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Una pace ingiusta è meglio di una guerra giusta

“Ecco gli elmi dei vinti, abbandonati
in piedi, di traverso e capovolti.
E il giorno amaro in cui voi siete stati
vinti non è quando ve li hanno tolti,
ma fu quel primo giorno in cui ve li
siete infilati senza altri commenti,
quando vi siete messi sull’attenti
e avete cominciato a dire sì.”

Ecco gli elmi dei vinti  (Bertolt Brecht)

Ma fu quel primo giorno in cui avete cominciato a dire di sì.

Io dico di no. Dico di no e forse non sono in tempo perché forse questo non è il primo giorno perché non è mai abbastanza presto per dire di no. No. Aborro la guerra e questo è quanto. Non esiste alcun argomento da apportare per difendere la scelta bellica, né patriottismi che tengano. Qualsiasi teoria in merito, qualsiasi propaganda, qualsiasi tentativo di convincermi che “è la cosa giusta” o, peggio ancora, che “non c’è alternativa” ha sempre e soltanto un suono alle mie orecchie: segui i soldi!

“Verso la fine di un discorso estremamente importante
il grande statista incespicando
davanti al vuoto di una bella frase
ci casca dentro
e smarrito con la bocca spalancata
ansimante
mostra i denti
e la carie dentaria dei suoi pacifici ragionamenti
mette a nudo il nervo della guerra
la delicata questione di denaro.”

Il discorso sulla pace (Jacques Prévert)

Un giorno, nonostante i miei strenui tentativi di stare lontana da servizi giornalistici svenduti, notizie create al tavolino e bombardamento mediatico di fumo negli occhi, mi è caduto l’occhio, appunto, su un titoletto che recitava, più o meno, così: Il Consiglio europeo ha presentato un piano per “preparare i cittadini alla guerra”. Lì per lì non ci ho fatto molto caso e neanche ho approfondito, ma, con il passare delle ore, un tarlo di scontentezza ha iniziato a rodermi. “Cittadini”, “guerra”, “preparare”… ma cosa vuol dire? Pensandoci meglio, sono un cittadino. Chi sono costoro che dovrebbero “prepararmi alla guerra”? Cos’è questa storia?

Poi, la notizia potrebbe essere vera come potrebbe essere falsa, ma il titolo è bastato per far scatenare in me l’orrore. Ursula von Layern (per buttare lì un nome a caso), sei tu dietro a queste intelligentissime decisioni di “armiamoci e partite”? Perché, nel caso, guarda, te lo dico con tranquillità: vacci tu. Io la penso come Cicerone con “una pace ingiusta è meglio di una guerra giusta”, appurato che non esiste una guerra giusta. Con questo voglio dire che il compito dei regnanti è quello di mediare, di trovare soluzioni diplomatiche, di fare compromessi, già, compromessi, che parola poco nobile… sempre meglio di “guerra”, comunque. Il compito dei regnanti è quello di salvaguardare il proprio popolo, non di “prepararlo alla guerra”. No. Non intendo prepararmi a un bel niente. Intendo dire di no. E forse non servirà a niente, e chi sono io a dire di no, e cosa ne capisco io di politiche internazionali, e cosa ne so di guerre e decisioni belliche? Avete ragione: non ne so niente e la mia opinione non conta niente. Non ha importanza. Quello che ha importanza è che dentro di me c’è qualcosa – e non è un esperto di politiche internazionali né un diplomatico –, qualcosa che mi dice che è tutto sbagliato. Armi, menzogne, morte, distruzione. Vergognatevi.

“Tutta la propaganda di guerra, tutte le urla, le bugie e l’odio, provengono invariabilmente da persone che non stanno combattendo.”

George Orwell

Sono un semplice cittadino. Un cittadino che aborrisce la guerra e tutti coloro che la fomentano. Per denaro, in primis. E poi, per qualsiasi altra ragione.

“Se tutti combattessero soltanto per le proprie convinzioni non ci sarebbero più guerre.”

Lev Tolstoj

Ci si abitua a tutto, anche al peggio. E questo è il peggio, in effetti. Ecco il perché di queste mie parole. Per paura di farmi andare bene tutto. Per paura di abituarmi al peggio.

“Finalmente mi sono abituata a vivere con la guerra
come alcuni si abituano a vivere col marito alcolizzato
con la sorella tossicodipendente
al mattino il primo pensiero di solito punge dolorosamente il cuore
ma poi vai a lavarti e ti piace l’odore del sapone
il molle odore della lavanda che
esiste tuttora nel nostro mondo non si sa come
insieme alle eclissi solari
ai piccoli cresciuti dei gabbiani
alle nuvole sempre fluttuanti nel cielo
sempre fluttuanti quale felicità.”

Larisa Joonas

Concludo con questa struggente poesia, aggrappata al pensiero che la bellezza salverà il mondo.

Dopo ogni guerra
c’è chi deve ripulire.
In fondo un po’ d’ordine
da solo non si fa.
C’è chi deve spingere le macerie
ai bordi delle strade
per far passare
i carri pieni di cadaveri.
C’è chi deve sprofondare
nella melma e nella cenere,
tra le molle dei divani letto,
le schegge di vetro
e gli stracci insanguinati.
C’è chi deve trascinare una trave
per puntellare il muro,
c’è chi deve mettere i vetri alla finestra
e montare la porta sui cardini.
Non è fotogenico
e ci vogliono anni.
Tutte le telecamere sono già partite
per un’altra guerra.
Bisogna ricostruire i ponti
e anche le stazioni.
Le maniche saranno a brandelli
a forza di rimboccarle.
C’è chi con la scopa in mano
ricorda ancora com’era.
C’è chi ascolta
annuendo con la testa non mozzata.
Ma presto
gli gireranno intorno altri
che ne saranno annoiati.
C’è chi talvolta
dissotterrerà da sotto un cespuglio
argomenti corrosi dalla ruggine
e li trasporterà sul mucchio dei rifiuti.
Chi sapeva
di che si trattava,
deve far posto a quelli
che ne sanno poco.
E meno di poco.
E infine assolutamente nulla.
Sull’erba che ha ricoperto
le cause e gli effetti,
c’è chi deve starsene disteso
con la spiga tra i denti,
perso a fissare le nuvole.

La fine e l’inizio (Wisława Szymborska)

Annabelle Lee