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Il ritratto di Dorian Gray – trama e riassunto

 

“Nulla può curare l’anima se non i sensi, così come nulla può curare i sensi se non l’anima.”

Forse uno dei romanzi più conosciuti al mondo – non mi azzardo a dire “più letti al mondo” –, Il ritratto di Dorian Gray sembra essere uno di quei libri di cui tutti (o quasi tutti) hanno sentito parlare, senza però necessariamente leggerlo. È già qualcosa, suppongo. Un’altra cosa di cui tutti (o quasi tutti) hanno sentito parlare è il fatto che sia un libro che racconta come il personaggio – Dorian Gray, per l’appunto – resti giovane per sempre, facendo invecchiare un quadro al posto suo. Non è proprio così. O, meglio: a prima vista potrebbe sembrarlo, ancor di più se la prima vista è per sentito dire. Perché, sì, Il ritratto di Dorian Gray parla sì di un giovane, e parla anche di un quadro (d’altronde, lo dice già il titolo), e sì, parla di giovinezza. Questi argomenti però sono soltanto le lievi increspature sulla superficie del libro: la potente (e straordinariamente bella) corrente in profondità non può essere percepita per sentito dire. Ma farò del mio meglio.

Oscar Wilde e il coraggio di essere

Che i tempi in cui abbia vissuto non fossero tempi adatti a lui lo si può affermare con certezza. Che non siano ancora arrivati tempi giusti per Oscar Wilde è un dubbio che ho e che vi pongo. Nonostante la “modernità” in cui viviamo, il medioevo seppellito nei nostri cuori affiora in superficie più spesso di quello che vorremmo.

Omosessuale, bellissimo e pieno di spirito, oltre che di talento, Wilde era troppo per l’epoca vittoriana (se volete approfondire, questo articolo racconta brevemente la sua vita). Così come sarebbe troppo persino in questo principio di millennio. Specie se considerato che non faceva altro che, neanche troppo velatamente, criticare la società in cui viveva. A nessuna società piace essere criticata. Ancor meno derisa. La società ama prendersi sul serio. E pretende di essere presa sul serio.

“Il dovere è ciò che pretendiamo dal prossimo, non quello che facciamo noi.”

Oscar Wilde è un personaggio da romanzo. Si impegna lui stesso a esserlo, un po’ spinto dalla sua indole di “homme fatale” o, più comunemente definita “dandy”, un po’ (ma il mio è solo un sospetto) dalla terribile e insopportabile paura del qualunquismo. La difficoltà di tale scelta dovrebbe essergli stata chiara fin dal principio: a differenza dei personaggi da romanzo che vivono e muoiono tragicamente soltanto sulla carta, lui lo ha fatto per davvero. Ecco perché lo amo irrimediabilmente.

Il ritratto di Dorian Gray

Romanzo breve e di facile lettura, Il ritratto di Dorian Gray ha pochi personaggi, ancor meno azione, una miriade di aforismi, oltre a essere la più completa opera di allegoria dell’estetica nella letteratura. Ah, con quest’ultima affermazione potete anche non essere d’accordo. Opera che ha suscitato non poco scalpore, ha dato a Wilde la notorietà ma anche una certa spinta verso la prigione, in quanto i perbenisti del tempo giudicarono Oscar Wilde non solo in base a quella che era la nota accusa, ma anche imputandogli (segretamente) i misfatti presenti nel suo romanzo.

“L’artista è il creatore di cose belle.
Rivelare l’arte e nascondere l’artista è il fine dell’arte.
Il critico è colui che può tradurre in diversa forma o in nuova sostanza la sua impressione delle cose belle. Tanto le più elevate quanto le più infime forme di critica sono una sorta di autobiografia.
Coloro che scorgono brutti significati nelle cose belle sono corrotti senza essere affascinanti. Questo è un errore.
Coloro che scorgono bei significati nelle cose belle sono le persone colte. Per loro c’è speranza. Essi sono gli eletti: per loro le cose belle significano solo bellezza.
Non esistono libri morali o immorali. I libri sono scritti bene o scritti male. Questo è tutto.
L’avversione del diciannovesimo secolo per il realismo è la rabbia di Calibano che vede il proprio volto riflesso nello specchio.
L’avversione del diciannovesimo secolo per il romanticismo è la rabbia di Calibano che non vede il proprio volto riflesso nello specchio.
La vita morale dell’uomo è parte della materia dell’artista, ma la moralità dell’arte consiste nell’uso perfetto di un mezzo imperfetto. L’artista non desidera dimostrare nulla. Persino le cose vere possono essere dimostrate.
Nessun artista ha intenti morali. In un artista un intento morale è un imperdonabile manierismo stilistico. Nessun artista è mai morboso. L’artista può esprimere qualsiasi cosa.
Il pensiero e il linguaggio sono per un artista strumenti di un’arte. Il vizio e la virtù sono per un artista materiali di un’arte.
Dal punto di vista formale il modello di tutte le arti è l’arte del musicista. Dal punto di vista del sentimento il modello è l’arte dell’attore.
Ogni arte è insieme superficie e simbolo.
Coloro che scendono sotto la superficie lo fanno a loro rischio. L’arte rispecchia lo spettatore, non la vita.
La diversità di opinioni intorno a un’opera d’arte dimostra che l’opera è nuova, complessa e vitale. Possiamo perdonare a un uomo l’aver fatto una cosa utile se non l’ammira. L’unica scusa per aver fatto una cosa inutile è di ammirarla intensamente. Tutta l’arte è completamente inutile.”

L’importanza delle parole

L’originalità della trama, la critica al moralismo (tutt’ora valida), lo struggente dilemma esistenziale: sono tutti elementi che contribuiscono a rendere questo breve romanzo un capolavoro, nonché a renderlo unico nel panorama letterario mondiale. Ma, ai miei occhi, quello che lo rende davvero sublime, è la perfezione dell’uso delle parole.

La traduzione, generalmente, ha un peso fondamentale nella riuscita di un libro; in questo specifico caso, però, la traduzione è tutto. Oltre al libro, s’intende. Se comunque si ha la fortuna o la capacità di leggerlo in lingua originale (cosa che consiglio anche ai meno esperti, in quanto di altissimo livello linguistico, eppure non difficile) si verrà accarezzati di tutta l’avvolgente bellezza che Wilde crea dalle parole.

“Dall’angolo del divano di cuscini di Persia sul quale era disteso, fumando, al suo solito, innumerevoli sigarette, Lord Henry Wotton poteva intravedere appena lo splendore dei dolcissimi, color miele fiori di laburno, i cui fragili rametti sembravano quasi incapaci di sostenere il peso di tanta scintillante bellezza; di tanto in tanto, fantastiche ombre di uccelli in volo s’insinuavano attraverso le lunghe tende di seta cruda appese davanti alla grande finestra, producendo un fuggevole effetto giapponese, e facendolo pensare a quei pallidi pittori dalla faccia di giada di Tokio che, attraverso un’arte che è necessariamente immobile, cercano trasmettere il senso della velocità e del movimento.”

Wilde conosce benissimo il peso delle parole, sa usarle magistralmente e, soprattutto, comprende il loro potenziale:

“Parole! Semplici parole! Quant’erano terribili! Quant’erano chiare, vivide, crudeli! Ad esse non si poteva sfuggire. E tuttavia quale sottile magia contenevano. Sembravano capaci di dare forma plastica a cose informi, sembravano possedere una musica loro propria, dolce come quella della viola o del flauto. Semplici parole! C’era qualcosa di altrettanto reale quanto le parole?”

Dove, quando, cosa

Londra, fine del XIX secolo. Siamo fra nobiltà, la crème de la crème della società inglese del tempo. Una certa noia (ennui, per dirlo alla Lord Henry) serpeggia fra la meglio gioventù, avvelenando i balli di debutto, i tè delle cinque, le cene in ghingheri, le serate all’opera, insomma: l’intera stagione. Oramai ci si conosce tutti, si spettegola su tutti e non si fa altro che fingere interesse o piacere o gioia (con moderazione, s’intende) con una classe irraggiungibile. Se mai vorrete imparare l’arte della finzione sociale, vi consiglio senz’altro i salotti buoni della Londra vittoriana.

I giovani rampolli della Londra bene frequentano i giovani artisti (altrettanto per bene), i giovani (e disperati) artisti frequentano – per obbligo – la buona società: i primi nel tentativo di sembrare interessanti, i secondi nella speranza di vendere qualcosa. Nello studio di un pittore infatti, passa ogni tanto del tempo il suo amico, Lord Henry: il più grande dispensatore di aforismi dell’intera letteratura mondiale. In verità, lui non parla: lui elargisce perle di saggezza senza moralità (trovate voi il senso a questa frase). Ho sempre pensato che deve essere una fatica terribile cercare qualcosa di spiritoso (cioè: di spirito, non che faccia ridere) da dire per ogni frase espressa; a qualcuno viene spontaneo, è vero, ma troppo rari sono questi esemplari. Oscar Wilde era uno di loro, in effetti: aveva fatto dall’arte di discorrere un capolavoro, come possiamo ancora oggi scoprirlo in uno dei suoi alter-ego, Lord Henry per l’appunto.

I due amici contemplano lo scorrere del tempo, ma anche l’ultimo quadro al quale il pittore sta lavorando: il ritratto di un giovane di straordinaria bellezza. Lord Henry insiste per conoscere il giovane del dipinto, amico del pittore, il pittore – che conosce i suoi polli –, si rifiuta. La discussione va per le lunghe (come vi dicevo, non avevano altro da fare) ed ecco che il giovane in persona si presenta in visita dall’artista. Le presentazioni sono d’obbligo (ricordatevi: prima di tutto, le buone maniere!) e il danno è fatto (lo capirete più avanti).

Chi è chi

  • Dorian Gray: bello è bello, lo abbiamo appurato. Giovane, con una certa (apparente) purezza d’animo, si presenta come il personaggio perfetto: nobile, ricco, ben educato, scapolo. La meraviglia dura poco: difficilmente la purezza resta tale a lungo, e infatti si lascia subito influenzare da Lord Henry, uno che vive per parlare, ma che non parla per vivere (parlare per aforismi ha contagiato anche me).

“Certo era meravigliosamente bello con quelle sue labbra scarlatte dalla curva delicata, quei suoi occhi azzurri pieni di freschezza, quei suoi capelli d’oro ondulati. Nel suo volto c’era qualcosa che ispirava fiducia a prima vista. Si sentiva che era rimasto immacolato, non macchiato dal mondo.”

  • Lord Henry Wotton: il Mefisto tentatore. Mago dei giochi di parole, degli aforismi e dei luoghi comuni rovesciati, ama provocare con elegante cinismo, senza curarsi troppo degli effetti che le sue provocazioni potrebbero produrre. O forse è esattamente quello che vuole: creare reazioni, ma non possiamo saperlo, in quanto nessuno prende davvero sul serio un tipo come lui. Nessuno, tranne Dorian Gray.

“Tu non dici mai una cosa che sia morale e non fai mai una cosa che sia sbagliata. Il tuo cinismo è semplicemente un atteggiamento.” (Basil su Lord Henry)

  • Basil Hallward: pittore, completamente dedito alla sua arte, trova in Dorian Gray la sua ispirazione artistica. Pur essendo un artista, rimane il più concreto fra i personaggi, coerente ai valori in cui crede realmente. Cerca di proteggere Gray dalla influenza di Lord Henry e di mitigare Lord Henry nelle sue azzardate elucubrazioni verbali. Senza riuscire in nessuna delle due cose.

 

  • Sybil Vane: giovanissima e povera, è una talentuosa attrice di teatro che incanterà Dorian Gray, pronto a sposarla per il suo incredibile talento (iniziamo già male). S’innamora di Gray – e come si fa a resistergli, guardandolo solo dall’esterno? – e rinuncia a tutto per amore. Lei è l’Ofelia di questo romanzo che richiama Shakespeare in molteplici occasioni (e se non ricordate Ofelia, trovate qui il riassunto).

 

  • Jim Vane: fratello di Sybil, costretto a imbarcarsi marinaio per l’Australia per guadagnare qualche soldo. Venendo a conoscenza dell’infatuazione della sorella per uno di cui non sa neanche il nome (nella sua innocenza, lo chiama Principe Azzurro), promette di vendicare qualsiasi torto le sarà fatto e parte con l’angoscia nel cuore, temendo che la madre sarà incapace di gestire la situazione.

Chi fa cosa

Nello studio di Basil Hallward, il carismatico e parecchio annoiato Lord Henry ci mette davvero poco a convincere il giovanissimo Dorian Gray che l’unica vera felicità della vita è quella di essere giovani.

“Adesso dovunque andate affascinate il mondo; ma sarà sempre così?… Avete un viso meravigliosamente bello signor Gray; non aggrottate le sopracciglia, è così. E la Bellezza è una forma di Genio – anzi, è ancor più del Genio, perché non richiede spiegazioni. È uno dei grandi fatti del mondo, come la luce del sole, o la primavera, o il riflesso in un’acqua cupa di quella conchiglia d’argento che chiamiamo luna. Non può esser messa in discussione. Possiede un suo diritto divino di sovranità. Rende principi quelli che la possiedono. Sorridete? Ah! quando l’avrete perduta non sorriderete… La gente dice a volte che la Bellezza è solo superficiale. Può darsi. Ma almeno non è così superficiale come il Pensiero. Per me la Bellezza è la meraviglia delle meraviglie. Soltanto le persone superficiali non giudicano dalle apparenze. Il vero mistero del mondo è il visibile, non l’invisibile… Sì, signor Gray, gli Dèi sono stati benevoli con voi. Ma gli Dèi si riprendono ben presto ciò che hanno donato. Avete solo pochi anni per vivere veramente, perfettamente e pienamente. Quando la vostra giovinezza se ne andrà, la vostra bellezza sparirà insieme a essa, e allora vi accorgerete di colpo che per voi non ci sono più trionfi, oppure che dovrete accontentarvi di quei pochi trionfi che il ricordo del passato vi farà sembrare più amari di una sconfitta. Ogni mese che passa vi avvicina a qualche cosa di terribile. Il tempo è geloso di voi e ha dichiarato guerra ai vostri gigli e alle vostre rose. Diventerete giallo, le guance incavate, e l’occhio smorto. Soffrirete orribilmente… Ah! finché avete la vostra giovinezza fate di essa una realtà.”

Dorian Gray resta perplesso per qualche breve momento – troppo breve in effetti per non farci già sospettare un profondo vuoto rivestito di grazia –, poi, sopraffatto dalla scoperta che sia giovinezza che bellezza sono passeggere, decide di puntare tutto su quelle, appunto. Molto sveglio. Quindi, mentre si guarda ritratto nello stupendo dipinto realizzato da Basil, si ritrova a desiderare che sia il dipinto a invecchiare al suo posto. La petulanza da viziato inizia a trasparire dal principesco involucro di cui è rivestito.

Qualche giorno più tardi, Dorian confessa di essersi innamorato, Lord Henry non lo prende sul serio – dopotutto, Lord Henry non prende mai nulla e nessuno sul serio –, e lo fa ancora ancor meno quando il ragazzo gli racconta che la fortunata è una giovanissima attrice di teatro Sybil Vain, povera ma bellissima, strepitosa nei panni delle eroine shakespeariane. Dorian Gray elogia appassionatamente l’attrice per le sue interpretazioni teatrali, talmente appassionatamente da non rendersi conto di non conoscerla neanche, come persona.

“- Stasera è Imogene – rispose – e domani sera sarà Giulietta.
– E quando è Sybil Vane?
– Mai.
– Mi congratulo con te.”

Il nostro etereo personaggio si dichiara senza indugio, cioè dichiara il suo amore per tutto ciò che la ragazza impersona, ma Sybil Vain ha a malapena diciassette anni e non riesce a distinguere i vari tipi di amore (ma chi ci riesce?), inoltre, non può resistere al fascino di Gray (ma chi può farlo?), quindi si abbandona completamente all’amore senza conoscere neanche il nome dell’amato. A casa racconta timidamente i suoi sentimenti per colui che lei chiama “Principe Azzurro”, ma il fratello, meno romantico, non prova esattamente le stesse cose. Peccato lui si debba imbarcare per l’Australia.

Dorian Gray convince Basil e Lord Henry ad accompagnarlo al teatruccio in cui recita Sybil, rimbambendo i due (e noi lettori) con iperboliche lodi sul talento della ragazza che metterebbero ansia di prestazione a chiunque. Infatti, Sybil recita malissimo, gettando i tre amici in uno sconforto totale. Ma è soprattutto l’innamorato a essere deluso, disperato persino. Si precipita da lei in camerino: lei è in estasi, l’amore per lui ha preso il posto dell’amore per l’arte della recitazione e lei è al culmine della gioia poiché può dedicarlo tutto a lui, al suo Principe Azzurro. Glielo confessa con ingenua allegria:

“- Dorian! Dorian! – gridò – prima che ti conoscessi il teatro era l’unica realtà della mia vita. Vivevo soltanto per il teatro; pensavo che tutto fosse vero. Una sera ero Rosalinda, un’altra Porzia; la gioia di Beatrice era la mia gioia, i dolori di Cordelia erano i miei dolori. Credevo in tutto. Gli individui volgari che recitavano con me mi sembravano divini; gli scenari dipinti erano il mio mondo. Non conoscevo che ombre e le credevo realtà. Tu sei venuto, oh, amore mio caro! e hai liberato dal carcere la mia anima. Mi hai insegnato che cosa sia la realtà. Stasera per la prima volta in vita mia ho scoperto tutta la superficialità, la falsità, la stupidità del vuoto spettacolo al quale avevo sempre preso parte.”

Il Principe Azzurro, che sta virando su sfumature di grigiastro, non la vede allo stesso modo, anzi: non la vede per niente. Lui la amava per la sua arte, senza quella lei non è nulla!

“- Sì – gridò – hai ucciso il mio amore. Finora svegliavi la mia immaginazione e ora non svegli più neppure la mia curiosità; non produci semplicemente nessun effetto. Ti amavo perché eri meravigliosa, perché possedevi genio e intelligenza, perché traducevi in realtà i sogni dei grandi poeti e davi forma e sostanza ai fantasmi dell’arte. Hai gettato via tutto questo. Sei superficiale e stupida. Mio Dio! che pazzo dovevo essere per amarti! che sciocco sono stato! Ora per me non sei più niente; non voglio più pensare a te, non voglio pronunciare mai più il tuo nome. Tu non sai quello che eri per me una volta. Sì, una volta… oh, non posso nemmeno pensarci! Vorrei non averti mai vista. Hai rovinato il romanzo della mia vita. Come devi conoscere poco l’amore se lo accusi di rovinare la tua arte! Senza l’arte non sei niente. Ti avrei resa famosa, splendida, magnifica; il mondo ti avrebbe adorato e tu avresti portato il mio nome. Ora che cosa sei? Un’attrice di terz’ordine con un bel visino.”

Beh, capite da voi la meschinità orrenda, la pochezza d’animo, la crudeltà di questo personaggio. Per Sybil Vain deve essere stato un momento terribile. E infatti, la notte stessa si suicida.

Dopo aver dato prova dell’uomo che è, Dorian Gray, abbandonata Sybil, vaga per la città nel tentativo di riprendersi dalla terribile delusione che il suo smisurato ego sembra aver subito. Verso il mattino fa rientro a casa, nelle sue stanze lo sguardo gli cade sul suo ritratto dipinto di Basil. Orrore! Il suo viso divino sembra alterato da un ghigno di malvagità! Che scherzo è mai questo? Com’è possibile? Forse il desiderio espresso è diventato realtà?

Nota: semplificando di molto il concetto di questo libro, si definisce la trama di questo romanzo indicando come punto focale il dipinto che invecchia al posto del personaggio; apparentemente è così (ed è il personaggio stesso a desiderarlo ardentemente), però quello che, secondo me, rappresenta il vero peso in questo libro, è il fatto che il dipinto si trasforma non tanto in base del passare del tempo, ma che i cambiamenti maggiori e immediati siano relativi all’animo del personaggio. Le sue dissolutezze, i suoi vizi e il suo abbandonarsi a essi, il progressivo essere divorato dall’interno – questi sono i veri segni mostrati dal dipinto, così come questa è la vera analisi del romanzo.

A questo punto, Dorian Gray si persuade che il dipinto l’abbia preso davvero in parola ed è esterrefatto e al contempo scocciato dalla brutta piega che hanno preso sia la sua bocca (nel quadro), sia le cose (nella vita). Ci dorme un po’ su, poi passa il giorno evitando contatti con il mondo esteriore, sentendosi un pelino in colpa per come ha trattato Sybil. In uno slancio di magnanimità (finta: dettata più dal brutto ghigno del quadro che quello del suo cuore), le scrive una lettera per chiedergli perdono, deciso a sposarla come supremo sacrificio. Tutto sistemato.

Lord Henry si presenta a casa sua: come stai? Tutto bene, ho deciso di sposare Sybil, anche se non ha il minimo talento e neanche se lo merita. Oh, ma come, non hai letto la mia lettera? Sybil è morta suicida.

Disgrazia. Dorian Gray passa una brutta mezz’ora, Lord Henry – sempre attento alle apparenze – si assicura che in teatro nessuno sappia il nome del suo giovane amico, Sybil Vain è morta e sepolta (più o meno), non pensiamoci più. Si va all’opera (non so esattamente che faccia abbia fatto il quadro in quel preciso istante, ma secondo me deve essere stata orribile).

La vita prosegue come se niente fosse – meno che per Sybil, s’intende –, i rampolli continuano ad annoiarsi, i salotti buoni ricevono con la stessa maniacale attenzione per una superficie perfetta e il solito snobismo immotivato; Dorian Gray fa nascondere il ritratto in soffitta, lo chiude a chiave e tanti saluti, per poi darsi alla pazza gioia di una vita fatta di depravazione e comportamenti tutt’altro che da gentiluomo. Ma cosa importa? Lui ha dalla sua la bellezza eterna, la sua scelta è fatta, il dado tratto. Lascerà che i peggiori mostri gli divorino l’anima, senza che questo scalfisca l’angelica parvenza del suo apparire. Lui non ha fatto un patto con il demonio: lui si trasforma nel demonio. Un bellissimo, apollineo demonio.

Passa il tempo (oltre al comportarsi spregevolmente) ad appassionarsi di moda, di profumi, di musica e di pietre preziose, poi di arazzi e di vesti clericali (le digressioni su questi argomenti sono un capolavoro a sé), dà ricevimenti sontuosi e fa parlare di sé. Non benissimo, però: iniziano a girare strane voci sul suo conto e la gente inizia a evitarlo:

“Fu notato comunque che alcuni di coloro che erano stati in grande intimità con lui, dopo qualche tempo sembravano evitarlo. Si vedevano donne che lo avevano adorato alla follia e che per lui avevano sfidato ogni censura sociale e messo da parte tutte le convenzioni, impallidire di vergogna o di orrore quando Dorian Gray appariva.
Tuttavia, questi scandali di cui si sussurrava, agli occhi di molti non facevano che aumentare il suo singolare e pericoloso fascino. La sua grande ricchezza era un elemento rassicurante. La società, quella civilizzata almeno, non crede mai troppo facilmente a ciò che potrebbe danneggiare chi è ricco e affascinante. Sente istintivamente che l’educazione è più importante della morale e, nella sua opinione, la più specchiata rispettabilità vale molto meno del fatto di avere un buon chef. E, alla fine dei conti, è una molto magra consolazione venire a sapere che chi ci ha fatto servire un pessimo pranzo o un vino scadente, è irreprensibile nella vita privata. Nemmeno le virtù cardinali possono far perdonare delle entrées troppo fredde, come fece notare una volta Lord Henry, durante una discussione sull’argomento; e probabilmente vi sono molte cose da dire a favore di questa tesi. I canoni della buona società, infatti, sono, o dovrebbero essere, gli stessi dell’arte: per essi la forma è assolutamente essenziale.”

Il fidato amico Basil, allontanatosi anch’esso da Dorian, pensa bene di fare un’ultima opera pia prima di partire per Parigi: cerca l’amico per provare a farlo ritornare in sé: secondo lui, il giovane può ancora riscattarsi e ritrovare l’innocenza perduta. Ma non sa con chi ha a che fare: Dorian, sentendo criticare quello che ha di più caro, cioè il suo ego, attira Basil in soffitta con la scusa di mostrargli il ritratto e lo uccide.

Uccidere un uomo non è cosa difficilissima, convivere con il pensiero di aver ucciso è tutt’altra cosa, però. Quella che io chiamo la sindrome di Macbeth colpisce anche Gray, rendendogli la vita davvero difficile. Inoltre, il dipinto gronda sangue e la cosa mette un po’ di inquietudine anche a un demonio come lui che non è nato direttamente dalle viscere dell’inferno.

Come risolvere un problema? Con un altro problema. Per sbarazzarsi del corpo, Dorian ricatta Alan Campbell, un altro giovane caduto nelle sue grinfie impietose e la cosa sembra che non sia mai successa. Nessuno ha visto niente, nessuno sa niente. Nessuno, tranne Dorian Gray e Alan Campbell. Che si rincontrano frequentando gli stessi ambienti: questa volta però non si tratta dei scintillanti salotti di qualche duchessa in auge, ma di malfamate fumerie di oppio nei fatiscenti sobborghi di Londra – gli unici posti che offrono l’illusione di dimenticare.

Ed è li che Jim Vain, il fratello di Sybil, scopre l’identità di Dorian Gray, che ha cercato per dieci lunghi anni. Le ombre del passato di addensano su Dorian Gray, ma il diavolo ha sempre la fortuna della sua parte: Jim Vain finisce ucciso in un incidente di caccia mentre cerca di avvicinarsi a Gray per vendicare la sorella.

Chi ama chi

  • Dorian Gray. Ama se stesso, la sua giovinezza e la sua bellezza. Oltre a questo non ha altro amore da dare.
  • Sybil Vain. S’innamora con tutto il suo cuore innocente di Dorian Gray. Lo ama con tutto l’amore di cui è capace e questo è tutto per lei.
  • Lord Henry Wotton. Ama provocare. Ama buttare esche e sperare che qualcuno abbocchi. Un pochino ama anche Dorian Gray, infatti immagino esperimenterà la più grande delusione della sua vita.

Chi uccide chi

  • Dorian uccide Sybil. È un suicidio, ma l’assassino è lui e la cosa è lampante.
  • Dorian uccide Basil. Questa volta lo uccide personalmente perché si sa: le cose vengono meglio se fatte di persona.
  • Dorian suicida Alan Campbell. E forse altri due o tre malcapitati ai quali ha distrutto le vite.
  • Jim Vain viene ucciso in un incidente di caccia. Prima che possa farlo Gray.

Finale

“Farei di tutto per ritrovare la giovinezza, fuorché ginnastica, alzarmi presto e comportarmi come si deve.” Figuriamoci a condannarsi l’anima, aggiungerei io. Queste sono le parole che, anni dopo, Lord Henry dice a Dorian Gray, mostrandosi per quello che veramente è: uno che parla soltanto, senza credere quello che dice. Ma per Gray è, ovviamente, troppo tardi. D’accordo, prova a iniziare una nuova vita, si vanta persino di aver risparmiato una giovane fanciulla dalla rovina, ma Lord Henry inquadra molto bene la faccenda: il ragazzo è semplicemente alla ricerca di nuove sensazioni.

Il quadro lo sa, sa tutto di lui e glielo mostra impietosamente. Dorian Gray non riesce a sopportarlo, deve disfarsene, cancellare ogni traccia del passato! Uccide il quadro, quindi se stesso.

Conclusione

Essere o apparire? La difficoltà sembra maggiore nello scegliere di essere, ma il prezzo dell’apparire non viene mai definito in anticipo.

Gli aforismi di Lord Henry

“Mi piacciono le persone più dei principi e mi piacciono le persone senza principi più di qualunque altra cosa.”

“Il timore della società, che è il fondamento della morale, il terrore di Dio, che è il segreto della religione, sono le due cose che ci governano.”

“Lei sa più di quanto crede di sapere, proprio come sa meno di quanto vuole sapere.”

“I giovani vorrebbero essere fedeli e non lo sono; i vecchi vorrebbero essere infedeli e non possono.”

“Oggigiorno la gente conosce il prezzo di tutto e il valore di niente.”

“Gli uomini si sposano perché sono stanchi, le donne perché sono curiose; ambedue restano delusi.”

“Quando si è innamorati, si comincia sempre ingannando se stessi e si finisce sempre ingannando gli altri.”

“Se si vuole rovinare un carattere, si deve solo correggerlo.”

“La vera tragedia dei poveri è che non possono permettersi altro lusso che il sacrificio. I bei peccati, come le belle cose, sono privilegio dei ricchi.”

“La sigaretta è l’esempio perfetto di un piacere perfetto. È squisita e ti lascia insoddisfatto.”

“I buoni propositi sono inutili tentativi di interferire nelle leggi scientifiche. Nascono dalla pura vanità e il loro risultato è un nulla assoluto.”

“Posso sopportare la forza bruta, ma la ragione bruta è assolutamente insopportabile.”

“Posso aver compassione per tutto tranne che per la sofferenza.”

“Non desidero cambiare nulla in Inghilterra, salvo il clima.”

“Le emozioni hanno il vantaggio di condurci fuori strada, mentre il vantaggio della scienza è quello di essere priva di emozioni.”

“L’umanità si prende troppo sul serio.”

“Solo quando è troppo tardi si accorge che le uniche cose che non si rimpiangono sono le proprie follie.”

“Mi piace troppo leggere i libri per darmi la pena di scriverne.”

“Di tutti i popoli del mondo, quello inglese è il meno dotato del senso della bellezza letteraria.”

“Quando siamo felici, siamo sempre buoni, ma quando siamo buoni non sempre siamo felici.”

“Il piacere è l’unica cosa su cui meriti di avere una teoria.”

“La morale moderna consiste nell’accettare i valori stabiliti della nostra epoca. Secondo me, per qualunque persona colta, accettare i valori stabiliti della sua epoca è una manifestazione della più rozza immoralità.”

“Nessun uomo civile rimpiange mai un piacere e nessun uomo incivile sa che cosa è un piacere.”

“I mariti delle donne molto belle appartengono alla categoria dei criminali.”

“Quando una donna si risposa lo fa perché detestava il primo marito. Quando si risposa un uomo, lo fa perché adorava la prima moglie. Le donne mettono alla prova la loro fortuna, gli uomini la mettono a repentaglio.”

“Le donne ci amano per i nostri difetti. Se ne abbiamo a sufficienza, ci perdonano tutto, persino l’intelligenza.”

“Un uomo può essere felice con qualsiasi donna, finché non ne è innamorato.”

“Mi piacciono gli uomini che hanno un futuro e le donne che hanno un passato.”

“La moderazione è fatale.”

“I nomi sono tutto. Io non litigo mai con le azioni. Litigo solo con le parole. Per questo odio il realismo volgare nella letteratura. Chi chiama vanga una vanga dovrebbe essere costretto ad usarla. È l’unica cosa per cui è adatto.”

“Non combatto mai contro la bellezza.”

“Ammetto di ritenere che sia meglio essere belli che essere buoni ma, d’altra parte, nessuno è più pronto di me ad ammettere che è meglio essere buoni piuttosto che brutti.”

“Lo scetticismo è l’inizio della fede.”

“Per essere benvoluti da tutti bisogna essere mediocri.”

“Ogni volta che si ama è l’unica volta.”

“Nel migliore dei casi, in tutta la vita si riesce ad avere una sola esperienza, e il segreto della vita sta nel ripeterla il più spesso possibile.”

“La civiltà non è affatto facile da raggiungere. Ci si può arrivare solo in due modi: attraverso la cultura o attraverso la corruzione.”

“Ogni delitto è volgare, proprio come è un delitto la volgarità.”

“Ogni cosa si trasforma in un piacere se la si fa troppo spesso.”

“Se un uomo ha con la vita un rapporto artistico, ha il cervello nel cuore.”

“Le cose di cui si è assolutamente certi non sono mai vere.”

“La tragedia della vecchiaia non sta nel fatto di essere vecchi ma in quello di essere giovani.”

“L’arte non ha nessuna influenza sulle azioni: annulla il desiderio di agire.”

 

Annabelle Lee