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Come pasta comanda (pasta cacio e pepe)

“Pastaaa…, tutto si fa con teeeee,
tuttoooo, pur di piacere a meeeee!
Tutto, ben più del riso
e per un bis senza mai no, con te.”

Oh, mentre dal Quartetto Cetra mi aspetto indulgenza, sento invece sul collo la scure priva di tentennamenti di Marinetti, che la pasta l’aveva abolita completamente – ma a quanto pare solo nell’idealità dell’alimentazione umana, visto che fu “sorpreso” a mangiar spaghetti, scoperta che gli procurò la dedica di versi satirici da parte di chi invece la pasta l’apprezzava:

“Marinetti dice Basta!
Messa al bando sia la pasta
Poi si scopre Marinetti
che divora gli spaghetti!”

Pasta uguale diavolo, per il futurista mangiatore (anche) di plastica, sole e fiori, e che batté sul tempo i governi mondiali degli ultimi due anni, rendendo tal dottor Signorelli il precursore di qualsivoglia CTS. Da Wikipedia: Marinetti nomina inoltre un professore napoletano suo amico, il dott. Signorelli, il quale gli avrebbe confidato che “…a differenza del pane e del riso la pastasciutta è un alimento che si ingozza, non si mastica. Questo alimento amidaceo viene in gran parte digerito in bocca dalla saliva e il lavoro di trasformazione è disimpegnato dal pancreas e dal fegato. Ciò porta ad uno squilibrio con disturbi di questi organi. Ne derivano: fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo”.

Corroborato da tanta scienza, insieme al poeta Fillìa scrive Il Manifesto della Cucina Futurista, documento che vede la luce nel 1931, su “Comoedia”. Una raccolta di pensieri, convinzioni e intenzioni dei Futuristi sulla cucina e la gastronomia, germogliata durante una cena alla fine del 1930. C’è da supporre che i sapori gustati quella sera non siano stati oltremodo graditi e che forse siano risultati anche pesanti: sul Manifesto ciò che rende la cucina una cucina “futurista” è il suo essere aerea. Quindi leggera, ariosa, solare, profumata: viene da pensare a un campo fiorito.

Il Manifesto della Cucina Futurista non è poi così peregrino: ci sono intuizioni che in effetti hanno trovato applicazione nei decenni successivi, soprattutto l’uso della chimica (additivi, conservanti, eccetera) in cucina, così come diete in cui la pasta viene totalmente abolita. O l’estetica nella presentazione.

Non mi sento di condividere – più per “gola” che per convinzione – tutto, forse nemmeno la metà (interessante in assoluto l’importanza che i Futuristi danno a tutti e cinque i sensi, tentando una fusione tra arti e cucina, dando forza alla forma, alla consistenza, all’originalità e curiosità degli odori, all’inafferrabilità dei sapori), ma quello che mi sento di abbracciare senza alcun dubbio è l’intento:

Nasce con noi futuristi la prima cucina umana, cioè l’arte di alimentarsi. Come tutte le arti, essa esclude il plagio ed esige l’originalità creativa. Non a caso questa opera viene pubblicata nella crisi economica mondiale di cui appare imprecisabile lo sviluppo, ma precisabile il pericoloso panico deprimente. A questo panico noi opponiamo una cucina futurista, cioè: l’ottimismo a tavola”.

Ma lasciamo Filippo Tommaso Marinetti e la sua idiosincrasia per la pasta, ci teniamo l’ottimismo come obiettivo e riprendiamo come memorandum uno degli ostacoli che i futuristi anti-pasta sbandieravano: la necessità di ricorrere al mercato estero per l’approvvigionamento del grano.

L’Italia ha un fabbisogno annuale di sei milioni di tonnellate di grano e ne produce sì e no quattro milioni. Un terzo bisogna importarlo. Ma davvero “bisogna” importarlo? Nonostante io sia una vera amante del piatto di pastasciutta, non avrei problemi a limitarne di un terzo il consumo, pur di godere di una qualità superiore e controllata. E in qualche modo già attuo questo “controllo”, acquistando soltanto pasta da grano e filiera completamente italiani.

Ebbene, faccio un po’ di pubblicità (gratuita): io scelgo La Molisana. Amo questa marca: la pasta, di grano esclusivamente italiano, è buona, affronta con disinvoltura la cottura e, lo trovo grandioso, il suo involucro finisce completamente nella carta, nonostante abbia una parte trasparente. Nell’epoca della “sostenibilità”, reputo questa scelta, nonostante sia meno economica di altre, veramente illuminata.

Non è secondario, questo aspetto. Molte marche hanno packaging che finiscono nell’indifferenziata. O nella plastica. La Molisana invece, stando attenta anche alle fonti di provenienza, usa esclusivamente carta. E vista la crisi mondiale nel reperimento delle materie prime, sapere che parte dei nostri rifiuti verrà utilizzato di nuovo è rassicurante.

Serve l’ennesima ricetta per la pasta? No che non serve, specialmente da una incapace cronica in cucina come me.

Però ve la do lo stesso, e la dedico a chi torna a casa affamato dopo una dura giornata di lavoro.

Pasta a cacio e pepe

(Quantità? A occhio. Considerate che il pecorino, sostanzialmente, sarà l’unico condimento… non lesinate. Manco col pepe)

Toglietevi almeno le scarpe, andate in cucina e mettete l’acqua a bollire. Se avete un bollitore, dividete la quantità d’acqua tra questo e la pentola. In metà tempo avrete l’acqua bollente.

Quello stesso giorno, o i giorni precedenti, trovando il progetto gradevole, avrete comprato dell’ottimo pecorino grattugiato (di quelli nelle buste sigillate. Di quelli non proprio economici: romano, stagionato. Se state pensando allo spreco della confezione, vi assicuro che è una preoccupazione inutile: le bustine vanno nella plastica e il pecorino non grattugiato è comunque incartato nella plastica). Rovesciatelo nel contenitore in cui condirete la pasta. Aggiungete un bel po’ di pepe. La ricetta fatta in grazia di Dio prevede una macinatura al momento, ma voi avete fame e dovete ancora cambiarvi. Morbidi pantaloni e felpa fresca di bucato vi attendono nel cassetto. Va bene il pepe già macinato. Mescolate.

Una volta comodi e rilassati, tornate in cucina: l’acqua bolle (riunitela, se l’avete separata per accelerare i tempi!), salatela e dopo dieci secondi gettate la pasta nella pentola. Quale? Gli spaghetti quadrati La Molisana! Sono tosti al morso, nodosi, succulenti pure sconditi. La storia di questo formato è divertente. La trovate qui.

Il tempo di cottura è 13 minuti (io dico che 11 è sufficiente, ma è pure vero che io la mangio non al dente, ma dura come un dente) e quindi avete del tempo libero: quello che reputate adeguato al vostro gusto meno tre minuti. Potete guardare i pettegolezzi fesbucchiani, controllare le mail, leggere qualche pagina del libro che avete iniziato l’anno scorso, o quello che vi è arrivato da Entheos giusto ieri, apparecchiare la tavola (io non apparecchio, mi prendo il piatto, la forchetta e mangio come capita), ma non distraetevi troppo. La pasta scotta è una desolazione dell’anima prima ancora del palato.

A meno tre minuti dalla scolatura, prendete qualche cucchiaiata d’acqua di cottura della pasta e versatela nella “zuppiera”. Amalgamatela con il pecorino e il pepe, facendo attenzione a non fare troppi grumi (che tuttavia non sono affatto spiacevoli quando capitano in bocca), né a rendere il composto una minestra al formaggio: deve diventare una crema piuttosto densa. Ovviamente utilizzate la forchetta: setaccia e schiaccia meglio di palette e cucchiai (vi allego l’articolo).

Finalmente scolate la pasta, non tantissimo, ma non deve certo gocciolare.

Mischiatela al condimento, amalgamate bene… e buon appetito in meno di venti minuti!

“È l’ora, in cucina, che troppi
due sono, ed un solo non basta;
si cuoce, tra murmuri e scoppi,
la bionda matassa di pasta.”

Giovanni Pascoli da Canti di Castelvecchio

 

Loredana Conti