• No products in the cart.
Il rosso e il nero – trama e riassunto

Il rosso e il nero – trama e riassunto

“Ah, presto morirò, o di fame
o per la vista di tanti uomini cattivi.” (Young)

Capitolo XXVI – Il mondo, ossia ciò che manca ai ricchi –

Premessa

Non c’è niente da fare: alcuni personaggi ce la mettono tutta per rendersi antipatici. O, se non proprio antipatici, si rifiutano comunque di essere simpatici. Ma perché dovrebbero essere simpatici? – ci si potrebbe chiedere. Già, perché? Almeno nei libri, i personaggi “devono” essere simpatici affinché il lettore empatizzi con loro, ci si identifichi e se li fissi nella testa quanto più a lungo. Ciò è più difficile con i personaggi antipatici o sgradevoli. Julien Sorel, il protagonista del libro di cui parliamo, Il rosso e il nero, riesce però a fissarsi nelle nostre teste, pur essendo per niente simpatico. E vedremo perché.

Un’altra premessa necessaria – a mio avviso – che riguarda Il rosso e il nero è l’importanza di comprendere (o di conoscere) la cornice storica. Non molto ferrata sul periodo francese post-napoleonico, ho faticato un po’ nel capire le macchinazioni che fanno da sfondo – determinando però il loro corso – agli eventi narrati nel romanzo di Stendhal. Ecco perché mi farò carico anche di questo fardello, riassumendo per voi il contesto.

Contesto storico

Il romanzo di Stendhal (pseudonimo di Henri-Marie Beyle) è ambientato nella Francia della Restaurazione (1815-1830), periodo storico successivo alle sconfitte napoleoniche e che termina con la Rivoluzione del 1830. Come il nome stesso spiega, la Restaurazione è un periodo storico dedicato a restaurare le dinastie legittime, ovvero quelle in carica prima della grande Rivoluzione francese. Naturalmente, non tutti presero benissimo tale decisione e, pur senza conflitti armati, il periodo fu parecchio animato da intrighi, macchinazioni, accordi segreti e alleanze clandestine. Importantissima nota, il restauro dei poteri includeva quelli dedicati al clero, che vide addirittura aumentata la propria egemonia, tuttavia non senza divisioni interne e meschine lotte di potere.

Il rosso e il nero – trama e riassunto

Dove, quando, cosa

“La piccola città di Verrières può passare per uno dei borghi più graziosi della Franca-Contea. Le sue case bianche dai tetti aguzzi e con le tegole rosse coprono il declivio di una collina, le cui minime sinuosità sono messe in evidenza da macchie di vigorosi castagni. Il Doubs scorre a poche centinaia di piedi al di sotto delle sue fortificazioni, costruite in passato dagli spagnoli e ora in rovina.”

Siamo in Francia, in un borgo (inventato da Stendhal) che fa da sfondo alla prima parte del libro, poi l’azione si trasferisce a Parigi. I tempi li abbiamo già appurati, inoltre, sono anche contemporanei a Stendhal e ciò è già un segnale per comprendere che il suo libro non è un semplice romanzo, ma un vero manifesto. E non lo sono, forse, tutti i libri?  O non dovrebbero esserlo? Cioè, i libri che si rispettano.

Sul cosa anche si devono fare delle premesse. La prima è che è ispirato a un fatto vero, fatto letto da Stendhal da qualche parte (su La Gazette des Tribunaux per esattezza, si vede che Novella 2000 non andava ancora in stampa). La seconda è che la ghigliottina era all’apice del suo successo. Ma vediamo di che si tratta.

A Verrières vive Julien Sorel, figlio di un grezzo carpentiere proprietario di una segheria. Portato più per le letture e per il latino che per il lavoro con la scure, il non ancora ventenne Sorel fa fatica ad accettare la sua condizione e, fomentato da un paio di libri che conosce a memoria (fra quali il Memoriale di Sant’Elena), odia indistintamente sia la sua famiglia che le classi sociali più in alto o più in baso dalla sua. Sfruttando il suo talento per le lettere latine, studia teologia sotto la tutela del curato di paese, sognando però una sfolgorante carriera militare filonapoleonica.

“«Rispondimi senza mentire, se puoi, cane di un mangialibri, come fai a conoscere la signora de Rênal? Quando le hai parlato?»
«Non le ho mai parlato» rispose Julien. «Non ho visto mai quella signora se non in chiesa.»
«E l’hai guardata, brutto sfrontato?»
«Mai! Sapete bene che in chiesa vedo solo Dio» aggiunse Julien, con un’aria lievemente ipocrita, opportuna, secondo lui, per scongiurare la ripresa degli scapaccioni.
«Eppure, qui c’è sotto qualcosa!» replicò lo scaltro contadino; e tacque per un istante. «Anche se da te non saprò mai nulla, maledetto ipocrita. In conclusione, sto per liberarmi della tua presenza e la mia segheria ci guadagnerà. Hai conquistato il curato o non so chi altro, che ti ha procurato un buon posto. Va’ a fare il tuo fagotto: ti accompagnerò a casa del signor de Rênal, dove sarai precettore dei ragazzi.»
«Quanto mi daranno?»
«Il vitto, i vestiti e trecento franchi di paga.»
«Non voglio essere un domestico.»
«Chi ti parla di essere un domestico, animale? Potrei forse accettare che mio figlio fosse un domestico?»
«Ma con chi mangerò?»
La domanda sconcertò il vecchio Sorel, il quale capì che, parlando, avrebbe potuto commettere qualche imprudenza. Si arrabbiò con Julien, lo coprì di ingiurie, accusandolo di ghiottoneria e lo lasciò per consultare gli altri figli.”

Poche righe, che fanno subito capire la bella aria di amore famigliare che si respira a casa di Julien, ma che delineano anche il carattere del giovane e le sue priorità.

Comunque sia, il bel Julien viene assunto in casa de Rênal.

Chi è chi

  • Julien Sorel. Giovane e di bellissimo aspetto (con una certa fissa per l’abbigliamento), figlio del falegname di paese, ha nobili aspirazioni, un’ambizione accecante, un orgoglio senza fine e un profondo odio per l’ipocrisia. Ipocrisia che, lui per primo, manipola benissimo nel tentativo di raggiungere i suoi obbiettivi. Riassumendo (perché quello stiamo facendo), Julien Sorel è un concentrato di estremismi, purtroppo nessuno positivo. Ah, en passant: esistono degli estremismi positivi? Nobile plebeo.

 

  • Monsieur de Rênal. Sindaco di Verrières, è un uomo ottuso, roso dall’insicurezza e dal successo altrui. Ricco industriale, si vergogna di esserlo – industriale, non ricco – e vive costantemente divorato dalla preoccupazione di cosa pensano gli altri – quelli che contano – di lui e della sua famiglia. In perenne competizione con il signor Valenod, direttore dell’ospizio della città, trama e decide ogni sua mossa soltanto per aumentare il suo potere e la sua visibilità pubblica. Borghese corrotto.

 

  • Louise de Rênal. Moglie del sindaco, madre di tre figli che ama con tenerezza, bella, ricca di suo, madame de Rênal ha la sfortuna di tante donne: quella di vivere in un’epoca in cui essere donna non significa molto. Il marito la apprezza, certo, ma soltanto nei limiti dei propri interessi, ossia per fare bella figura in società. Vera romantica.

 

  • Marchese de La Mole. Tipico aristocratico parigino, vive in un mondo tutto suo – un mondo fatto di sfarzi, di aristocrazia e di noia –, tuttavia si sforza sinceramente nel comprendere chi gli sta di fronte. Ancien régime.

 

  • Mathilde de La Mole. Figlia diciannovenne del marchese de La Mole, è un personaggio che concentra in sé tutti i pregi e i difetti dell’aristocrazia francese. Colta, viziata, estremamente spiritosa e terribilmente annoiata, conosce benissimo il suo ruolo e quel che la società si aspetta da lei, ma ha problemi con quel che lei si aspetta dalla società. Volubile all’estremo (come estremismi fa paio con Julien, d’altronde “chi s’assomiglia…”), è instabile e imprevedibile, colpa forse anche della sua giovane età. Anche se, all’epoca, attorno a vent’anni non eri più di certo considerata una ragazza. La donna è mobile.

 

  • Fouqué. Ragazzone montanaro, Fouqué rappresenta forse l’unico personaggio vero di tutto il romanzo di Stendhal, dove tutti indossano una maschera, tutti nascondono un doppio fine e tramano qualcosa. Amico di Julien, è un commerciante di legname sempliciotto e genuino, una bella figura in mezzo alle maschere. Autentico.

Chi fa cosa

Julien Sorel viene assunto dal sindaco come precettore per i suoi tre figli. Intelligente e ambizioso, il giovane Julien coglie questa opportunità per iniziare la sua ascesa sociale. Al contempo, odia e disprezza sia la borghesia di cui i suoi padroni fanno parte, sia la servitù incolta e indegna. Adempie con scrupolo ai suoi doveri e i progressi dei ragazzi sono sotto agli occhi di tutti, facendogli guadagnare una certa reputazione.

Ma ciò non è abbastanza per il giovane Sorel: lui aspira in alto, pur consapevole dell’impossibilità del suo sogno, in quanto proveniente da una classe sociale troppo bassa. L’ambizione e l’orgoglio prevalgono però sulla ragione, offuscandola: ed ecco che Julien scorge se non la possibilità di ascesa, almeno quella di una personale vendetta. Decide di corteggiare la signora de Rênal.

Madame de Rênal ha passato i trenta (età praticamente vicina alla morte – almeno sociale –, all’epoca), tuttavia si mantiene benissimo. Non ha molti svaghi, oltre a essere incompresa dal marito (nota: essere incomprese dal marito non è una prerogativa dei secoli passati, così come non lo è nemmeno il fatto di cercare altrove le sospirate attenzioni). Non è immune al fascino – e Julien ne ha molto – né alle lusinghe – e Julien si sforza di centellinarle, sapendo di accrescere le sue speranze.

Il gioco d’amore è straziante per il lettore (il lettore sarei io): Julien Sorel gioca per davvero, senza mettere in conto i sentimenti e lo fa solo per il gusto di farlo (che, come dicevamo, coincide con il gusto di vendicarsi dell’odiato de Rênal). Madame de Rênal, straziata fra dovere e piacere, è davvero una donna passionale ma, a differenza di tutti gli uomini della sua vita, è anche una donna capace di decidere e di affrontare le conseguenze delle sue decisioni. S’innamora di Julien e si gioca il tutto per tutto. Peccato lui non sia all’altezza.

Ma le voci mormorano, una lettera anonima giunge al sindaco e quest’ultimo è messo in una scomoda posizione: dar credito alle voci e giocarsi la dignità pubblica o far finta di niente e inghiottire il rospo?

“Se non uccido mia moglie ma la allontano ignominiosamente, lei ha quella sua zia di Besançon che le darà immediatamente tutta la sua sostanza. Louise andrà a vivere a Parigi con Julien: a Verrières lo si saprà e io farò ancora la figura dello stupido.”

Già, una situazione non molto piacevole per il signor sindaco. Non che qualcuno faccia il tifo per lui, ma un po’ di pena fa.

Julien, spinto anche dal curato di paese a cui stava a cuore la sua sorte, decide di abbandonare i suoi sogni di gloria militare e proseguire la carriera ecclesiastica. Va quindi in seminario, a Besançon, senza troppo curarsi della così detta “amata” madame de Rênal.

Il rosso e il nero – trama e riassunto

Nota sul titolo Il rosso e il nero: i due colori del titolo, il rosso e il nero, vengono spesso attribuiti all’esercito (il rosso dell’uniforme) e alla chiesa (il nero delle toghe) – le due scelte di Sorel –, ma un’altra teoria vede in contrapposizione la passione e la cupezza del personaggio. Per quanto riguarda quest’ultima, confesso di non abbracciare questo filone di pensiero. Per quanto ombroso e cupo possa sembrare il personaggio, non scorgo in lui la verità di una reale profondità d’animo (come potrebbe essere un Amleto, per esempio) e tanto meno la passione totalizzante (ma neanche mezza) vista da alcuni. Invece, attribuisco alle sue parvenze il suo logorante e distruttivo desiderio di apparire a discapito di essere.

In seminario, Julien Sorel sperimenta nuovi intrighi e macchinazioni, nuovi livelli di lecchinaggio e giochi d’interessi. Tuttavia, fedele al suo ostinato desiderio di distinguersi, Sorel riesce a farsi amici potenti. Viene raccomandato come segretario per il marchese de La Mole, ricco aristocratico parigino.

Parte per Parigi. La storia si ripete, in ambienti meno borghesi ma altrettanto corrotti. Julien Sorel crea la sua immagine e riesce a farsi un nome. Finché Mathilde de La Mole, l’annoiata figlia del marchese, s’invaghisce di lui. Per capriccio, s’intende. Nuovamente, lo straziante gioco del tira e molla avviene fra i due (in questo caso si raggiungono apici quasi inarrivabili) e gli equilibri accuratamente costruiti da Julien, iniziano a traballare.

Come ultimo capitolo della loro storia, con un bambino in arrivo e troppo orgoglio da gestire, Mathilde decide di farsi sposare dal plebeo, rinunciando a tutto per amore (diciamo così). Il marchese, a malincuore, progetta di nobilitare Sorel, insignendolo di qualche titolo per salvare il salvabile e si mette l’anima in pace. Ma, coup de théâtre, una lettera proveniente da madame de Rênal trascina Julien nel fango e tutto è perduto.

La lettera, pensata dal nuovo e intrigante curato di Verrières, è fasulla, ma tutti sono troppo presi da loro stessi per ragionare su tale possibilità.

Chi ama chi

  • Julien Sorel. Ama un ideale da lui stesso plasmato e nutrito. Di conseguenza, tutte le sue azioni sono condizionate da tal ideale. E non solo. Il suo stesso essere ne è condizionato, obbligandolo a non essere mai se stesso.
  • Madame de Rênal. Ama Julien Sorel. Da vera romantica, è l’unica che può fornire una giusta definizione dell’amore.
  • Mathilde de La Mole. Ama giocare. Gioca alla ragazza incompresa, a come scacciare la noia, a infrangere le regole – non perché pensa siano ingiuste, ma per fare qualcosa di diverso – e anche alla nobildonna romantica e rivoluzionaria.

Chi uccide chi

  • Julien Sorel. In seguito alla fatale lettera, con una precisa idea in testa, Julien Sorel torna a Verriéres ed entra nella chiesa in cui si trova madame de Rênal. Senza tentennio alcuno, le spara tre colpi di pistola. Neanche in questo caso riesco a farmi intenerire dal personaggio Julien Sorel: alcuni vedono in questo suo gesto estremo la passione finalmente esplosa (in tutti i sensi), altri la sua sensibilità portata al limite. Per me, si tratta – ancor una volta – del suo immenso ego incapace di tollerare un simile affronto. Di conseguenza, coerentemente con tutte le sue scelte di vita, Sorel deve dare un segnale forte per mantenere quella sua immagine di apparenza così difficilmente costruita. Costi quel che costi. In questo caso, la testa.
  • Madame de Rênal. Uccide se stessa. Scampata alla scelta omicida di Julien – che la colpisce di striscio –, si lascia morire di dolore.
  • La ghigliottina. Uccide Julien Sorel, ma è solo uno dei tanti.

Finale

  • Stendhal continua la sua battaglia contro il falso moralismo della società anche al processo di Julien Sorel e fino alla sua esecuzione.
  • Mathilde de La Mole, scopertasi pazza d’amore, muove mari e monti (ovviamente attraverso i soliti intrighi) per salvare Julien, ma altri si rivelano più intriganti dei lei.
  • Madame de Rênal non sa perdonarsi l’attimo di pazzia in cui ha rovinato Julien.
  • Julien capisce di amare madame de Rênal (scoperta tardiva e a un prezzo troppo alto, aggiungerei), ma neanche dinanzi alla morte smette di essere quello che è sempre stato: una creazione di se stesso.
  • Fouqué, l’unico amico di Julien, si rivela un vero amico, restandogli accanto fino alla fine.

Conclusioni

“«Signori, non ho l’onore di appartenere alla vostra classe. Voi vedete in me un contadino che si è ribellato contro la bassezza della sua condizione… non mi faccio illusioni […]. Ma anche se fossi meno colpevole, vedo qui degli uomini che, senza soffermarsi sulla pietà che può meritare la mia giovinezza, vorranno, in me, punire e scoraggiare quella categoria di persone che, nate in una classe inferiore, anche se oppresse dalla miseria, hanno avuto la fortuna di procurarsi una buona educazione e l’audacia di insinuarsi in quella che l’orgoglio delle persone ricche chiama la buona società.»”

Il discorso di Julien Sorel sul banco degli imputati è un’accusa alla società – e mi sta bene –, eppure neanche in quell’estremo momento il pensiero di aver contribuito lui stesso a rafforzare tale immagine non sfiora la sua mente.

Perché se noi per primi, ciechi di ambizione e orgoglio, non ci decidiamo a seguire il giusto, quale società potrà mai farlo per noi?

 

Annabelle Lee