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Il muro

Il muro. Implicazioni semplicistiche

Da giovane, mia madre – fissata con la psicologia applicata – fece a me e ai miei amici un gioco in cui ci proponeva delle parole alle quali si doveva rispondere con la prima associazione che ci passava per la testa. Non ricordo bene quali fossero le altre parole, ma una mi è rimasta impressa nella memoria: la parola muro. Non è tanto la parola in sé che ricordo, quanto la risposta che diedi e, ovviamente, l’interpretazione pseudo-filosofica della mia associazione. Mentre tutti rispondevano cose aberranti (a mio avviso) come “forza” o “stabilità” (che cosa?!?), io producevo serafica l’unica cosa che un sano di mente poteva accostare alla parola muro, ossia: “soffocamento”.

Venne fuori che, a detta di qualche psicologo molto sul pezzo, il muro rappresentava – tenetevi forte – niente meno che il concetto di matrimonio. Per quanto mi dia fastidio ammetterlo, non fa una piega.

Il muro. Accezioni positive

Non c’è bisogno di drammatizzare, il muro ha moltissime accezioni positive:

  • c’è quello difensivo, serve per proteggerci da invasioni nemiche e sentimenti dolorosi
  • quello divisorio, tiene lontano i vicini curiosi. Ok, forse questi non sono gli esempi più adatti.
  • il muro portante. Porta il peso della realtà
  • il muro di sostegno. E chi non ne ha bisogno ogni tanto?
  • c’è quello di gomma, che fa rimbalzare ogni cosa.

E’ forse da queste “definizioni” che deriva la sempre più diffusa convinzione che muro sia un sostantivo o un concetto che trasmette sicurezza? Analizzandole una per una, nessuno degli esempi di sopra mi porta a pensare a un’implicazione positiva, tutt’altro: m’ispira barriere, lontananza, diffidenza, oppressione. Persino il famoso muro portante mi spinge a pensare che sia nato per sopperire alle mancanze altrui. Perché, se le case sono fatte da muri, la società è fatta da esseri. Umani.

”I muri sono sempre prigioni: ciò che non fa entrare non fa neanche uscire.”

Fabio Zanardi

Il muro. È davvero lì che vogliamo andare?

C’è questo muro immenso che si erge in mezzo al nulla e che divide il nulla, una ferita nel paesaggio, uno squarcio di cemento e acciaio e filo spinato, c’è questo mostro inanimato che mi rovina l’appetito e che rovina vite, ma riceve consensi – in questo articolo uscito su ilgiornale.it potete trovare i numeri esatti. A quanto pare, non si riesce a decidere se rovinare appetiti sia più o meno grave che rovinare vite.

C’è poi un muro di acqua che divide le terre e nessun Mosè nei dintorni, in compenso tanti Ponzio Pilato e altrettanti sacerdoti, la vittima diventa il colpevole, la folla giuria.

E ancora, c’è un muro invisibile, una coltre auto-indotta di indifferenza che ci si posa su occhi e cuore per difenderci dal diverso, per non venire contaminati, per non sapere – perché se sai devi raddoppiare gli sforzi difensivi –, per poter vivere come “meritiamo”. Murati vivi?

Annabelle Lee