CHE NE SARÀ DI NOI?
Una riflessione letteraria scaturita dalla lettura de “IL VAGABONDO DELLE STELLE” di Jack London
La prima volta che ho avuto cognizione della morte avevo 7 anni. Era appena scomparsa mia nonna. Nessuno me lo aveva fatto sapere, poiché temevano ci rimanessi molto male.
Passavo tutti i pomeriggi con mia nonna. Lei era cieca. Il mio compito era fare attenzione ai suoi spostamenti, farle compagnia, aiutarla nelle faccende domestiche.
Capii che la nonna non c’era più quando, passando per caso di fronte la sua abitazione, vidi affisso l’annuncio mortuario, qualche settimana dopo la sua scomparsa. Protestai con mia zia. Ne ricevetti in cambio un discorso paternalistico e affabulatorio. Mi fu assicurato che la nonna si trovava in cielo, fra le stelle, e che il suo animo era sereno.
Non ci credetti. Non mi convinceva e non mi convince questa descrizione della condizione ultraterrena. La mia mente non ha mai accettato l’idea che dopo la vita ci sia un magnifico resort adibito a riposo celestiale con vista sul mondo. Nè mi convinsero mai le traballanti spiegazioni sull’aldilà che ricevetti dalla catechista. La trilogia paradiso-purgatorio-inferno, proposta dal cristianesimo, non mi soddisfa.
Oppure, volendo fare esercizio di sincerità, mi spaventa. Mi terrorizza. Preferisco non crederci pur di non avere il problema della tripartizione post-mortem. Le selezioni, gli esami, i giudizi, mi creano ansia.
“Creatura quanto mai strana è l’uomo: insaziabile, sempre inappagato, irrequieto, mai in pace con Dio o con se stesso, di giorno tende senza posa a inutili mete, di notte si abbandona a un’orgia di desideri proibiti e malvagi.”
Molti anni dopo venni a conoscenza della teoria del “niente”. Dopo la morte non ci sarebbe nulla. Semplicemente un vuoto a-temporale e a-spaziale caratterizzato da silenzio e inesistenza. Neppure questa prospettiva mi aggrada. Sarebbe una noia “mortale” secondo me. Ma mi hanno già spiegato che il concetto di noia non potrebbe applicarsi a questa situazione, vista l’incoscienza che ne deriverebbe (in realtà questa teoria si definisce annichilazionismo, ndr).
Il fatto è che il mio cervello non concepisce il nulla. Non è capace di una tale astrazione. Non mi lascia comprendere l’assenza di ogni cosa, coscienza compresa. Sono umano, ho dei difetti.
Sono stati i libri a fornirmi una prospettiva più interessante e più rassicurante. Dopo la morte ci sarebbe una scissione fra corpo e anima. Il corpo verrebbe corrotto dalla decomposizione, l’anima migrerebbe dentro un altro “contenitore” organico. Di nuovo vita, dunque. In una nuova epoca e in un nuovo corpo. Umano? Chissà, forse animale o forse no (nel primo caso si tratta di metempsicosi, nel secondo di metensomatosi, ndr). Ma l’esistenza non si fermerebbe mai, continuerebbe infinite volte…
“Ho vissuto molte vite, mille vite, e ho vissuto per mille anni. Sono stato uomo, e donna, e bimbo. Sono stato re e schiavo, guerriero e sacerdote, pastore e marinaio. Sono vissuto nelle epoche passate e vivrò in quelle future. Perché io sono eterno, come la stella che brilla e svanisce, ma non muore mai.”
Leggendo “Il vagabondo delle stelle” ho scoperto che Jack London aveva le mie stesse aspettative sul “dopo”.
La trama di “Il vagabondo delle stelle”
Il protagonista di questo splendido romanzo filosofico è Darrell Standing, un ex docente universitario condannato a morte nel carcere di Folsom, California, nel 1913. Darrell ha prima ucciso un suo collega per rivalità in amore, poi ferito accidentalmente una guardia carceraria. Verrà impiccato a breve, ma prima di morire ci regala le sue memorie.
Darrell Standing è una persona di intelligenza, sensibilità e acume nettamente superiori alla media. È anche una persona ironica e mordace: magnifiche le risposte sfottenti che rivolge al direttore del carcere, in signor Atherton!
Darrell, lungo i suoi molti anni di prigionia, è stato picchiato, torturato, tradito, punito ingiustamente. Ha subito il supplizio della strait-jacket: una camicia di forza molto grande e molto opprimente, dentro cui venivano “costretti” i prigionieri indisciplinati. Questo abuso causava dolori e sofferenze lancinanti, ma anche lesioni interne e menomazioni.
L’unico modo che Darrell ha per sopportare lunghi giorni di tortura è l’astrazione mentale. Attraverso una sorta di processo autoipnotico, Darrell si distacca dal proprio corpo martoriato e vaga, con la mente, altrove. Fra le stelle, fra i secoli, le ere geologiche, le epoche della storia umana, le varie vite precedenti che la sua anima ha vissuto. Così Darrell sperimenta la metemsomatosi, ma anche dei casi di astrazione corporea.
Mi rendo conto che sia difficile credergli, ma vi assicuro che leggendo questo romanzo troverete argomentazioni molto convincenti in proposito. Lasciatelo raccontare, lasciatelo descrivere ciò che ha visto e affrontato durante tutte le sue vite e tutte le sue morti. Lasciate che vi porti nella preistoria, nel medioevo, nell’ottocento. Lasciate anche che vi descriva viaggi, navigazioni, peregrinazioni, lungo tutti i continenti. Ascoltate la sua voce narrante convincente e seducente. Non ve ne pentirete.
“La vita persiste, passando come un filo di fuoco attraverso tutte le forme prese dalla materia. Lo so. Io sono la vita. Sono passato per diecimila generazioni, ho vissuto per milioni di anni, ho posseduto numerosi corpi. Io, che ho posseduto tali corpi, esisto ancora, sono la vita, sono la favilla mai spenta che tuttora divampa, colmando di meraviglia la faccia del tempo, sempre padrone della mia volontà, sempre sfogando le mie passioni su quei rozzi grumi di materia che chiamiamo corpi e che io ho fuggevolmente abitato.”
A un certo punto, Darrell vi dirà perfino di aver incontrato Gesù Cristo. Nel 33 d.C. si trovava a Gerusalemme. Lavorava per Ponzio Pilato, al servizio dell’impero romano. Credo sia proprio questo il racconto più interessante fra quelli incastonati dentro questo gioiello di romanzo. London riscrive gli attimi che precedono la crocifissione e dà al suo protagonista l’opportunità di cambiare la storia, di salvare Dio. Cela farà?
Ovviamente uno che ha vissuto molte volte e che è stato capace di prenderne coscienza, non può che avere una notevole esperienza delle cose umane. L’esperienza si traduce in consigli e ammonimenti. Ma sfocia anche nella fatale constatazione della fallacia umana:
“Nel corso del tempo ho vissuto molte vite e posso affermare con decisione che sul piano morale l’uomo inteso come individuo non ha compiuto alcun progresso negli ultimi diecimila anni. La differenza tra un puledro selvaggio e un paziente cavallo da tiro risiede unicamente nel diverso addestramento. Lo stesso si può dire per quel che differenzia l’uomo di oggi da quello di diecimila anni fa; sotto un sottile rivestimento di moralità con cui si è ingentilito nel tempo, l’uomo resta quel selvaggio che era. La morale è un fondo sociale che viene accresciuto lungo il doloroso corso delle epoche. “Non uccidere”. Stupidaggini. Domani mattina mi uccideranno. “Non uccidere”. Stupidaggini. Proprio ora nei cantieri navali di tutte le nazioni civili stanno costrunedo le chiglie di corazzate e supercorazzate. Cari amici, io che sto per morire vi saluto con questa parola : stupidaggini!”
Lo stile e i temi di “Il vagabondo tra le stelle”
Ne “Il vagabondo delle stelle” troviamo pertanto un Jack London diverso, insolito. Troviamo meno avventura e più speculazione filosofica. Troviamo meno azione e più contemplazione.
L’opera uscì nel 1915, solo un anno prima della tragica scomparsa dell’autore (probabilmente avvenuta mediante suicidio). Sono 4 le tematiche che si proponeva di trattare:
– La feroce denuncia delle condizioni carcerarie statunitensi del secolo scorso (che London aveva sperimentano in prima persona quando venne imprigionato per un mese).
– La ferma ricusazione della pena di morte come strumento punitivo.
– La già citata aspettativa migratoria per l’anima dei defunti.
– L’affermazione del concetto di “Amore” come unico veicolo di salvezza, redenzione.
L’Amore di cui tratta Jack London è sì una forza benefica che connette le anime a ciò che si considera “divino”. Tuttavia è un amore visto da una prospettiva molto “maschile”, dunque molto terrena. È un amore sensoriale e sensuale, interamente scaturito dell’attrazione per la donna.
“A volte credo che la storia dell’uomo sia la storia dell’amor di donna. Queste memorie del mio passato che scrivo adesso sono le memorie del mio amor di donna. Nelle decine di migliaia di vite e sembianze, l’ho sempre amata e l’amo adesso. Il mio sonno è riempito da lei; le mie fantasticherie, a prescindere da dove inizino, mi portano sempre da lei. È impossibile sottrarsi a quell’eterna, splendida e sempre fulgida fidura di donna.
Attenti a non sbagliarvi: non sono un giovane inesperto e focoso. Sono un uomo attempato, distrutto nella salute e nel corpo e destinato a morire presto. Sono uno scienziato e un filosofo. Come tutte le generazioni di filosofi prima di me, conosco la donna per quel che è; le sue debolezze, le grettezze, le spudoratezze, le meschinità, i suoi piedi ancorati a terra e i suoi occhi che non hanno mai visto le stelle. Però… occhi belli, le sue braccia e i suoi seni sono il paradiso, il suo fascino è superiore a ogni fascino che abbia mai folgorato gli uomini; e, come il polo attrae l’ago, volente o nolente, così, lei attrae gli uomini, volenti o nolenti.
La donna mi ha fatto deridere la morte e la distanza, disdegnare lo sfinimento e il sonno. […] Perché la donna è bella… per l’uomo. È dolcezza per la sua lingua e fragranza per le sue narici. È il fuoco nel suo sangue e un fragore di trombe. Alle sue orecchie, la voce della donna è superiore a ogni musica ed ella riesce a scuotergli l’anima che altrimenti resta salda alla presenza ventosa dei titani della Luce e del Buio.”
Dopo aver apprezzato ciò che di poetico contengono le suddette parole, il lettore più esigente potrebbe rimanerne un po’ deluso. Si tratta infatti di una descrizione molto materiale e “visuale” del femminino. È troppo legata all’estetica, all’esteriorità. Pertanto applicabile solo a chi ha avuto la fortuna di nascere in un corpo bello, e soltanto prima che le grazie deperiscano, per via del tempo. Mentre il sentimento amoroso dovrebbe travalicare questi limiti…
Inoltre si tratta di una descrizione stereotipata. Quando London scrive che i piedi delle donne sono ancorati a terra e non hanno mai visto le stelle, usa una metafora per affermare che le donne sono generalmente più materialiste degli uomini, nonché meno interessate da ideali filosofici, politici, religiosi, ecc. (Questo concetto viene esplicitato meglio in altri passi del romanzo, ndr). È un punto di vista figlio del suo tempo, che è stato smentito nei fatti durante le epoche successive.
Ma è tornando al concetto di reincarnazione che si ravvisano i difetti più evidenti di questo romanzo. Difetti che sono solo concettuali e mai letterari.
Ogni volta che Darrell muore, si reincarna in un corpo maschile. Non succede mai che “rientri” in un contenitore femminile. Lui dice che è accaduto, dice di essere stato donna. Ma non ce lo racconta mai.
Perché? La verità è che non ci riesce!
Ascoltatemi bene: non sto dicendo che il grande Jack London non sarebbe stato capace di scrivere un racconto che ha per protagonista una donna. Giammai! Sto dicendo che il suo maschilismo esistenziale ha volutamente selezionato solo vite (precedenti) maschili.
Il problema sta nella sua visione troppo “antica” e troppo statica del ruolo della donna nella società e nella storia. Nell’arco della narrazione, London (o Darrell, fate voi) ci tiene a puntualizzare che uomini e donne sono diversi. Diversi nel comportamento, nell’atteggiamento verso l’esistenza e la morte, nelle aspettative della vita. La diversità femminile sarebbe giustificata dalla maternità, dalla fertilità, dalla necessità di prendersi cura della prole. Ma queste problematiche sono prettamente corporali, non riguardano lo spirito. Dunque chi nasce dentro il corpo della donna verrebbe, in qualche modo, influenzato nello spirito – e quindi nel comportamento – dal funzionamento stesso del corpo. Ciò non può che sfociare in un clamoroso ossimoro, dopo aver dichiarato che lo spirito è tutto e che il corpo è nulla!
“L’uomo è più del suo corpo, più delle sue prigioni, più delle sue catene. È sogno, desiderio, memoria e visione. È la somma delle sue esperienze, delle sue vite, delle sue morti. È un vagabondo dell’infinito.”
Non ho la presunzione di rimproverare alcunché a un magnifico narratore come London. Accetto questi cortocircuiti come accetterei una piccola scheggiatura sulla superficie marmorea e antropomorfa del David, come perdonerei una pennellata imperfetta al Caravaggio… Li accetto perché la lettura di quest’opera mi ha donato molto in termini emotivi. Mi ha consolato, se vogliamo. Mi ha dato una speranza in cui voglio credere. Ho bisogno di credere che tutto non finisca. Mai.
E del resto questo autore era avvezzo alle critiche. Dopo l’uscita di questo romanzo si beccò le prevedibili e antiche accuse di empietà, blasfemia, ecc. Eccogli dunque servite delle critiche “moderne”!
“Pascal dice: 《Nel considerare il cammino dell’evoluzione umana, la mente filosofica dovrebbe considerare l’umanità come un solo uomo e non come un conglomerato di individui》.
Sono seduto nel braccio della morte degli assassini di Folsom e ho nelle orecchie il ronzio soporifero delle mosche mentre medito su quel pensiero di Pascal. È vero. Come l’embrione umano, nei suoi brevi dieci mesi lunari, con una rapidità sconcertante e in miriadi di forme e sembianze moltiplicate miriadi di volte, recita di nuovo l’intera storia degli organismi viventi dai vegetali agli uomini; come un bambino umano, nei suoi brevi anni di infanzia, recita di nuovo la storia dell’uomo primitivo in atti di crudeltà e ferocia, dalla sfrenatezza dell’infliggere dolore alle creature più piccole fino alla consapevolezza tribale espressa dal desiderio di girare con il suo nuovo gruppo, così io, Darrell Standing, ho recitato di nuovo e ho rivissuto tutto ciò che fu, fece e diventò l’uomo primitivo finché diventò perfino voi e me e tutti gli altri come noi in una civilizzazione di venti secoli.
Davvero, portiamo in noi, ogni umano di noi che oggi vive sulla terra, la storia incorruttibile della vita dagli inizi della vita. Questa storia è scritta nei nostri tessuti e nelle nostre ossa, nelle nostre funzioni e nei nostri organi, nelle cellule dei nostri cervelli e nei nostri spiriti e in ogni sorta di atavica impellenza e pulsione fisica e psichica. Una volta, cari lettori, io e voi eravamo simili a pesci, e strisciammo fuori dal mare alla scoperta dell’enorme avventura sulla terraferma nel bel mezzo della quale ci troviamo adesso. Su di noi abbiamo ancora i segni del mare, come abbiamo ancora quelli del serpente, prima che il serpente diventasse serpente e noi diventassimo noi, quando il pre-serpente e il pre-noi erano un tutt’uno. Un tempo volavamo nell’aria e un altro avevamo dimore arboree e ci faceva paura il buio. Rimangono le vestigia, scolpite su di voi e su di me, scolpite sul nostro seme che verrà dopo di noi fino alla fine del nostro tempo sulla terra.”
Orazio C.
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