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Recensione “STELLA” di TAKIS WURGER

“STELLA” di TAKIS WURGER

Ha avuto bisogno di meno di 130 pagine, il talento del giovane scrittore tedesco Takis Wurger. È bastato così poco per consentirgli di rendere davvero indimenticabile un personaggio realmente esistito a cui ha affiancato due figure immaginarie, frutto della sua fantasia. Una storia quasi vera, dunque, che si può leggere tutta d’un fiato e che non presenta niente di scontato o banale.

La trama

“Stella” è il nome di una donna tedesca che mostra al pubblico il fulgore della sua chioma bionda, della sua bellezza debordante, dei suoi sorrisi entusiasti, del suo temperamento frizzante, della sua voglia irrefrenabile di libertà e di vita piena – così in contrasto con la lugubre realtà della Germania impegnata nel secondo conflitto mondiale –, ma che nasconde un lato oscuro ben dissimulato. Stella splende, ma cela cupezza. Scoprire il buio della sua anima sarà traumatico per il giovane Friedrich, figura incontaminata del romanzo.

I personaggi

Nel 1942, a Berlino, sotto le bombe degli alleati, Stella e Friedrich si conoscono per caso e si innamorano per fatalità. La loro relazione non ha nulla di convenzionale, niente di ordinario, né presenta gli abusatissimi cliché del “romance”. Eppure è autentica, non priva di tenerezza, a dispetto del terribile sottofondo di menzogna che si cela dietro i loro cuori palpitanti. Un mistero terribile e indecifrabile stona con i bellissimi occhi azzurri di Stella, che Friedrich aveva creduto essere verdi, data la sua incapacità di distinguere i colori. L’acromatopsia di Friedrich è metafora della sua incapacità di concepire e di intravedere il male. Troppo candida la sua natura per sospettare doppiezza e falsità.
Altro personaggio a tinte fosche, ma caratterizzato magistralmente al pari degli altri, è Tristan. Maestoso trentenne dal fisico aitante, dalla chioma “ariana” e dal contegno eccentrico. Le sue parole sono stilettate, il suo sguardo è una gragnola di schegge, il suo sorriso un ghigno metallico. Eppure, veste i panni dell’amico. La sua identità, il ruolo che assume nella vita quotidiana, sono l’emblema di un contesto nel quale non è affatto semplice distinguere il bene dal male, al contrario di come tende a pensare chi osserva i fatti con il senno di poi.

Lo stile

L’autore sceglie opportunamente una prosa asciutta, rapida e per nulla leziosa. La concisione è il suo pregio più evidente, soprattutto perché mai come in questo caso la brevità non contrasta con l’efficacia, anzi. Poche parole ma scelte bene e combinate meglio, dimodoché lascino il segno nell’immaginario del lettore e nella sua memoria. I dialoghi sono anch’essi brevi ma incisivi. Lasciano il giusto spazio al non detto, che risulta così essere – incredibilmente – la parte più funzionale del racconto.

Riflessioni

Mentre leggevo questo libro, lo stile adottato e l’ambientazione scelta mi portavano a fare un paragone con il grande Erich Maria Remarque. Quale sorpresa nel ritrovarlo citato a metà libro! E davvero i punti di contatto con il compianto autore di “Niente di nuovo sul fronte occidentale” e di “La notte di Lisbona” sono tanti. Forse, in Wurger, si riscontrano tinte meno ombrose e guizzi di ottimismo che a Remarque mancavano. Del resto, ogni talento ha bisogno di un punto di riferimento.
“Avrei potuto distrarmi, sposare un’altra donna e fingere che Stella non fosse mai esistita. Avrei riso. Mi sarei ubriacato e avrei parlato di lei come se fosse stato un mio trofeo, anche se sapevo che era vero il contrario. Alla fine della mia vita avrei voluto misurare la mia felicità non dall’amore che avevo ricevuto, ma da quello che ero riuscito a dare. Avrei potuto tentare di dimenticarla. La vita ci rende bugiardi.”
Orazio C.