L’eterno dolore
Non riesco a scrollarmi il dolore di dosso. È un cagnaccio morboso che non mi dà tregua, che non sa vivere per conto suo, che non mi abbandona mai. Da anni, ormai, risiede sulle mie spalle. Mi grava addosso senza ritegno, con i suoi modi rozzi, le sue zampacce immonde… e mi rovina la postura. Purtroppo pesa, purtroppo schiaccia la mia miseria umana oltre il fardello gravitazionale. È una pessima aggiunta, un surplus esiziale che non ha nulla di ortopedico e che si pensa inestirpabile. Non mi consente di andare in giro a schiena dritta e a testa alta, come fanno quelli forti, quelli sicuri, quelli certi della strada da percorrere. Io, invece, viaggio curvo. Traccio un periplo incoerente, lasciando a terra punti interrogativi quali orme inumane dalla dubbia provenienza.
Eppure, io ci provo a cacciarlo via, mi devi credere. Non mi pensare inerte, non mi chiamare succube, non giudicarmi debole. Ci provo sempre ad allontanarlo, questo dolore pazzo che mi tormenta i giorni. Ci provo con le buone e con le cattive, con l’astuzia e con l’istinto, con le moine o in malo modo, come si fa con le zanzare più moleste. Ma lui persiste, sembra perenne, appare eterno nel sormontarmi il dorso. Ormai fa così parte di me che non riesco a immaginarmi libero. È quasi un organo, una fetta inespiantabile della mia interezza marcia. A volte mi illudo di averlo fatto fuori, quando mi abbandono alle facezie, ai miei scherzi, alla gaudente goliardia che uso per rincuorarmi.
Rido e faccio ridere, piuttosto spesso. È il mio modo di imbrogliare la gente per farle credere che sto bene, che sono integro, che non mi duole nulla. Rido di schianto, con gioia subitanea, e cerco di essere contagioso. Poi gioco con le parole. Lo faccio per divertire il mondo e per distrarmi, per infondermi autoinganno, fingendomi guarito, sgravato dall’assillo del mio dolore. Ma lui c’è sempre, ritorna presto e mi salta addosso: è inesorabile. A volte mi avvinghia forte e mi lascia stanco, quasi non avessi più forza di resistergli. Gli cedo un solo attimo e lui si prende un giorno intero, lasciandomi abbattuto, ghermendomi il cuore con una morsa infame, da cui non so sgusciare via. Ma quando sembra finita, quando la sua violenza subdola sembra avere il sopravvento su ogni mia riluttanza, m’insorge la rabbia. Allora, una vampata di orgogliosa indignazione mi accende i sensi, mi scuote i nervi, mi sgela il cuore.
Ma non è con lui che mi arrabbio, bensì con me stesso. Mi biasimo per avergliela data vinta, in qualche modo; mi rimprovero di non saperlo ignorare; mi disprezzo per non essergli indifferente. Sicché, mi giro di scatto, come se davvero lui fosse alle mie spalle – anzi, sulle mie spalle – e se non comincio a urlargli contro qualche sguaiataggine è solo perché mi scoprirei ridicolo, ai miei stessi occhi, nel rivolgermi al niente che ho di fronte. Però quella rabbia senza sfogo non risulta vana. Mi aiuta a riprendere vigore, mi serve a ripristinare le gerarchie: non può comandare lui, né può vincermi.