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Recensione di “L’arte della gioia” di Goliarda Sapienza

“Non c’è ragione di sperdere le forze nel timore inconsulto.”*

Seguite questo consiglio letterario e non lasciatevi abbattere dal pungente odore di Apocalisse che si respira di questi tempi. Confidate nel fatto che la scienza possa presto trovare il modo di rimettere in sesto il mondo e resistete. Nel frattempo, per tenere su il morale e nutrire l’anima, non c’è cosa migliore che dedicarsi a una sana lettura. Ci prendiamo la briga di darvi un consiglio sul prossimo libro da scegliere.

L’arte della gioia” di Goliarda Sapienza è un romanzo memorabile. Intendiamo dire che al lettore rimarrà certamente il ricordo di tante pagine intense e appassionate. Non sarà mai una lettura “accantonata” nel dimenticatoio perché è raro imbattersi in un’opera che abbina una trama coinvolgente a uno stile sublime. Particolare la scelta di usare a volte la narrazione in terza persona e a volte quella in prima, nonché di effettuare dei salti temporali anche nello stesso paragrafo, riuscendo perfettamente ad accelerare la narrazione senza confondere il lettore.

Il nostro ricordo, infatti, non si concentrerà solo sulla vita ribelle della protagonista, ma soprattutto sul modo in cui Goliarda Sapienza ha saputo narrare le sue vicende, usando un lessico fascinoso e ricercato, che in alcune occasioni raggiunge il lirismo. In tal modo, anche gli eventi più tragici e dolorosi, vengono comunicati con delicatezza e leggiadria. Una narrazione “soave”, che culla il lettore durante il lungo viaggio tra le vicende di una donna anticonformista, anticlericale, anarchica e ambiziosa. Provocatoriamente, il nome che l’autrice ha dato alla protagonista è Modesta, sebbene ella non lo è mai, in nessuna occasione della sua esistenza, e lotta contro tutto e contro tutti per affermarsi e per vivere intensamente e liberamente in un contesto (la prima metà del ‘900, in Sicilia) che la vorrebbe relegata all’umile obbedienza. Modesta è una alter ego dell’autrice, sebbene Goliarda Sapienza abbia sempre dichiarato: “lei è migliore di me, sotto tutti gli aspetti”. Il suo personaggio si evolve rapidamente dalla timidezza adolescenziale alla determinazione dell’età adulta, durante la quale non presenterà mai incertezze o tentennamenti su quelli che sono i propri valori. Modesta finisce due volte in prigione: la prima volta, da giovinetta, in un convento. Grazie alla propria determinazione e alla sua innata riserva di cinismo, riesce a “evadere” dopo aver sabotato il balconcino dal quale era solita affacciarsi la sua carceriera-madre superiora, provocandone la morte. La sua seconda prigionia avverrà molti anni dopo, in epoca fascista, per aver finanziato un gruppo di amici marxisti. In questa occasione sarà meno forte e, solo l’aiuto della propria compagna di cella, le eviterà un tracollo psicofisico. In mezzo a queste due tragiche esperienze ci sono la sua ascesa sociale (otterrà il titolo nobiliare di “principessa” sposando un disabile di sangue blu), la maternità (anche adottiva), la sua formazione (studierà privatamente per tanti anni e giungerà a frequentare l’università, tra gli sguardi sorpresi di tutti i colleghi, non abituati a presenze femminili in ambito accademico), la sua lotta politica (abbraccerá il marxismo e non scenderà mai a compromessi con le versioni più edulcorate di esso), la sua vita sentimentale (inizialmente drammatica, successivamente passionale e adulterina). Se si volesse trovare un difetto a quello che rimane un bel romanzo, potremmo criticare il fatto che nella seconda parte della storia di Modesta non si raggiunge mai un climax e non si chiude il cerchio narrativo, mediante un evento cruciale. Il personaggio rimane piuttosto statico dalla maturità alla vecchiaia e non completa il suo processo di sviluppo.

Tra gli altri personaggi notiamo una carrellata di caratteri e temperamenti diversi, fra i quali spiccano Carmine, il seduttore, Carlo, l’idealista, Beatrice, l’innocente malinconica, Joyce, l’enigmatica femme fatale e Eriprando, il figlio collerico di Modesta.

Qualcuno ha voluto interpretare “L’arte della gioia” come uno scimmiottamento de “Il gattopardo”. L’incorruttibilità del principe di Salina sarebbe così replicata dalla vita di Modesta, una moderna mujer vertical, che non scende a compromessi con la società corrotta e corruttibile. I punti di contatto ci sono, inutile negarlo. Così come sarebbe pretenzioso asserire che la Sapienza abbia raggiunto le vette di Tomasi Di Lampedusa. Se quest’ultimo ha scritto un capolavoro indimenticabile e una pietra miliare della letteratura siciliana, l’autrice catanese è riuscita semplicemente a costruire un romanzo piacevole e a dare voce a una coscienza femminile mai assoggettata. Non ci sembra cosa da poco.

Si nota subito che questo non è un libro scritto per il semplice scopo di intrattenere: ci sono temi importanti, incastonati nella trama, ed emergono passo dopo passo, inducendo il lettore a riflettere e a confrontarsi con essi. C’è storia, c’è politica, ci sono sociologia e psicologia. E poi c’è un elemento che forse ha scoraggiato gli editori, durante gli anni ’70, dal pubblicarlo: la sessualità. Sensuale ed erotica, fino a raggiungere picchi di perversione, la Modesta di Goliarda Sapienza, scandalizza e vive intensamente.

I suoi sono amori tormentati, segreti, potenti. Sono amori disinibiti che abbracciano eterosessualità, saffismo e incesto. Ma l’erotismo non degrada mai in pornografia e la volgarità è scongiurata dalla prosa languida di Goliarda Sapienza.

L’edizione di Einaudi, inoltre, è corredata da un’ampia e interessante nota biografica sull’autrice (la cui esistenza merita sicuramente un approfondimento) e da un’analisi del romanzo che ne rivela i retroscena e le traversie per raggiungere la pubblicazione, purtroppo postuma.

Leggetelo e non ne sarete delusi.

“La parola cuore ripetuta dalla sua voce perde il significato ambiguo che me l’ha fatta odiare. E vedo il mio cuore, occhio e centro, orologio e valvola del mio spazio carnale. Nel buio con le palme ascolto il suo pulsare violento che dal seno alle tempie sudate grida di gioia e non si vuole quietare.”*

 

* da “L’arte della gioia” di Goliarda Sapienza.