“GLISTER” di JOHN BURNSIDE – recensione
Serve prima di tutto una traduzione. Serve sapere che “glister” è in inglese ciò che “luccichio” è in italiano. Forse sarebbe meglio scegliere il termine “bagliore” per descrivere il fulcro della vicenda.
Tutto ruota attorno alla necessità di un’illuminazione. Un improvviso bagliore che risvegli le coscienze sopite, anestetizzate, di tutti gli umanoidi in scena, e garantisca un nuovo, migliore, punto di vista sul mondo. Questa luce improvvisa, potente, allucinante, viene collocata fisicamente dietro una sorta di portale. È l’accesso all’altra dimensione, all’antimateria che decostruisce l’illusoria tangibilità di un presente troppo brutto e troppo lugubre per meritare di essere abitato.
La trama di Glister
L’autore di questa storia è un docente di scrittura creativa e il romanzo è testimonianza del suo talento. Un talento che costruisce un’immensa metafora narrativa allo scopo di criticare – il più aspramente possibile – la piccolezza umana in tempi di capitalismo sfrenato e benessere presunto. Un benessere puramente materiale e illusorio, che riempie i frigoriferi di ogni casa ma svuota gli animi, incancrenisce i corpi, abbrutisce i cuori.
Da qualche parte, in epoca post industriale, c’è una penisola. È un mondo sinistro e inospitale, suddiviso in due grandi zone: Innertown e Outertown. Di qua ci stanno i proletari, molti dei quali sono ormai disoccupati e ammalati; di là ci stanno i borghesi, impegnati a mantenere egemonia e sfruttamento su tutto il territorio. In mezzo c’è un enorme giacimento chimico dismesso. Un ecomostro che ha prodotto per decenni agenti inquinanti e pericoli chimici, ma adesso è caduto in disuso perché altrove, da qualche altra parte, qualcuno ha trovato il modo di fare di peggio. Tutta la penisola è compromessa per sempre: il terreno è inquinato, le acque avvelenate, le piante fingono di vegetare per mezzo di una linfa venefica, l’aria è infestata di residui che nessun vento sa allontanare. La terra stuprata si vendica distribuendo malattie fra gli umani. I loro corpi marciscono a poco a poco, ma il loro animo è già putrefatto. Laggiù non esiste la pietà, né l’amicizia, né la riconoscenza. Figuriamoci l’amore.
“È così che va il mondo. I cattivi vincono e gli altri, per salvare la faccia, fanno finta che non si sono mai accorti di niente. È difficile ammettere di essere impotenti, ma ti devi abituare all’idea. È a questo che serve la scuola, ovvio. Ad abituarti alla vitale disciplina di essere impotenti.
Ovviamente, il contrario della scuola sono i libri. Per quanto mi riguarda, io i libri li adoro ma non posso permettermi di acquistarli. Nessuno se lo può permettere da queste parti, eccetto gli uomini d’affari dell’Outertown. Comunque, anche se i ragazzi di quella zona vanno tutti in qualche college, probabilmente non leggono comunque. Ho sentito dire che ora Suzie Come-si-chiama studia business: fatti suoi; e il piccolo Steve Facciadicazzo, il cui papà ha una bella Mercedes blu notte, se ne sta in qualche scuola alla moda dove indossano vestiti buffi e stanno tutto il giorno a tostare muffin. Mi sa che in entrambi i casi la lettura è un optional. È proprio così che va il mondo: quelli che amano i libri o cose del genere non se li possono permettere; invece quelli coi soldi che hanno valanghe di quattrini studiano business, così poi si arricchiscono ancora di più e rendono i lettori di libri ancora più impotenti […]”
Questa cinica riflessione prosegue lamentando il fatto che l’unica fonte di approvvigionamento di libri a disposizione dei meno abbienti è la biblioteca pubblica, la quale è però piena zeppa di testi finalizzati al puro intrattenimento del lettore, piuttosto che alla formazione o alla crescita culturale. L’assortimento è, insomma, scadente. Ed è scadente per via della deliberata scelta dei donatori/finanziatori, i quali hanno tutto l’interesse affinché i poveri di ricchezze rimangano tali anche di spirito. Vi ricorda qualcosa?

I personaggi di Glister
In tale scenario apocalittico e deprimente, emerge la figura del protagonista, Leonard. È un adolescente che porta sulle spalle grossi problemi familiari, che gioca a fare il duro per non pensarci e per non soccombere, e che si rifugia nella letteratura per accaparrarsi le ultime stille di bellezza che dal mondo non si è ancora riusciti a prosciugare. I libri sono la sua consolazione. Leonard non fa che leggere, ma non si illude – nemmeno per un momento – che questo possa salvarlo. La letteratura serve solo a mitigare le sofferenze. Quando non legge, Leonard frequenta pessime compagnie o s’inforra in una relazione puramente carnale con Elspeth, giovane ninfomane che non conosce altra gratificazione all’infuori della lussuria.
Eppure in lui c’è un barlume di emozione. Se ne accorge da sé, ogni volta che si sofferma a osservare l’ambiente che lo circonda. Per quanto pessimo, riesce a scorgervi segnali di umanità, angoli di bellezza. Leonard è il solo a definire “bellissimo” l’impianto chimico, nel quale si intrufola con gli amici degeneri per ammazzare la noia, e non solo la noia. Leonard manifesta anche qualche scintilla emozionale, ha un residuo di emotività, quando scorge fascino in Eddie, la ragazzina con il nome da maschiaccio che non piace a nessuno, nemmeno a se stessa.
Quello che succede, in questo mondo desolato, è che alcuni ragazzini spariscono dalla circolazione. Né si sa perché ciò avviene o chi ne è il responsabile. La ricerca della verità porterà Leonard direttamente dentro al glister. Sarà un bene?

I temi di Glister
John Burnside ha messo in opera un intreccio da giallo, ma la sua narrazione è talmente efficace da non poter relegare questo romanzo nel semplice genere poliziesco. Tra le righe vi è, come detto, una grave denuncia, una morale amarissima e inconfutabile che colpisce nel segno e sgomenta il lettore. Lo sgomenta di sé stesso, del proprio presente e della quotidianità che tutti noi uomini moderni viviamo. Per riuscire in questa impresa, si è avvalso di un narratore posto in posizione panottica. Un narratore che vede tutto e la sa lunga. Un narratore che ci fa la cortesia di focalizzare, di volta in volta, il suo sguardo su ognuno dei personaggi principali. Dimodoché il lettore possa farsi un’idea di quelli che sono i grandi misteri dell’Innertown e di quelle che sono le verità celate dietro la terribile facciata descritta. Inutile dire che i rapporti umani sono pessimi, che il linguaggio è triviale, che i dialoghi sono aggressivi, farciti di volgarità gratuite e di improvvisi mutismi di ostilità. Inutile dire che non ci sono eroi positivi, che non si ha idea di chi sia il buono e di chi sia il cattivo perché tutti, ma proprio tutti, sbagliano o commettono l’irreparabile. L’unica possibilità di uscirne è annullare tutto. A ciò serve il glister.
“Assenza. Il nulla. C’è un detto: il nulla ossessiona l’essere, e io lo so cosa significa; ma se lo dici con queste parole suona troppo astratto, troppo filosofico. Quasi arabo, se vogliamo, ma non è proprio questo il caso. John avrebbe detto che suona meglio in francese (rien, ndr) ma non è vero. Suona meglio quando ti trovi alla fine di un campo di papaveri freddi e lasci che giunga il nulla; così, senza fronzoli, il nulla vero e proprio. Suona meglio quando non lo dici a parole, quando non ti metti a discuterne, ma osservi e ascolti mentre ti porta via; non è per niente una cosa negativa, non una qualche condizione esistenziale: è come uno sbocciare, un evento naturale. Qualcosa che, quando alla fine arriva, non è affatto strano. Il sé che si dissangua. Il rosso dei papaveri. Il freddo del mattino.”
Glister è intriso di suspance, sa essere angoscioso e avvincente, non incanta – come potrebbe in un simile scenario? – ma non delude. Nichilismo in salsa postindustriale.
Nota:
P.S. Ho detto tutto ma non posso esimermi dal fare un appunto alla traduzione del romanzo, per lo meno in questa edizione. Troppo spesso – e a sproposito – si ripete l’interiezione “magari”. Risulta fastidioso oltre che stucchevole. Ho avuto il sospetto che fosse un’iterazione voluta, dato il registro lessicale scelto dall’autore. Ma non è così, non può esserlo. Del resto, ci sarebbero stati molti modi per tradurre in italiano “perhaps, maybe” e compagnia… Peccato.