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Asfalto

Conosco l’asfalto. Lo cerco, lo seguo, lo inseguo ogni giorno. Mi dà sicurezza, certezza, appiglio. Un animo inquieto non sa starsene fermo, deve muoversi. E il mio continuo viaggiare non posso che metterlo in opera su asfalto. Così compatto e rassicurante, come un concetto apodittico. Non gli servono dimostrazioni o prove, ha una causa e un effetto ben noti. La causa è l’incertezza, l’insicurezza degli uomini che hanno tanto bisogno di poggiare i piedi per terra e di seguire un percorso certo e ben definito. L’effetto è l’attrito: lo sfregamento della nostra innata instabilità sulla sua portentosa capacità di trattenere la potenziale deriva dei nostri spostamenti.

L’asfalto è stoico e ascetico. Resiste al nostro calpestio, al maltrattamento reiterato e non chiede poi granché in cambio, all’infuori dell’essere steso e rattoppato all’occorrenza, peraltro con estrema semplicità.

L’asfalto è riconoscente: noi gli diamo vita e lui trattiene le nostre vite dai pericoli della perdita di aderenza. Drena le piogge con la stessa rasserenante perizia con cui una vecchia nonna terge le lacrime irragionevoli di un nipote smarrito di fronte alla mostruosa crudezza con cui la vita gli si rivela per la prima volta, mediante bonarie carezze di mani rugose e ruvide.
Hai mai pensato all’assurda definizione che diamo ad un asfalto perfetto? Lo chiamiamo “liscio” per complimentarci e compiacerci della sua rinnovata esistenza, dopo una nuova stesura. Ma in realtà è ruvido! Il più liscio degli asfalti è in effetti il più ruvido.
Io lo desidero l’asfalto, ne ho un bisogno psicologico. Quando ci guido sopra mi sento piacevolmente rassicurato dal suo sfrontato grigiore, a volte piatto e uniforme, a volte cangiante e volubile nei toni: dall’antracite alla cenere, dall’ardesia alla grafite, dalla perla al ferro.

Detesto viaggiare senza l’ausilio graffiante dell’asfalto. Non mi piace il treno perché sferraglia sospeso su due lunghissime corde argentee ben capaci, sia chiaro, di contenerne gli spostamenti laterali, ma davvero poco efficaci nel creare una frizione sufficiente al momento di doverne arrestare la corsa. Scarso attrito. L’aereo, invece, mi fa soffrire. Quell’assurdo contenitore di uomini volanti che poggiano su uno scellerato nulla ad altezze folli e velocità insana, mi tiene il cuore in gola. Quando sono, mio malgrado, costretto a prendere un aereo, spingo irrazionalmente le suole sulla moquette, come a voler cercare qualcosa di solido su cui sostenermi. E poi l’aereo e il treno hanno degli orari propri che spesso mal si accordano alle mie esigenze. Le mie scarpe e la mia automobile, invece,  hanno orari perfettamente congruenti con i miei tempi e si lasciano gradevolmente graffiare dal mio adorato, placido conglomerato bituminoso artificiale. Dell’acqua non ne parliamo nemmeno. Instabile, infida, imprevedibile e profonda. Troppo.

Certo, se uno psichiatra dovesse mai leggere tutto questo non tarderebbe a farmi notare che in realtà ciò che mi dà fastidio sono tutti i mezzi di trasporto sui quali io non ho il controllo e che dunque il problema non è il poggiare o meno su qualcosa di solido, piuttosto la mia ansia di tenere tutto sotto controllo. Ma meglio lasciar perdere queste cose e concentrarci sull’asfalto. Una volta mi riservò una sorpresa: notai un piccolo fiore ardimentoso che osava sfidarne l’aridità crescendovi in mezzo con l’ausilio di un’esigua manciata di terra fuori posto. Un bellissimo fiore selvatico ma delicato, con sottili petali color glicine. Un tantino malconcio perché la malaccortezza degli altri passanti lo aveva insensibilmente calpestato.

Spero non ti dispiaccia il mio paragonarti a un fiore dentro la metafora con cui paragono la mia vita a un perpetuo viaggio su strada.

Io che credevo di poter cogliere quel fiore, sottraendolo alla sua natura ribelle e preservandone la bellezza con le mie attenzioni – spero gradite – ne venni invece colto. Venni rapito dalla sua natura gentile, da una certa bizzarria e dal mistero della sua origine. Reciso da un fiore che non osai recidere. Non me ne lamento, non ho rimostranze da presentare. Ma la mia passione floreale inattesa cominciò a minare le mie certezze. Quanti viaggi inconsueti e spericolati ne seguirono! Finché tutto ebbe fine.

Anche l’asfalto ha un punto debole: il ghiaccio. Fu il gelo improvviso del tuo cuore a farmi sbandare. Testacoda. Più coda che testa, per la verità,essendo la prima di per sé inaffidabile nel mio caso. Tuttavia è proprio il ghiaccio la peggiore delle sorprese che l’asfalto può presentare. E non c’è rimedio, lo si subisce e basta. Il ghiaccio è silenzioso perché non annuncia la sua presenza e, nel tuo caso, riserva gelidi silenzi a tutte le mie domande: sia quelle che ti rivolgo che quelle che non oso pronunciare, se non altro perché il mio orgoglio non mi consentirebbe di mostrarmi petulante o pateticamente ferito. L’orgoglio si spingerebbe perfino formulare accuse, attribuire colpe, rivendicare ragioni e a recriminare su tutto, soprattutto sull’inenarrabile, crudele e inappellabile silenzio di cui solo tu sei capace. Non sa l’orgoglio che non ci sono spiegazioni valide per una sbandata, al di fuori della razionale presa di coscienza del fatto che ogni cosa ha una fine così come ha avuto un inizio e che l’asimmetrica conclusione di una passione è tutto fuorché insolita e non può che sfociare in deludente freddezza, essendo essa stata prima una calorosa fiamma.
Ah quale la tua fortuna nell’aver incontrato un uomo il cui orgoglio tiene a freno le pretese dell’istinto e la cui razionalità gli impone di accettare la parola “fine”! Un uomo che rinuncia a far domande, puntualmente ignorate, e che si cerca da solo le risposte, sa che ciò di cui ha più bisogno, dopo una sbandata, non sono infantili ed inutili lagnanze ma quattro bei pneumatici nuovi. I più costosi e della migliore marca sul mercato. Giusto per riprendere in sicurezza il viaggio.

Orazio C.