazione in un personaggio. Già, perché tutto succede attraverso e per causa della valle.

“Questa era la lunga valle del Salinas. La sua storia era simile a quella di tutto lo Stato. Prima ci furono gli indiani, una razza inferiore che non aveva né energia né inventiva, e nemmeno cultura; un popolo che viveva di larve e cavallette e molluschi, troppo pigro per cacciare o pescare. Mangiavano quel che potevano raccogliere e non piantavano niente. Facevano la farina pestando le ghiande amare. Persino le loro guerre erano fiacche pantomime.
Poi arrivarono gli spagnoli, aridi e duri, a esplorare la regione. Erano avidi e realisti, e la loro avidità si concentrava sull’oro e su Dio. Raccoglievano anime come raccoglievano le pietre preziose. Si impadronivano di monti e di valli, di fiumi e di interi orizzonti come adesso ci si può impadronire di un terreno edificabile. (…)
Infine, arrivarono gli americani: più avidi, perché erano di più. Si presero le terre, rifecero le leggi per far valere le loro concessioni. (…)”

A occhio e croce, si stava meglio con quegli scansafatiche di indiani.

Non dimentichiamoci (non dimentichiamocelo mai) che l’America è il paese di tutte le possibilità e, all’inizio del XX secolo, una possibilità serviva a molti. Non che oggi sia poi molto diverso. Il romanzo, comunque, si concentra sulla storia di due nuclei familiari: uno, consolidato e dal destino che sembra tracciato, l’altro in divenire. Uno, di poche sostanze, l’altro benestante. Ah, ovviamente le famose possibilità di cui sopra erano anche loro direttamente proporzionali al borsello del padrone.

La trama di “La valle dell’Eden”

La saga – permettetemi questa definizione – vede intrecciarsi attraverso diverse generazioni le storie delle famiglie Hamilton e Trask.

I Hamilton

“Il giovane Samuel Hamilton veniva dall’Irlanda del Nord come sua moglie. Era figlio di piccoli agricoltori, né ricchi né poveri, che avevano vissuto nella stessa tenuta, e nella stessa casa di pietra, per secoli e secoli. Gli Hamilton erano decisamente istruiti e sapevano leggere e scrivere; come spesso accade in quella verde nazione, erano legati e imparentati con famiglie molto in vista e con vere nullità, cosicché potevano avere un cugino baronetto e un altro mendicante. E naturalmente, come ogni irlandese che si rispetti, discendevano dagli antichi re dell’isola.”

La famiglia Hamilton è una famiglia numerosa, i figli nascono uno dopo l’altro, ma Samuel Hamilton è un uomo tutto d’un pezzo: si rimbocca le maniche e, oltre a lavorare quel pezzo di terra arido su cui è riuscito a metterci le mani, inventa attrezzi, migliora arnesi e tecniche agricole – il tutto arricchendo gli altri e non se stesso. Ma riesce a mettere in tavola il pane e a crescere i figli in un ambiente abbastanza sano e amorevole, che per i tempi è tanta roba. La moglie pure dà il suo importante contributo, anche se a suo modo, completamente diverso dal sognatore e ridanciano marito:

“Portò con sé la sua mogliettina irlandese, una donnetta piccola, tosta e severa, con il senso dell’umorismo di una gallina. Aveva una mentalità da presbiteriana acida e un codice morale che prevedeva di aggredire e fustigare qualsiasi cosa risultasse vagamente piacevole. (…)
Liza Hamilton era un’irlandese di tutt’altra risma. Nella testa piccola e rotonda conservava convinzioni piccole e rotonde. Aveva il naso a patata e il mento piccolo, severo e sfuggente, e una mascella a tenaglia che non avrebbe cambiato espressione nemmeno se gliel’avessero chiesto gli angeli di Dio. (…)
Aveva un senso del peccato estremamente sviluppato. Era peccato oziare e anche giocare a carte, che per lei era una variante dell’ozio. Qualsiasi divertimento le risultava sospetto, che si trattasse di ballare o di cantare e persino di ridere. Era convinta che la gente divertendosi spalancasse la porta al demonio. E questo sì che era un peccato, perché Samuel, uomo incline al riso, immagino spalancasse la porta al demonio. Sua moglie lo proteggeva il più possibile.
Portava sempre i capelli legati stretti sulla nuca in una crocchia severa. E poiché non riesco a ricordare come si vestiva, credo sia perché indossava abiti che le corrispondevano alla perfezione. Non c’era in lei la minima scintilla di umorismo ma solo, di tanto in tanto, una lama di tagliente sarcasmo. Faceva paura ai nipotini perché non aveva debolezze. Sopportava con coraggio e senza lamentarsi le pene della vita, convinta di fare così la volontà del suo Dio. Pensava che le ricompense sarebbero arrivate dopo.”

I Trask

Tutt’altra storia per quanto riguarda i Trask, che vivono nel Connecticut: due fratelli in contrasto, una madre morta troppo presto (o forse no) e un padre-trombone che è riuscito a imbrogliare mezzo esercito americano e a farsi seppellire con un funerale di stato, lasciando ai figli novantamila dollari di risparmi poco puliti (un sacco di soldi, per l’epoca). L’impresa del padre però non fu solo nell’arte dell’imbroglio: ha fatto del suo meglio anche nel rovinare i figli. Il primo, Charles, l’ha fatto diventare un bruto, preferendogli il secondo, Adam. Il secondo, invece, sensibile e delicato, l’ha rovinato a suon di amore aggressivo – se mai esiste una cosa del genere. Adam, difatti, subisce sia il terribile padre, sia l’odio vendicativo del fratello.

Dopo la morte del padre, i due fratelli cercano con tutte le forze un equilibrio e una parvenza di famiglia, senza però riuscirci. A intervalli scadenzati, a uno sale la furia fratricida, all’altro la smania di partire. Un bel giorno (per modo di dire), però, alla loro porta cade (letteralmente) la bella e letale Cathy Ames. Sfigurata per le botte e più morta che viva, smuove le sensibili corde di Adam che – chiara dimostrazione del fatto che la sindrome della crocerossina non è un’esclusiva femminile –, si mette in testa di salvarla. In tutti i sensi. Charles invece, che sarà sì un bruto, ma non è scemo, fiuta guai dal primo istante e si impunta con il fratello per farla mandare via. Il fratello, coerentemente, la sposa. La sposa, coerentemente, la prima notte di nozze droga il marito e va a letto con il cognato.

Così, l’allegra famigliola, cioè il giovane, innamorato e con i prosciutti sugli occhi, Adam Trusk e la truce nell’animo novella sposa Cathy Trask, incinta di non si sa chi, partono alla volta di la valle del Salinas. Lì, il giovane compra il più bel pezzo di terra disponibile e fa costruire la più bella casa possibile, con l’intento di trasformare quella valle in un paradiso per la propria moglie. La valle dell’Eden, appunto.

“Un giorno, un giorno non molto lontano, vedrai tutta la valle verde di erba medica. La vedrai dalle belle grandi finestre della casa nuova. Metterò filari di eucalipti e manderò a cercare semi e piante, metterò su una fattoria sperimentale. Potrei provare a mettere i lichee della Cina. Chissà se crescono qui. Be’, ci posso provare. Può darsi che Lee mi possa aiutare. E una volta nato il piccolo, potremo andare a cavallo insieme dappertutto. Non hai ancora visto tutto. E te l’ho detto? Mr Hamilton metterà mulini a vento e li vedremo girare da qui.”

Veramente un sogno.
È interessante notare la cecità e la debolezza umana dinanzi al bisogno d’amore. Catherine Ames era una che mandava segnali d’allarme (non piccoli red flag, all’americana, ma veri stendardi vermigli, scarlatti, fulvi, purpurei, cremisi, sangue di piccione, rosso sangue, ma sangue, sangue. Solo e soltanto sangue…) e lui? Lui niente, sognava mulini ed eucalipti. Possiamo però fargli una colpa? Possiamo giudicarlo? Un po’, sì.

Sviluppi

Tagliando corto, la donna incarnatasi da Ecate e Gorgone partorisce due gemelli (non prima di aver azzannato e infettato di fiele la mano di Samuel, che l’aiutava a partorire), poi spara al marito ebete di gioia e se ne va per la propria strada. Il marito sopravvive, ma è un morto vivente, i gemelli crescono sotto l’ala di Lee, il servitore cinese e la valle dell’Eden sprofonda all’inferno. Ah, la dolce Cathy torna alla sua solita vita di feroce malvagità e, sotto falso nome, apre un bordello degli orrori. I bambini crescono, il buon Samuel Hamilton ce la mette tutta per scuotere Adam dalla sua ostinata idiozia e alla fine ci riesce, anche se un po’ tardi. Le colpe dei padri cadono sui figli, i figli – dai nomi biblici Aaron e Caleb (Abel e Cain avrebbero portato sfiga) –, sempre in competizione, ripetono la storia. Ma per sapere come va a finire dovete leggere il libro. O, se volete, ve lo dico.

I personaggi

Mi sbilancerò un poco offrendovi le mie opinioni sui personaggi di “La valle dell’Eden”. A mio avviso, la chiave dell’intero romanzo sta nel carattere dei personaggi e, sempre a mio avviso, il carattere dei personaggi di “La valle dell’Eden” è fortemente estremizzato. Non c’è bisogno di dire che la potenza del libro e la sua unicità risiede nei suoi personaggi, poiché è ovvio, ma – e non vorrei che la mia sembrasse una critica, si tratta più di una riflessione personale – questa forte estremizzazione un po’ mi ha destabilizzato. E, a quanto pare, l’autore stesso s’interroga sulla sua “normalità”.  Prendiamo per esempio Catherine Ames:

“Io credo che esistano al mondo mostri nati da genitori umani.
Alcuni sono evidenti: deformi e orribili, con la testa enorme o il corpo rattrappito; alcuni nascono senza braccia o senza gambe, altri di braccia ne hanno tre, o hanno la coda, o la bocca è in qualche posto strano. Sono incidenti di cui nessuno ha colpa, come invece si pensava un tempo, quando venivano considerati come castighi visibili di peccati nascosti.
E come esistono mostruosità fisiche, non può darsi che vi siano mostruosità mentali o psichiche congenite? Viso e corpo possono essere perfetti, ma se un gene difettoso o un ovulo malformato possono produrre dei mostri fisici, non è possibile che lo stesso processo generi un’anima deforme?”

  • Cathy Ames è un mostro. Lo è fin dalla nascita. Dice bugie per il gusto di fare del male, impara l’arte del ricatto, capisce da subito il potere del sesso, odia tutti senza discriminazione e, per tutta la sua vita, non fa altro che distruggere deliberatamente e con feroce crudeltà tutto quello che le sta intorno. Forse esistono persone così. Sicuramente esistono. Quello che però trovo disturbante in questa figura irrimediabilmente compromessa che non offre un minimo appiglio di compatimento è la mancanza di una ragione. Non ci sono traumi infantili, né delusioni atroci né altro minimo segno di ingerenza nella psiche di questa bambina-mostro: lei è semplicemente nata così. Ciò mi porta a pensare che lei non sia umana (l’autore stesso usa il termine “alieno” mentre la descrive), ma che Cathy Ames sia la trasfigurazione umana del male assoluto. Di conseguenza, la mia conclusione è che Cathy Ames rappresenta l’ammonimento di cui noi tutti abbiamo bisogno: “non mentire a te stesso, guardati dentro e guarda intorno a te. Affronta ciò che vedi con il coraggio della verità.”
  • Samuel Hamilton è il bene. Ha i suoi difetti, uno su tutti, non è un affarista. Non è capace di portare l’acqua al suo mulino né di trasformare le sue geniali intuizioni in dollari, ma forse anche questa sua caratteristica fa parte di quella sua incarnazione del bene. Fare affari, speculare, guadagnare – queste cose non rientrano esattamente nel concetto biblico del termine “bene”. Quindi, Samuel, rappresenta il bene assoluto. La caratteristica che, ai miei occhi, lo eleva però al di sopra di quel bene didascalico che non riscuote le simpatie di tutti (per la cronaca, le mie sì) è la sua capacità di sognare. Samuel Hamilton vola lontano, s’interroga sulle cose e sul mondo, vede oltre e, poiché legge, sa o pensa di sapere. L’ho amato molto.

“Mi sono sempre chiesto” disse Adam “perché un uomo della tua intelligenza debba lavorare in una tenuta così desertica e montuosa.”

“Perché non sono coraggioso” disse Samuel. “Non ho saputo assumermi la responsabilità. Quando il Signore Dio non mi ha chiamato per nome, io avrei potuto chiamare Lui – ma non l’ho fatto. Ecco la differenza tra grandezza e mediocrità. È una malattia molto comune. Ma è bello, per un mediocre, sapere che la grandezza è probabilmente la condizione più solitaria del mondo.”

  • Lee. Il personaggio perfetto. Forse il nome corretto è Li (non sono riuscita a risalire al nome originale e l’enciclopedia so-tutto-io di internet non lo nomina quasi), dato che è di origine cinese. Lee è la coscienza universale, un umano al di sopra degli umani, pur nella sua veste di servo. Veste che nobilita all’inverosimile (estremizzato anche lui come tutti gli altri), dando una lezione di umiltà a tutti quanti, lettore compreso. Lee è il personaggio che mi piacerebbe conoscere, il mio preferito. Comprende la natura umana – esilarante (esilarante di primo acchito, perché la realtà fa piangere) la sua scelta di continuare a parlare il pidgin, quell’inglese storpiato alla cinese che tutt’oggi ci ritroviamo a ridicolizzare:

“Io pallale alla cinese.” (…)

“È il pidgin che si aspettano da me. Solo quello stanno a sentire. Ma se io parlo inglese non mi stanno a sentire e quindi non capiscono.”
“Ma com’è possibile? E com’è che io ti capisco?”
“E per questo che con lei parlo. Lei è uno di quei rari personaggi capaci di distinguere le percezioni dai preconcetti. Lei vede quello che c’è, mentre la maggior parte delle persone vede quello che si aspetta.”

è colto e profondo, fa venire voglia di avere un compagno di conversazione alla sua altezza, e poi voglia di piangere perché ciò è impossibile…

“Il peggior terrore di un bambino è non essere amato, il rifiuto per lui è l’inferno. Penso che tutti quanti al mondo, in misura maggiore o minore, abbiamo provato il rifiuto. E il rifiuto porta con sé la collera, e la collera porta qualche specie di crimine che vendichi quel rifiuto, e il crimine porta la colpa… E questa è la storia dell’umanità. Credo che se potessimo tagliar via il rifiuto, gli esseri umani non sarebbero quelli che sono.”

Infine, ma non per ultimo (d’altronde è un libro di quasi 800 pagine di cui stiamo parlando), ha avuto la capacità di trasformare l’atrocità subita alla nascita (storia che, a quanto pare, si rifà a tragici eventi accaduti al nonno paterno di Steinbeck, in una diversa ambientazione) in una elevazione dello spirito – grazie anche a suo padre, elemento per niente indifferente nella vita di un uomo.

Di personaggi ne ce sono anche altri – dopotutto, è una saga, e soltanto Samuel ha nove figli –, tutti con le loro bellissime storie di vita e umanità varia. Come quella di Tom, personaggio in cui mi sono più ritrovata. Ma non posso raccontarvi tutto, posso dirvi però che la storia di ogni personaggio di “La valle dell’Eden” vale la pena di essere letta.

I temi di “La valle dell’Eden”

La complessità dell’animo umano è cosa risaputa e il romanzo di Steinbeck affronta l’argomento senza tentennare. Io, nel riassumere tutto ciò, un po’ tentenno.

– La lotta fra il bene e il male
Tema universale, i personaggi del romanzo sono continuamente alle prese con scelte morali complicate e Steinbeck esplora a fondo questa lotta, senza esprimere giudizi. Il bene e il male sono entrambi due lati della natura umana, la differenza sta nel decidere quali dei due nutrire.

– Le colpe dei padri. O il peso dell’eredità familiare
Conflitti e colpe dei genitori vengono ereditati dai figli? In quale misura? I personaggi del romanzo lottano assiduamente per superare questa eredità, alcuni ci riescono, altri ripetono semplicemente la storia.

– Il razzismo
Non se ne parla mai abbastanza e, al contempo, trovo sia una vergogna doverne ancora parlare. Una storia nella storia è quella (troppo poco conosciuta) della costruzione della First Continental Railroad, la ferrovia che unì l’Est all’Ovest dell’America e in cui tratto più difficile e pericoloso fu impiegato l’uso di decine di migliaia di immigrati fatti venire dalla Cina. La gloria americana si fonda sull’orrore, ma d’altronde non è né la prima né l’ultima volta. Fatto sta che i cinesi furono trattati peggio delle bestie, ne morirono a migliaia, senza una tomba, senza un nome, senza che qualcuno ne parlasse. Ma quello era il 1860, ora i tempi sono cambiati. Già, basta pensare al caporalato di casa nostra.

– Il libero arbitrio o Timshel

Il tema principale del libro, “timshel” – termine ebraico che esprime il concetto di “tu puoi” come libertà di scelta – rappresenta, per me, l’apoteosi di questo libro e la spiegazione fornita da Lee tocca l’inarrivabile:

“Si ricorda quando ci lesse i sedici versetti del quarto capitolo di Genesi e ne discutemmo?”
“Sì, certo. Un bel po’ di tempo fa.”
“Quasi dieci anni” disse Lee. “Be’, quella storia mi aveva colpito profondamente e la ripresi, parola per parola. Più ci pensavo e più mi sembrava profonda. Poi misi a confronto le traduzioni esistenti, che erano abbastanza vicine. C’era un solo punto che non mi convinceva. La versione di King James dice così… Sapete, quando Jaweh chiede a Caino perché è arrabbiato? Jaweh dice: ‘Se agisci bene, non dovrai forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu lo dominerai’. È stato l’uso del futuro a colpirmi, perché era la promessa che Caino avrebbe vinto il peccato.” (…)
“Poi ho preso una copia dell’American Standard Bible. Era appena uscita, allora. E quel brano era diverso. Dice ‘E tu dominalo’. E questo è molto diverso. Non è una promessa, è un ordine. Così cominciai a tormentarmi. Mi chiedevo quale fosse la parola originale, quella dell’autore, che aveva permesso traduzioni così diverse.”
Samuel batté le mani sul tavolo e si sporse in avanti, gli occhi di nuovo accesi dall’antica luce giovanile.
“Lee” disse “non dirmi che hai studiato l’ebraico!”
“Ora vi racconto tutto” promise Lee. “È una storia lunga. (…) nella nostra famiglia abbiamo molti vecchi saggi che sono anche grandi studiosi. Per meglio dire sono pensatori. Un uomo può passare anni a ponderare un’affermazione di quel saggio che voi chiamate Confucio. Così ho pensato che avrei potuto trovarvi esperti analisti del significato, in grado di aiutarmi. Sono grandi personaggi. Il pomeriggio si fumano le loro due pipe di oppio e questo li fa rilassare e ne acuisce il pensiero, così trascorrono la notte intera liberando le loro menti meravigliose. Non credo ci siano altri popoli che hanno saputo fare il giusto uso dell’oppio.”
Lee si inumidi la lingua col liquore. “Così ho sottoposto rispettosamente il mio problema a uno di quei saggi, gli ho letto il brano e gli ho detto quello che avevo capito io. La sera successiva quattro di loro si incontrarono e mi convocarono. Abbiamo discusso la storia per tutta la notte.”
Lee rise. “Buffo, direi” disse. “So che non oserei raccontarlo a molti. Pensate un po’: quattro vecchi signori, il più giovane dei quali ha ormai più di novant’anni, che cominciano a studiare l’ebraico! Chiamarono un famoso rabbino. E si misero a studiare con foga, come bambini. Manuali, grammatiche, vocabolari, frasi semplici. Dovreste vedere l’ebraico scritto con l’inchiostro cinese e col pennello! Il fatto del destra-sinistra a loro non dava fastidio, abituati come sono a scrivere dall’alto in basso. Ah, se erano perfezionisti! Sono arrivati alle radici del problema.”
“E tu?” disse Samuel.
“Li ho seguiti, meravigliandomi della limpidità della loro mente. Ho cominciato ad amare la mia razza e per la prima volta ho voluto essere cinese. Ogni due settimane andavo da loro, e qui nella mia stanza riempivo pagine e pagine. Comprai ogni nuovo dizionario ebraico. Ma quei vecchi saggi erano sempre un bel pezzo avanti a me. E non ci volle molto perché superassero anche il nostro rabbino; che ci portò anche un suo collega. Mr Hamilton, avrebbe dovuto essere con noi in quelle notti di dialogo e discussione. Le domande, l’indagine, oh, la bellezza del pensiero… la straordinaria bellezza del pensiero. Dopo due anni sentimmo che era possibile affrontare i sedici versetti del quarto capitolo di Genesi. Anche i miei vecchi saggi ritenevano importantissime quelle parole – ‘Tu lo dominerai’ o ‘tu dominalo’. E questo è l’oro che abbiamo estratto dalla nostra ricerca: ‘Tu puoi’. ‘Tu puoi dominare il peccato’. I vecchi saggi sorrisero e annuirono e ritennero ben spesi quegli anni. E poi, la cosa li aveva tirati fuori dal loro guscio cinese. Adesso stanno studiando il greco.” (…)
“Non capisce?” esclamò. “La traduzione dell’American Standard ordina agli uomini di trionfare sul peccato e il peccato lo si può chiamare ignoranza. Quella di King James fa una promessa, con il suo lo ‘dominerai’, nel senso che l’uomo sicuramente trionferà sul peccato. Ma la parola ebraica timshel‘Tu puoi’ – quella dà una possibilità. È forse la parola più importante del mondo. Quella che dice che la strada è aperta. Quella che ributta la cosa sull’uomo. Perché, se ‘tu puoi…’ è vero anche che ‘tu puoi non…’ Capisce?” (…)
“Qualsiasi scritto che abbia influenzato il pensiero e la vita di tante genti è importante. Ora milioni di persone nelle loro sette e nelle loro chiese sentono quell’ordine, ‘Dominalo’, e si battono per rispettarlo; e ce ne sono ancora di più che sentono la predestinazione in ‘Lo dominerai’. Niente di quello che fanno può interferire con quello che succederà. Ma ‘Tu puoi’! Ah, quello sì che esalta la grandezza dell’uomo e gli dà una statura paragonabile agli dei, perché malgrado la sua debolezza, il suo orrore e l’assassinio del fratello, ha ancora la possibilità di scegliere. Può scegliere la sua strada e combattere per quella. E vincere.”

E non ho altro da aggiungere.

 

Annabelle Lee