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Il piacere di Gabriele D’Annunzio

Controversa e ambigua, la figura di D’Annunzio non sempre ispira simpatie; infatti non è simpatia la prima cosa che mi viene in mente quando penso a lui. Perché qualcuno dovrebbe pensare a D’Annunzio? Capita, quando si legge un libro, di pensare al suo autore. Anche se ho scoperto che sarebbe meglio non farlo. Molto meglio immaginare l’autore attraverso il prisma dei suoi libri che conoscere (e, dunque, giudicare) l’autore per sentito dire e quindi, inevitabilmente, estendere il giudizio (o il pregiudizio) ai suoi libri. Il talento o le capacità di una persona possono essere soprannaturali, mentre l’essere umano resta appunto, umano.

Dopo una decina di anni da quando lo ricevetti in regalo, mi sono finalmente decisa a leggere Il piacere di Gabriele D’Annunzio. La decisione, tuttavia, non è dovuta a un improvviso cambio di opinione sull’autore, ma in seguito alla mia ferrea imposizione di non acquistare altri libri finché non avrò finito di leggere tutti quelli che ho già nella libreria (esclusi i 20 volumi dell’enciclopedia e i 15 della storia dell’arte).

Chissà perché (per il pregiudizio, come perché?), complice anche il titolo, mi aspettavo un’opera molto più torbida e difficile da digerire – neanche fossero peperoni ripieni. Invece sono rimasta sorpresa, e cosa c’è di più bello che essere sorpresi? Intendo essere sorpresi piacevolmente.

La trama di Il piacere

Facilmente intuibile, Il piacere di D’Annunzio è un romanzo che parla d’amore. Andrea Sperelli, giovane aristocratico, innamorato dell’arte, della letteratura e dei viaggi, si scopre ennui della bella vita e decide di innamorarsi anche dell’amore. Ebbene, l’amore in questione non è esattamente quell’idea di sentimento a cui uno potrebbe aspirare o credere di desiderare; si tratta invece di un amore in carne e ossa, piuttosto avvenente anche: il suo nome è Elena Muti. Appena trovato e subito perduto, ad Andrea resta però soltanto il ricordo d’amore. In mancanza di meglio, il giovane intreccia una relazione amorosa con questo ricordo, struggendosi e consumandosi virilmente fra le sue braccia fatte di abbandono e nostalgia. Passando al contempo fra braccia più accoglienti e reali, poiché le due cose non si escludono a vicenda.

Il meglio comunque arriva: costretto a una lunga convalescenza dopo essere stato ferito in un duello d’onore, su invito di sua cugina, Andrea si ritira nella bellissima villa di Schifanoja, a leccarsi le ferite. Figurativamente parlando. Mentre impegnato a piangersi addosso, il giovane conosce i nuovi ospiti della cugina: la famiglia del ministro del Guatemala (uomo molto occupato e perlopiù assente). La moglie del ministro, Maria Ferres – donna bellissima, pura e profonda –, ha una voce che ricorda ad Andrea il suo andato amore, ricordo a cui non sa proprio resistere. S’innamora di lei, la tormenta con versi, silenzi e sospiri iperbolicamente romantici finché la malcapitata, vinta per sfinimento, ricambia il sentimento.

“― Credetemi, Maria, credetemi. Se ora mi dicessero di abbandonare ogni vanità ed ogni orgoglio, ogni desiderio ed ogni ambizione, qualunque più caro ricordo del passato, qualunque più dolce lusinga del futuro, e di vivere unicamente in voi e per voi, senza domani, senza ieri, senza alcun altro legame, senza alcuna altra preferenza, fuor del mondo, interamente perduto nel vostro essere, per sempre, fino alla morte, io non esiterei, io non esiterei. Credetemi. Voi mi avete guardato, parlato, e sorriso e risposto; voi vi siete seduta accanto a me, e avete taciuto e pensato; e avete vissuto, accanto a me, della vostra esistenza interiore, di quella invisibile e inaccessibile esistenza ch’io non conosco, ch’io non conoscerò mai; e la vostra anima ha posseduta la mia fin nel profondo, senza mutarsi, senza pur saperlo, come il mare beve un fiume… Che vi fa il mio amore? Che vi fa l’amore? È una parola troppe volte profanata, un sentimento falsato troppe volte. Io non vi offro l’amore. Ma non accetterete voi l’umile tributo, di religione, che lo spirito volge a un essere più nobile e più alto?”

Ovviamente mente, convinto di dire il vero.

La convalescenza finisce, l’idillio pure. Tornato a Roma, Sperelli non demorde però: continua ad assillare Maria, fra una passeggiata al parco e l’altra al cimitero. Maria è combattuta tra dovere e sentimento, soffre, piange e si dispera, ma tutto molto nobilmente. Per complicare le cose, la conturbante Elena Muti – ora Lady Heathfield in seconde nozze – torna nuovamente in scena, giocando con i sentimenti mai sopiti del giovane Andrea. Costui, confuso più che mai (anche se partiva già avvantaggiato) corre dietro a due lepri e non sto qui a dirvi come finisce.

I personaggi di Il piacere

Andrea Sperelli – come il suo ideatore, il ragazzo non riscuote le mie simpatie. Giovane, bello, ricco, viziato e completamente centrato su se stesso, ha forse come unico pregio la passione per la bellezza, ma si sa che le passioni portate all’estremo diventano vizi. Sospettosamente simile al dandy londinese, il Dorian Gray nostrano crede di elevare il proprio spirito con letture di livello, attraverso la contemplazione del bello oppure scrivendo versi su quali non darò giudizio alcuno. Mentre altro non fa che adeguarsi a una società altisonante, presuntuosa e vuota di contenuti come quella da cui fa parte. L’amore? Ah, l’amore… Lui non vive alcun amore, non sa cosa sia, l’amore, si riempie la mente e la bocca di pensieri che immagina parlino d’amore; invece insegue il piacere, l’attimo, l’esplosione suprema e caduca di una vittoria che, in realtà, fa solo perdere.

Elena Muti – forse persino più antipatica di lui (chi s’assomiglia…), altezzosa e scostante, è la risposta perfetta alla vacuità del sentimento. Gioca, inganna, scappa.

Maria Ferres – rappresenta la vittima sacrificale del romanzo. Alla sua purezza d’animo si può contestare, per così dire, soltanto l’ingenuità, e la sincerità sprecata dei suoi sentimenti suscita compassione.

Roma – personaggio potente, bellissimo e indimenticabile, partecipa attivamente a tutte le vicissitudini dei personaggi, senza mai giudicarli, maestosa, pacata, eterna. Forse il personaggio più riuscito di tutto il romanzo.

 

I temi di Il piacere

I valori e la contrapposizione del vacuo. Volutamente o no (sospetto però più un’ammirazione verso l’idea di un valore piuttosto che per il valore in sé), D’Annunzio eleva la superficialità dell’élite della società quasi a un’aspirazione: i giovani rampolli devono gareggiare per guadagnarsi la fama di viveurs, i mariti devono sembrare impegnati a non rendersi conto cosa succede sotto al loro naso, le dame fingono contegno ma senza convinzione – e tutti si dissacrano allegramente a vicenda fra una cena e un tè pomeridiano. Ovviamente sono tutti nobili, ricchi e non hanno altro a cui pensare. Anche se non si è capito bene cosa.

L’arte. Tema fondamentale del libro, l’arte è costantemente osannata, inseguita e lusingata. Andrea Sperelli non ci risparmia lunghi monologhi interiori sulla vitale importanza dell’arte, sulla sua fondamentale e imprescindibile impronta nell’uomo e nell’umanità, eppure le sue elevate disquisizioni interiori risultano artificiose, stentate, come se dovesse convincere se stesso, sbagliando nel contempo l’intento finale.

“Bisogna fare la propria vita, come si fa un’opera d’arte. Bisogna che la vita d’un uomo d’intelletto sia opera di lui. La superiorità vera è tutta qui.”

“Gli uomini d’intelletto, educati al culto della Bellezza, conservano sempre, anche nelle peggiori depravazioni, una specie di ordine. La concezion della Bellezza è, dirò così, l’asse del loro essere interiore, intorno a quale tutte le loro passioni gravitano.”

“L’Arte! L’Arte! ecco l’amante fedele, sempre giovine immortale; ecco la fonte della gioia pura, vietata alle moltitudini, concessa agli eletti; ecco il prezioso Alimento che fa l’uomo simile a un dio.”

Dunque: superiorità, depravazione – ma con ordine –, diventare un dio. Nobili propositi.

La caducità dei tempi. Pur sfolgoranti nei loro palazzi principeschi, pur ingioiellati e avvolti in sete e broccati, serpeggia un’aria di decadimento imminente fra i membri dell’alta società raffigurata da D’Annunzio. Ma sembrano prenderla tutti bene: scommettono ai cavalli, giocano a carte, passano l’inverno a Parigi… Insomma: decadenti ma con classe, fino all’ultimo.

Il piacere. Leitmotiv del romanzo, l’inseguimento del piacere è la raison d’être di tutti i personaggi. Tranne di Maria, che si colloca altrove. C’è una corsa costante, incessante e quasi senza regole nel carpire un attimo, un istante di piacere che dia la sensazione che la vita valga la pena di essere vissuta.

Le atmosfere

Grande punto di forza del libro, a mio avviso, sono le descrizioni ambientali rappresentano la vera bellezza. Minuziose, vivide, dettagliate, ma senza mai perdere di vista l’insieme, sono una poesia leggiadra e balsamica per il lettore. Non per tutti i lettori, ovviamente. Che siano descrizioni di uno scorcio di Roma, della villa di Schifanoja, del dettaglio di un arazzo o di un abito da donna, non possono lasciare indifferenti.

“Come per il divino elegiopèo di Faustina, per essi Roma s’illuminava d’una voce novella. Ovunque passavano, lasciavano una memoria d’amore. Le chiese remote dell’Aventino, Santa Sabina sulle belle colonne di marmo parlo, il gentil verziere di Santa Maria del Priorato, il campanile di Santa Maria in Cosmedin, simile a un vivo stelo roseo nell’azzurro, conoscevano il loro amore. Le ville dei cardinali e dei principi: la villa Pamphilj, che si rimira nelle sue fonti e nel suo lago tutta graziata e molle, ove ogni boschetto par chiuda un nobile idillio ed ove i balaustri lapidei e i fusti arborei gareggian di frequenza; la villa Albani, fredda e muta come un chiostro, selva di marmi effigiati e museo di bussi centenari, ove dai vestiboli e dai portici, per mezzo alle colonne di granito, le cariatidi e le erme, simboli d’Immobilità, contemplano l’immutabile semetria del verde; e la villa Medici che pare una foresta di smeraldo ramificante in una luce soprannaturale; e la villa Ludovisi, un po’ selvaggia, profumata di viole, consacrata dalla presenza della Giunone cui Wolfgang adorò, ove in quel tempo i platani d’Oriente e i cipressi dell’Aurora, che parvero immortali, rabbrividivano nel presentimento del mercato e della morte; tutte le ville gentilizie, sovrana gloria di Roma, conoscevano il loro amore. Le gallerie dei quadri e delle statue; la sala borghesiana della Danae dinanzi a cui Elena sorrideva quasi rivelata, e la sala degli specchi ove l’imagine di lei passava tra i putti di Ciro Ferri e le ghirlande di Mario de’ Fiori; la camera dell’Eliodoro, prodigiosamente animata della più forte palpitazione di vita che il Sanzio abbia saputo infondere nell’inerzia d’una parete, e l’appartamento dei Borgia, ove la grande fantasia del Pinturicchio si svolge in un miracoloso tessuto d’istorie, di favole, di sogni, di capricci, di artifizi e di ardiri; la stanza di Galatea per ove si diffonde non so che pura freschezza e che serenità inestinguibile di luce, e il gabinetto dell’Ermafrodito, ove lo stupendo mostro, nato dalla voluttà d’una ninfa e d’un semidio, stende la sua forma ambigua tra il rifulgere delle pietre fini; tutte le solitarie sedi della Bellezza, conoscevano il loro amore.”

 

“Il suo coupé si fermò innanzi alla porta, perché l’androne era già occupato da un’altra carrozza. Le livree, i cavalli, tutta la cerimonia che accompagnava la discesa della signora, avevano l’impronta della grande casata. Il conte intravide una figura alta e svelta, un’acconciatura tempestata di diamanti, un piccolo piede che si posò sul gradino. Poi, come anch’egli saliva la scala, vide la dama alle spalle. Ella saliva d’innanzi a lui, lentamente, mollemente, con una specie di misura. Il mantello foderato d’una pelliccia nivea come la piuma de’ cigni, non più retto dal fermaglio, le si abbandonava intorno al busto lasciando scoperte le spalle. Le spalle emergevano pallide come l’avorio polito, divise da un solco morbido, con le scapule che nel perdersi dentro i merletti del busto avevano non so qual curva fuggevole, quale dolce declinazione di ali; e su dalle spalle svolgevasi agile e tondo il collo; e dalla nuca i capelli, come ravvolti in una spira, piegavano al sommo della testa e vi formavano un nodo, sotto il morso delle forcine gemmate.”

Conclusioni

Meno apparenza, più sostanza.

 

Annabelle Lee