• No products in the cart.

Non sono una signora – la storia di Gwenda Stewart

Sbaglio o non sareste affatto contenti di vedere vostra figlia scarmigliata, insudiciata di olio motore e castigata in una rozza tuta da pilota, mentre si gioca l’osso del collo scorrazzando a tutta velocità per il mondo? La vorreste, invece, in ghingheri, con tutta la placida compostezza delle signorine ammodo. La pelle sempre fresca e luminosa, i capelli morbidi e profumati. E, se invece di una principessa, la cicogna vi recapitasse in casa una scavezzacollo indomabile? Un maschiaccio mancato, tutta arruffata e ribelle, con l’animo sempre in tumulto, la linguaccia velenosa e “lo spirto guerrier ch’entro le rugge”?

Io ero proprio così. Un pessimo esemplare di figlia femmina, un cattivo esempio. Non sono una signora, non lo sono mai stata, e c’è una mia foto, risalente ai primi anni del ‘900, nella quale sono stata immortalata in tutta la mia sciatteria anarcoide, a bordo di una motocicletta da corsa. Ho i capelli corti come quelli di un uomo, sono vestita come un ragazzo qualsiasi e guardo verso l’obiettivo con un cipiglio indefinibile. Ho un’espressione inqualificabile, a metà strada tra fierezza e sfrontatezza, e un grugno da brutto ceffo, che non sorride né sogghigna. Ma il vero fulcro dell’immagine sono gli occhi. Quegli occhi affamati e inferociti, li rivedo adesso, a una vita di distanza, e mi ricordano quelli del coyote. Ero proprio un coyote di ragazza, furtiva e predatoria, aggressiva e spregiudicata nel rincorrere la mia preda più ambita: il traguardo. No, non sono una signora, né mai ho voluto esserlo, e vi chiedo la compiacenza di perdonarmi per le improponibili calzature che portavo ai piedi. Le avevo forse prese in prestito da mio fratello? Chi lo sa. Ma servivano allo scopo, poiché non avrei potuto manovrare i pedali della motocicletta con degli aggraziati stivaletti da signora.

Gwenda Stewart immortalata sulla sua moto
Credits@TheVintagent

Io correvo, sapete? Forte, molto più che un coyote. Mentre le mie coetanee s’affannavano a procurarsi un marito, io inforcavo la motocicletta e inseguivo i miei sogni di velocità. Se ci fosse stato il rock and roll a quei tempi, avrei avuto la colonna sonora perfetta per le mie scorribande.
Perché lo facevo? Perché mettevo a repentaglio la mia vita per una dose di adrenalina? Ancora oggi non so rispondere a queste domande e credo che nessuno dei miei colleghi saprebbe darvi una motivazione convincente. Se chiedete ad un pilota perché corre, egli distoglierá in fretta lo sguardo dal vostro e vi dirà, piuttosto banalmente, che lo fa perché si diverte. Non possiamo pretendere spiegazioni dall’irrazionalitá. Il folle, lo scriteriato, il coyote inferocito non sanno argomentare la loro insania. Curiosamente, l’unica definizione convincente di quello che fu il mio folle amore giovanile l’ho avuta da uno spirito tutt’altro che avventuriero, leggendo le parole del poeta italiano Giacomo Leopardi:

“La velocità è piacevolissima per sé sola, cioè per la vivacità, la forza, la vita di tal sensazione. Essa desta realmente una quasi idea dell’infinito, sublima l’anima, la fortifica.”

Il mio nome è Gwenda Mary Glubb, meglio nota come Gwenda Hawkes o Gwenda Stewart, visto che gli uomini ci tengono tanto a donarci i loro cognomi, una volta maritati. Sono nata il primo giugno del 1894 nella cittadina inglese di Fulwood e sono sempre stata circondata da uomini forti. A me le pappe molli non sono mai piaciute. Mio padre era un eroe di guerra, si era distinto nel secondo conflitto boero, guadagnandosi le sue belle onorificenze. Mio fratello non è stato da meno come ufficiale nell’esercito britannico. A me, in quanto donna, non è stata data l’opportunità di imbracciare le armi ma, tutte le volte che il mio paese è stato messo in pericolo da quei villanzoni dei crucchi, mi sono data da fare. Durante la Prima Guerra Mondiale, sono entrata a far parte del corpo femminile della Royal Air Force e, visto che non facevo altro che parlare di motori, mi hanno destinato alla conduzione delle autoambulanze. Non in patria, no, ma sul fronte orientale. Direttamente sotto le bombe del nemico. Non posso certo dire di essermi divertita in mezzo al fango rumeno e alle steppe russe, ma almeno guidavo. Pare che fosse la cosa che mi riusciva meglio. Correvo a più non posso con le ambulanze dell’esercito per raccogliere i feriti. Tanti ne ho salvati e tanti rischi mi sono presa, mentre impazzavano i combattimenti, che mi hanno insignito della Croce di San Giorgio e della Croce di San Stanislao. Nel mio portagioie non troverete leziosi ninnoli, ma medaglie al merito. Ve l’ho detto, non sono una signora.

Gwenda Stewart sul circuito di Brooklands
Credits@Pinterest

E pensare che avevo quasi rischiato di non finirci al fronte e di essere espulsa dalla Royal Air Force, quando la beghina lì, la comandante Violet Douglas-Pennant aveva montato su lo scandalo. Lei sì che era una signora. L’avevano messa a capo dei reparti femminili a Hurst Park Camp e si era messa in testa di rivoluzionare tutto e di moralizzare tutti. Voleva disciplina, ordine, efficienza. Pretendeva assoluta dedizione ai compiti e non tollerava le situazioni di promiscuità tra gli istruttori uomini e le allieve donne. Ma noi eravamo giovani, eravamo passionali, sognavamo la vita e dovevamo consolarci per la guerra. Comunque, un giorno, questa monaca mancata andò su tutte le furie e scrisse al ministero, al governo, ai capi delle forze armate. Aveva scoperto il colonnello Sam Janson intento a fornicare nei dormitori del campo. Indovinate chi c’era a letto con lui?
Vi lascio immaginare quante me ne dissero. Ma io c’ero abituata a sentirmi apostrofare con le più disparate amenità. Già quando salivo a bordo della motocicletta, senza rispettare i tristi crismi della moralità, mi chiamavano “fucking lesbian” (fottuta lesbica, n.d.a.). Non me ne curavo, io volevo solo correre e raggiungere ciò che essi non avrebbero mai potuto avere, per via della loro codardia: l’estasi della velocità.
Tanto per essere chiari, io Sam Janson me lo sposai. Allora lo amavo, alla maniera disperata e assuefacente con cui si ama da giovani, e ne fui felice. Da civile, lui lavorava come direttore della casa automobilistica Spyker. Progettava nuovi bolidi, mentre io correvo in moto. Il circuito di Brooklands, una pericolosissima arena per motori ruggenti, era il mio habitat naturale. Lì, a breve, sarei stata incoronata Speed Queen, dopo aver fatto registrare numerosi record di categoria. Io e miei colleghi pazzi correvamo per ore e ore, a volte per intere giornate. Ci davamo il cambio per riuscire a condurre lo stesso veicolo al traguardo delle gare di durata. Giorni e notti consacrati alla Dea Velocità. Ma, siccome la morte mieteva troppe vittime tra le nostre giovani vite spericolate, il governo impose delle restrizioni per tutelarci: a Brooklands fu vietato correre per oltre 12 ore di fila e durante la notte. Era troppo per me. Mi sentivo imbrigliata e ne soffrivo. Le catene non le ho mai sopportate. Dopo soli tre anni di matrimonio, nel 1923, giunse il momento di divorziare da Sam. Nella mia visione, l’amore è il comburente delle passioni umane. Loro ardono, lui le alimenta. Ma che volete farci, voi non siete mai rimasti a secco di benzina? Era finito, tutto lì. C’eravamo amati, ma non bruciava più nulla dentro di me.

Gwenda con una delle sue macchine da corsa
Credits@FineArtAmerica

Passato un anno, sposai Neil Stewart, amministratore delegato della Trump Motor Company. Da lui ho avuto amore e nuovi veicoli per cimentarmi nelle mie imprese. Decidemmo insieme di trasferirci in Francia, alle porte di Parigi, a due passi dal circuito di Monthlery. Lì si poteva correre giorno e notte, senza una fine e senza un perché. Proprio come piaceva a me. Un giorno, Neil si presentò con un nuovo trabiccolo che era stato progettato appositamente per correre. Era una strana auto a tre ruote, due davanti e una sola dietro. L’idea l’avevano avuta gli americani, che chiamavano quel genere di veicoli “ner-a-car”. Neil mi regalò il “triciclo” e io lo usai al massimo delle sue potenzialità. Non vi dico il rumore assordante che faceva, né quante vibrazioni trasmetteva al mio corpo da fantino; e lasciamo perdere il dettaglio che fosse dotato di freni su una sola ruota. Ciò che contava è che andasse forte. Abbastanza da farmi ottenere nuovi record.
Non avevo certo abbandonato la moto. Anzi, nel 1925 riuscii a battere ulteriori record con una Rudge 350cc. Andavo sempre più forte e sentirmi addosso il vento del mio stesso impeto velocista mi provocava una sensazione di benessere ed euforia. Correvo sugli asfalti e sugli sterrati più infidi, da sola o in coppia con i miei compagni di squadra. Tutti uomini che ho indotto a trattarmi come una loro pari. Lungo i rettilinei, mi acquattavo sul serbatoio della motocicletta, cercando di nascondere la testa fra i manubri per vincere la resistenza aerodinamica e andare più veloce. Quanta polvere ho mangiato! Quanto freddo ho preso! Quante volte mi sono spellata le mani nello sforzo di tenere a bada i miei destrieri meccanici! Non lasciavo mai nulla al caso. Ero quello che si definisce un “pilota perfezionista”. Volevo che i miei veicoli fossero sempre in piena efficienza; che venissero disposti sulla linea di partenza due ore prima del via per essere ispezionati a dovere; che i meccanici fossero sempre impeccabili nel loro lavoro e nel loro aspetto. Mi era presa una vera e propria fissa per le tute bianche. Sebbene non fosse il colore ideale per chi lavora in officina, pretendevo che le indossassero e che le tenessero immacolate. Ero disposta a pagare di tasca mia il conto della tintoria, purché mi trovassi circondata dal loro bianco pulito e inappuntabile. Nel placido biancore di quelle tute vedevo annullarsi tutti gli imponderabili colori del mondo, tutti i rischi e le variabili indeterminate. Esorcizzavo la nera morte con il candore ossessivo. Osservando la lucentezza del loro vestiario mi sentivo sicura e invincibile…

Nel 1929 conobbi Douglas Hawkes, anch’egli pilota. In lui riscontrai il genio dell’ingegnere talentuoso e l’ambizione di chi vuole emergere. Progettava macchine da corsa e costruì per me una Morgan a tre ruote. Me ne servii per battere una lunga serie di record. Douglas rappresentava un’opportunità per la mia carriera e una forza di crescita propulsiva. La colsi con entusiasmo. Mi mise a disposizione una vera automobile con quattro ruote, la Derby Miller. Ne rimasi folgorata. Un altro italiano, un certo Filippo Tommaso Marinetti ha detto che “La magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova; la bellezza della velocità. Un automobile da corsa, col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo… un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia è più bello della Vittoria di Samotracia”. Era la verità. Con la Derby Miller ottenni alcuni successi nel 1930. Poi arrivò il mio primo contratto da professionista con la Austin. Mi assunsero al posto di un uomo per battere il record che un altro uomo aveva stabilito a Monthlery. Lo feci. Poi mi assunse la Bosch come collaudatrice. Testavo le loro candele, correndo su vari veicoli. Proprio mentre facevo uno di questi collaudi, ebbi un pauroso incidente. La macchina iniziò a serpeggiare pericolosamente in rettilineo e sgusció fuori dal mio controllo. È stato quello il peggiore spavento che mi sono presa in tutta la mia vita. Ma giocai un tiro mancino alla morte, cavandomela con qualche escoriazione e un bell’occhio nero. La paura non mi impedì di partecipare al Rally di Montecarlo con la Derby roadster, progettata sempre da Douglas. Ormai il nostro connubio era diventato vincente e indissolubile. Non si limitava solo alle corse. C’era dell’altro, molto altro. Sebbene fossi ancora sposata con Neil, non mi preclusi l’opportunità di scoprire di nuovo l’amore per mano di Douglas.

Io ho amato, sì. Follemente e intensamente, così come ho corso. Agli uomini ho dato tutta me stessa e da loro ho preso tutto, senza rimpianto alcuno.
Gareggiai due volte a Le Mans ed ebbi come compagni di squadra due uomini. Ci alternavamo alla guida dello stesso bolide, e il puzzo che emanava il mio corpo, sconquassato dalle fatiche di una gara tanto impegnativa, si mischió al loro fetore, nello stesso abitacolo. Non è un mestiere per signorine, l’automobilismo.

La Derby Maserati
Credits@ClasssicDriver

Douglas mi mise a disposizione un nuovo gioiello nel 1935: la Derby motorizzata Maserati. Un vero mostro, celato sotto la tenue tinta celeste. Con quel bolide corsi a Brooklands contro la leggendaria Kay Petre (la cui storia potete trovare qui). Lei era una pilotessa fascinosa. Il mestiere ingrato che si era scelta, non le impediva di curarsi a dovere. La sua femminilità debordava dalla tuta da corsa e la manteneva terribilmente attraente. Gli uomini la veneravano, i giornalisti la assediavano e il pubblico la acclamava. Le contesi alcuni primati, in quegli anni, e qualche pagina delle riviste specializzate. La ricordo come un perfetto miscuglio di grazia e determinazione.

Gwenda Stewart e Kay Petre
Credits@MundalisPhotoLibrary

Nel 1936 corsi inseme a George Duller alla 500 miglia di Brooklands e ottenemmo insieme un prezioso settimo posto, in mezzo a fior di piloti professionisti.
Mi ero ormai separata da Neil e l’anno successivo ebbi le mie terze nozze con colui che fino ad allora era stato il mio amante: Douglas Hawkes. Decidemmo di tornare a vivere in Inghilterra e non ci separammo più fino alla sua morte, nel 1974. Il tempo delle corse finì quando scoppiò la Seconda Guerra Mondiale. Per dare una mano alla patria, mi impiegai presso la Brooklands Engineering Company. Ero operaia addetta alla realizzazione di pezzi per motori di aviazione. Poi tornai a condurre le ambulanze, quando Londra venne martoriata dalle bombe naziste.

Finita la guerra, io e il mio terzo marito scoprimmo una nuova passione: il mare. Comprammo una barca a vela, la battezzammo “Elpis” (in greco antico è l’equivalente della Spes romana, la personificazione della speranza, n.d.a.) e iniziammo a navigare in lungo e in largo. Il mare ci regalava silenzio e quiete, dopo anni di roboanti battaglie in pista e di frastuono bellico. Un giorno approdammo su un’isola greca e decidemmo di stabilirci lì. Era la nostra meta. Non l’avevamo cercata, ma la trovammo.
Il resto della mia vita è fatto interamente di sole, mare e natura.
Ho avuto tre mariti e nessun figlio. Ho amato, ho tradito, ho lavorato, ho lottato. Mi sono meritata gli applausi di tanta gente e il biasimo di altrettanta. Oggi è il 27 Maggio 1990. Mancherebbero pochi giorni al mio 96esimo compleanno ma ho qui, di fronte a me, la morte. L’ho elusa e sbeffeggiata per quasi un secolo. L’ho sfidata, l’ho guardata dritta negli occhi, l’ho combattuta in guerra e in pista. Ho corso più veloce di lei, ho vissuto come volevo e più che potevo. Intensamente, sfrontatamente. Non sono mai scesa a compromessi, non ho rinunciato a nulla. Adesso la lascio vincere. Lascio che mi prenda e mi porti via con sé. Ma non l’accoglierò a braccia aperte. Le riserverò un ghigno di disprezzo e un gestaccio insolente. Non sono una signora.

 

Rosso Groviglio