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Cibarie dal sottosuolo: la patata

Che cos’hanno in comune le patate, Ade e Dostoevskij? Il sottosuolo, ovviamente.

Un po’ di storia

Essendo un frutto ctonio, alla sua prima apparizione in Europa e soprattutto in Italia, intorno al diciassettesimo secolo, incontrò diverse perplessità dovute alla paura del popolo verso l’ignoto. Paure reali e paure immaginarie. Di quest’ultime, la più ostica da superare fu che crescesse sottoterra; tale qualità creava pregiudizi e superstizioso terrore: è forse figlia della divinità ctonia per eccellenza, Ade, signore degli inferi? – Non credo sia un caso che oggi lo spauracchio più grande per gli italiani abbia quelle tre lettere come acronimo, ma forse non è il caso di parlarne qui.

Le paure reali erano, invece, legate alla vera e propria sussistenza. I fittavoli temevano che i proprietari gli imponessero le patate per l’autoconsumo al posto dei più familiari grano, mais o castagne, per destinare questi ultimi solo alla vendita esterna. Non un attaccamento alle tradizioni, ma un sensato dubbio da parte dei contadini che la propria alimentazione potesse impoverirsi. All’epoca, le varietà disponibili erano poche e di cattiva qualità e in più all’inizio molti mangiavano frutti e foglie anziché i tuberi, con conseguenze sulla salute immaginabili, e si pensava pure che il tubero non potesse essere utilizzato per la panificazione. Cosa che, come sappiamo, non è vera. Ma nessuno nasce con le verità in tasca e la sperimentazione sul campo è l’unica via per la conoscenza fisica della materia.

Sulla storia dell’arrivo della patata in Europa c’è molto materiale in rete. A me è piaciuto questo articolo.

Com’è e come non è, non possiamo certo negare che la patata, nei secoli, si sia creata un posticino nel nostro cuore, per non parlare del nostro stomaco. A parte cruda, che in effetti non è molto appetibile, la patata è buona in tutte le preparazioni: lessa, con un filo d’olio extra vergine di oliva di quelli buoni, aglio tritato, prezzemolo e sale, non fa rimpiangere vivande e preparazioni più pregiate.

Un po’ di arte e letteratura

Però che sia un alimento povero, ancorché robusto, non c’è dubbio: Van Gogh deve anche ai mangiatori di patate un’eternità indiscussa. Il suo omonimo quadro tratteggia del popolo contadino la semplicità quotidiana e la sua certezza nell’inalterabilità del proprio destino.

I mangiatori di patate – olio su tela 1885
Vincent Van Gogh

Come la patata, che ha un destino certo dopo esser passata per il vaglio del capriccioso e autocratico apparato metabolico… destino da cui è terrorizzato il signor Ivan Matveič, mentre rimugina su come non sperimentare quello del coccodrillo che l’ha ingoiato. Così, almeno, ci racconta Dostoevskij nel suo poco conosciuto, ma veramente spassoso e come al solito profondo “Il coccodrillo: un caso straordinario”.

Matveič, da una parte felice della sua disavventura poiché, secondo lui, gli darà l’agognata notorietà, riflette anche sui possibili aspetti negativi:

“(…) Inoltre io sono vivo, mi oppongo alla digestione con tutta la mia volontà: è comprensibile che non voglia trasformarmi in ciò in cui si trasforma qualunque cibo: sarebbe una cosa troppo umiliante. Ma ho un timore. Nel corso di un millennio il panno del mio cappotto, purtroppo di fabbricazione russa, potrebbe decomporsi. E allora, malgrado tutta la mia indignazione, rimasto privo di abiti comincerei a essere digerito; e benché di giorno non potrei sopportarlo o permetterlo, tuttavia di notte, quando l’uomo non può esercitare la propria forza di volontà, sarei costretto a subire la sorte oltremodo umiliante di una qualsiasi patata, focaccia o bistecca. È un’idea che mi sconvolge. Questa sola argomentazione basterebbe a imporre la revisione delle tariffe doganali e l’incentivazione dell’importazione di stoffe inglesi, che sono di qualità migliore e quindi più resistenti all’azione della natura, nel caso si capitasse dentro un coccodrillo.”

Non vale forse la pena leggere la storia del pomposo tizio fino alla fine?

Che poi, della patata-tubero non si butta niente. Ricordo un corso di cucina che feci diversi (tanti) anni fa, quando scoprii in via definitiva che la mia compassione verso gli animali superava di gran lunga il desiderio di ridurli in manicaretti, il maestro-cuoco ci ordinò di lavare bene le patate per poi sbucciarle; prendere le bucce, asciugarle e gettarle allegramente in una padella con dell’olio bollente. E chi se l’immaginava? Fantastiche.

C’è chi della buccia ne ha fatto un’appetitosa torta e un libro di successo: “Il Club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey”, di Mary Ann Shaffer e Annie Barrows.  Romanzo epistolare, emozionante, commovente e divertente. Ambientato nella bellissima isola di Guernsey, nel 1946, subito dopo la sua liberazione dall’occupazione in pianta stabile dell’esercito tedesco. L’ho letto con un pregiudizio negativo. Mi son detta: dai, leggi un libro pubblicato in 37 Paesi, osannato in 37000 circostanze e poi dì la tua, sii caustica e racconta quanto sei stufa di questi best seller senza merito.
Bene, mi sono presa un bello schiaffone e ne sono molto felice.
Parto dall’unico appunto negativo: è un romanzo epistolare la cui trama si snoda tra testimonianze e riflessioni di diversi personaggi, ma l’autrice non riesce a differenziarli in modo netto. E… ma chi se ne importa! Il suo tono colto e brillante ha dato il ritmo giusto a un libro che parla di guerra.
Signori, la guerra fa schifo. Per fortuna, in tempo di pace (ottimista?), possiamo a esempio attraversarne letterariamente gli orrori dentro ai circuiti malinconici e struggentemente belli di Celine, in un viaggio sino al termine della notte. Ma, tra lettori, editori e torte di bucce di patata, possiamo scegliere di sorriderne, mentre piangiamo, attraversando le lettere che una scrittrice di successo si scambia con vecchi e nuovi amici (e qualche nemico).
Guerra, sì, ma soprattutto coraggio, orgoglio, libertà. Perdono.
Sempre con un lieve sorriso, per quanto consapevoli che sarà fugace, come la vita. Ma la vita merita sempre un sorriso e l’autrice (e sua nipote) lo sa. Nota sulle autrici: sono zia e nipote. Mary Ann Shaffer, verso la fine della stesura, si è ammalata gravemente e ha chiesto a sua nipote, Annie Barrows, a sua volta scrittrice, di aiutarla a completare il suo sogno. È morta nel 2008, prima dell’uscita del libro, ma sapendo che sarebbe stato pubblicato fin da subito in 10 Paesi (che poi son diventati, come ho premesso, 37).
Leggetelo.
E poi andiamo tutti a fare una gita a Guernsey (ve ne verrà la fantasia, promesso), magari per assaggiare la torta, che promette di essere squisita.

Veduta di Guernsey

Un po’ di cucina

Per coerenza avrei dovuto postare la ricetta della torta con le bucce, ma non l’ho mai fatta e allora vi rimando a un link in cui la cuoca è più affidabile di me.

Io mi limito a lessarle (in acqua salata!) con la buccia, per poi spellarle e tagliarle come mi pare, diciamo a tocchetti non piccoli, almeno due cm per lato (senza metro, per favore: se sono tre, non si scompone nessuno), aggiungo sale, dopo aver assaggiato la patata lessa, per non esagerare in eccesso o per difetto, e aglio tritato finemente. Quanto? Regolatevi in base al vostro gusto e alle condizioni del vostro stomaco. Completate con prezzemolo tritato. Se non amate l’aglio, provate a sostituirlo con dell’ottimo aceto balsamico.

Comunque: a volte lesso la patata, la sbuccio e la mangio così com’è, senza tagliarla, senza condirla, come fosse una mela: sempre buona è!

 

Loredana Conti