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Ha senso morire di coronavirus? Vasco Rossi mi aiuta a rispondere.

Sono opportune contromisure così drastiche per questa epidemia o sarebbe stato meglio trattarla come un’influenza un po’ più virulenta? Questo dilemma sta dividendo gli animi se affrontare le pesanti conseguenze come un inevitabile male minore o come una gran pena che ci saremmo potuti evitare.

In ogni caso, credo che siamo tutti accomunati nel sentimento per i morti, che li si consideri caduti in battaglia contro l’epidemia o morti accidentalmente per questo virus al pari di altri morti per altre cause. Per i congiunti di un defunto morto per il virus, considerare che sarebbe potuto morire comunque per altre cause, oppure se è morto per altre cause, pensare che almeno non è morto per il virus, non sarà comunque di molto conforto.

Credo che il dolore per la morte di una persona cara scaturisca dall’esserne abbandonati senza un motivo a compensazione. Ben poco compenso danno i sermoni dei preti cattolici che sembrano volerci imbonire con la speranza di un’altra vita di eterna pace e contemplazione di una divinità latitante. Se solo potessimo essere certi che i nostri cari vanno a stare meglio! Se almeno ci restasse un “perché”.

Mia madre diceva: di qualcosa si deve pur morire! Oggi che non posso più chiederle cosa intendesse con questa frase ironica e un po’ cinica, me la interpreto nel senso che morire è un evento ineluttabile e la causa è in fondo abbastanza irrilevante se l’evento deve compiersi. Senza scomodare i tipi di cause di Aristotele, quando non si muore per omicidio o suicidio, è per cause accidentali: una concatenazione di cause-effetti che non si è potuto prevedere per porvi un possibile rimedio. Potremmo toccare un oggetto contaminato dal virus e infettarci. Chi ha toccato quell’oggetto? Chi l’ha messo in quel posto nel momento che saremmo passati lì? Quanti eventi si sono dovuti inanellare con imponderabile e micidiale precisione affinché arrivassero proprio a me?

In un momento storico dove il meccanicismo e il materialismo ormai da Galileo in poi non sono neanche più considerati una tendenza culturale, ma un dogma, l’onere di essere umani è cantato da un verso paradossale di Vasco Rossi:

“Voglio cercare un senso a questa vita, anche se questa vita un senso non ce l’ha!”

In effetti se si vivesse e morisse accidentalmente, che senso avrebbe… cercare un senso? Vediamo. Nella prima parte del verso fa capolino un impulso del Vasco più esistenzialista. Credo non sia casuale che queste parole siano emerse nelle liriche del nostro famoso cantautore solo a una certa età. Se immagino il Vasco giovane, bello, famoso, osannato da un pubblico enorme, ricco e pieno di donne, non mi vengono in mente molti motivi per chiedermi perché valga la pena di vivere. Ma se penso a una vita che è stata spericolata, che ha affrontato importanti malattie e che si affaccia all’età senile, la questione non mi pare più fuori luogo. Noto anche che la prima parte del verso è espressa in prima persona: è lui che vuole; mentre la seconda è espressa con una locuzione impersonale; non dice: “…anche se a questa vita un senso non glielo voglio dare”. Niente di strano, penso: il sig. Rossi è un cittadino del nostro tempo e le suddette tendenze culturali sono una religione. Possiamo leggere i versi di quella canzone, allora, anche come un’impresa epica: quella di un uomo che si batte contro le proprie credenze nell’intento di superarsi. La catarsi biografica coinvolge anche i rocker.

Canticchiando queste parole, torno sulla questione: se vivere non ha un senso, nemmeno lo avrebbe morire e men che meno di coronavirus. E allora che fare? Fino a che punto essere prudenti? Giudicheremo sufficiente lavarsi le mani e non starnutire in faccia agli altri, o sarà meglio non uscire di casa e disdire ogni contatto personale? Si dice: “una barca è più al sicuro se resta nel porto, ma non è stata costruita per questo”. Ma possiamo far entrare nella scena di questa allegoria un attore negletto: il marinaio. È per lui che la barca è stata costruita ed è lui che può confrontare la sua abilità con le condizioni del mare per decidere se è il caso di navigare e come.

Quindi, caro Vasco Rossi, tu che porti il cognome dell’uomo comune per antonomasia e il nome di un grande navigatore, solo tu puoi decidere del tuo dilemma. Se deciderai che la vita e la morte non hanno senso, a chi mai importerà di darti torto? E allo stesso modo se deciderai che un senso ce l’hanno e che lo puoi completare o cambiare, tutto l’universo dovrà tenerne conto. La differenza – volente o nolente – la farai. A te scegliere quale.

Postfazione: forse anche tu come me qualche volta hai desiderato avere una risposta da leggere in piccolo capovolgendo la pagina della rivista Vita-enigmistica? Personalmente lenisco questa delusione dicendomi che non voglio disegnare la mia vita… unendo dei puntini numerati. Neanche mi racconto che tutto mi sarà chiaro in questa vita e che potrò salire sulla montagna a dispensare saggezza al mondo ignaro che mi tributerà gratitudine e rispetto finché un giorno svanirò nello svolazzare di petali di pesco come il gran maestro tartaruga in Kung-Fu Panda. Ma, caro virus, non sarai tu a farmi cambiare idea. Che senso potresti mai avere senza di me?

Stefano Rofena