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Le famose sconosciute: Kay Petre

Lady velocità

Boccoli, rossetto e… velocità. Una miscela che stona e fa storcere il naso. Per molta gente, il personaggio al quale vogliamo restituire la meritata notorietà avrebbe fatto meglio a profumare la sua vita con la fragranza di una prestigiosa maison, invece che con l’odore venefico della benzina.
Sono cose da uomini, le corse automobilistiche. Non possiamo nemmeno classificarle come un mestiere. Chi osa annoverarle fra gli sport vaneggia, oppure non è mai salito a bordo di un’auto da corsa. Non stiamo parlando delle moderne vetture da pista, nelle quali la tecnologia e il buonsenso dei progettisti contribuiscono a spostare un po’ il pericolo dal fianco di quegli scalmanati che vi si cimentano alla guida. Facciamo, invece, riferimento ai bolidi costruiti in epoca antidiluviana, fatti di cruda meccanica e, talmente poveri di elettronica, da rendere assolutamente inaccostabile la parola “sicurezza” al loro cospetto. Arnesi mortali per uomini scriteriati. Una manica di pazzi, dediti al culto della dea Velocità, nella maniera più insana ed integralista. Uomini pronti a stornare ogni risorsa ed energia da quella che si definisce una “vita normale” per consacrare tutto all’assurda sfida lanciata alla morte. Uomini che abbracciano consapevolmente il rischio e se lo tengono stretto, mentre migliaia di altri uomini li applaudono e sognano di emularne la follia.

Le corse automobilistiche: cose da uomini
Ph.@MundalisPhotoLibrary

E le donne? A casa, a cercare di mandare avanti la famiglia, trepidando per le sorti dei mariti e dei figli che hanno deciso di giocarsi la vita in una corsa, senza nemmeno saperne spiegare il motivo. Le donne non dovrebbero partecipare alle corse automobilistiche. È un’attività troppo dura e stancante, nonché oltremodo pericolosa. Le macchine – quelle macchine – mettono a dura prova braccia e gambe. Ci vogliono muscoli, ci vuole fegato, ci vuole coraggio. La volete sapere tutta? Ci vogliono le palle. Chi è stato biologicamente privato di tali goffi attributi penzolanti, può benissimo restarsene in casa ad armeggiare ai fornelli, trincerandosi dietro la mediocrità di chi non corre mai pericoli.

La storia di Kay Petre

La signora Kay Petre non era affatto d’accordo con questo ridimensionamento semplicistico delle proprie aspirazioni, né si lasciava imporre alcun altro dogma dalla società. Lei voleva correre come un uomo e guardare la morte dritta negli occhi, urlandole contro di esserne immune, in quanto troppo veloce per lasciarsi acchiappare e falciare. Negli anni ’30 del secolo scorso il nome di Kay Petre si leggeva spesso sulle pagine sportive dei quotidiani e le sue avventure automobilistiche suscitavano le invidie e le ammirazioni del pubblico. “The loveliest ace of the car track” (il più adorabile asso del volante dell’intero circuito) dice una didascalia che correda una sua vecchia foto. Era una star dell’automobilismo e un’icona dell’orgoglio femminile. Quando, nel 1934, stabilì il record di velocità, nella propria categoria, girando sul prestigioso circuito inglese di Brooklands, venne assediata dai fotoreporter. Il giorno dopo, il grande pubblico scoprì sulla carta stampata l’esile ed elegante figura di una giovane donna, accostata al poderoso motore da 10,5 litri e 12 cilindri della sua Delage da competizione. Un motore che avrebbe potuto funzionare benissimo anche su un aereo, tanto per capirci, e che trasmetteva vibrazioni paurose al telaio del veicolo, difficili da gestire e tollerare. Eppure, l’affascinante signora Petre, caviglia sottile ma piede pesante, aveva addomesticato e condotto quella bestia rombante lungo un pericoloso serpentone d’asfalto in soli 4 minuti e 10 secondi. Un tempo che solo pochi piloti uomini professionisti sarebbero riusciti a battere. Il resto della popolazione maschile poteva solo strabuzzare gli occhi di fronte a quelle cifre e poi togliersi rispettosamente il cappello.

Kay Petre e la sua Delage da corsa
Ph.@Pinterest

Il pittore francese Eugene Delacroix diceva che “senza audacia, ed estrema audacia, non vi è bellezza”. Forse i temerari sono davvero degli artisti ed è per questo che le loro gesta vengono ammirate e celebrate al pari delle opere d’ingegno. Se accettassimo questo ragionamento, potremmo facilmente comprendere il nesso tra gli studi in campo artistico compiuti in giovane età da Kay Petre e la sua successiva affermazione in campo automobilistico.
L’ardimento e la spregiudicata voglia di giocarsi la vita tutta in una volta hanno sempre contraddistinto l’essere umano. O meglio, alcuni esemplari di esso. Il resto si è limitato a fare da spettatore, rivolgendo ai protagonisti degli sguardi di ammirazione o la propria disapprovazione moralistica. Vuoi mettere la nobile superbia di giudicare chi non si rassegna alla noiosa quotidianità dell’esistere e basta?
Kay Petre si arrogava il diritto di poter disporre liberamente della propria vita e di fare sprezzo del pericolo, al pari di un uomo.
Ma il punto è capire da dove o da cosa si origina la “fame di rischio” che intorbida il sangue degli intrepidi. Cosa portava una ragazza di buona famiglia borghese a sfidare le convenzioni sociali e a lanciarsi in imprese spericolate?

Le origini di Kay Petre

Kay Petre nacque il 10 Maggio del 1903 nella periferia canadese. Il suo nome da nubile era Kathleen Coad Defries, era figlia di un magistrato e sembrava essere un tranquillo angioletto fino all’età di vent’anni. Se ne andò per qualche tempo in Inghilterra e in Francia per perfezionare i suoi studi di materie artistiche. Al suo ritorno in patria, venne colta dalla fissa delle automobili. Si sposò, ma rimase improvvisamente vedova per un tragico tiro funesto, giocatole dal destino. Attraversò un periodo di astinenza automobilistica, ma si riprese presto. Convoló di nuovo a nozze con un uomo “scellerato” tanto quanto lei: Henry Aloysius Petre, avvocato inglese. Se i genitori di Kay sperarono, per un solo momento, che maritando la figlia con un aspirante principe del foro, per altro di quasi 20 anni più maturo di lei, l’avrebbero condotta a mettere la testa a posto, vennero subitamente disillusi. La prima cosa che “Henry la scimmia” (così lo chiamavano gli amici) regalò alla consorte fu proprio una macchina da corsa.
Ma quali nipotini! I due sposini, invece di mettere su famiglia, si abbandonarono alle loro rispettive passioni. Lui lasciò la carriera forense per dedicarsi all’aviazione; lei comincio a viaggiare di continuo per partecipare a svariate competizioni automobilistiche.

La carriera di Kay Petre

Nel 1937, il nostro mancato angelo del focolare volò in Sud Africa per un importante gran premio. Lì fece amicizia con il leggendario asso tedesco del volante Bernd Rosemeyer. Gareggiò contro di lui e contro altri piloti blasonati nella stessa corsa e si classificò al sesto posto. Fidatevi, non si tratta di un’impresa da poco. La signora, del resto, si era già misurata in competizioni proibitive, come la 500 miglia di Brooklands (un infido circuito “spaccaossa”), le 12 ore di Donington Park e di Crystal Palace, e contava ben 3 partecipazioni alla 24 ore di Le Mans.

Kay Petre
Ph.@Pinterest

Pilota di razza e indomabile ribelle, continuò a competere con estrema foga, collezionando una lunga serie di vittorie e di record nelle categorie femminili e guadagnandosi il titolo di “donna più veloce del mondo”, finché un terribile incidente non mise fine alla sua carriera. Sempre nella temibile pista di Brooklands, mentre si trovava al volante della sua Austin Seven, venne tamponata dal collega Reg Parnell e uscì di strada con un cappottamento. La vettura di cui era alla guida era di tipo “barchetta”, dunque priva di tetto. Nell’impatto, Kay si infortunó seriamente e venne portata, priva di sensi, in ospedale. Sopravvisse, ma non fu più in grado di correre per via delle lesioni riportate. Né volle mai più tornare sull’argomento dell’incidente.

La seconda vita di Kay

Non pensate, però, che si rinchiuse in casa a preparare biscotti e a stirare le camicie di Henry. Si dedicò al giornalismo e divenne una corrispondente del Daily Graphic per il motorsport. Questo lavoro le consentì di continuare a rimanere vicino al mondo dei motori e di viaggiare in lungo e in largo, nonché di conoscere le celebrità più famose delle corse. Ebbe parole di miele per Tazio Nuvolari e raccontò le corse per tanti anni.

Durante la terza età, rimasta vedova per la seconda volta, si ritirò nel suo modesto appartamento londinese e decise di eclissarsi fin quando la morte la raggiunse, dato che ormai era diventata lentissima, all’età di 91 anni. In ossequio alla sua signorile modestia, rifiutó di concedersi alle domande dei giornalisti nostalgici e dei biografi a caccia di prede. Scelse il silenzio e non aprì più le porte sul suo passato da “top driver”, né mostrò più la sua collezione di trofei. Erano davvero tanti e prestigiosi. Quei pochi che le mancavano, glieli aveva contesi e “rubati” la sua acerrima rivale di pista: l’inglese Gwenda Stewart, che la domenica faceva la “pilotessa” e nei giorni feriali conduceva un’ambulanza. Ma questa è un’altra storia (che potete leggere qui).

 

Rosso Groviglio