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“La morte a Venezia” di Thomas Mann – recensione

Questo è il mio secondo incontro con Thomas Mann, dopo una prima lunga, intensa e sorprendente conoscenza attraverso il suo romanzo “I Buddenbrook”. Sono passata ora a un racconto di una profondità difficile da eguagliare. Mentre “I Buddenbrook” è un grande affresco familiare che si sviluppa su più generazioni, “La morte a Venezia” è una novella breve e concentrata, quasi febbrile nella sua intensità. Lo stile è ancora più raffinato e lirico rispetto ai “Buddenbrook”; questa è considerata una delle opere in cui Mann raggiunge il suo apice stilistico. Il protagonista Gustav von Aschenbach è un personaggio molto diverso dai membri della famiglia Buddenbrook, ma altrettanto memorabile.

La trama di “La morte a Venezia”

Gustav von Aschenbach è un personaggio di straordinaria complessità, un ritratto magistrale di un artista borghese all’apice del successo che, tuttavia, vive una profonda crisi esistenziale. All’inizio del racconto ci viene presentato come l’incarnazione della disciplina e del controllo: uno scrittore affermato che ha costruito la sua carriera e la sua reputazione con rigore, autocontrollo e dedizione totale all’arte. La sua vita è stata governata da quello che potremmo chiamare il principio apollineo: ordine, razionalità, misura. Ha persino ricevuto un titolo nobiliare (il “von” nel suo nome) come riconoscimento del suo contributo alla cultura tedesca.

Un uomo tutto d’un pezzo, ligio alle “regole” della sua epoca, Aschenbach vede questa solidità scalfirsi. L’influenza di tre figure enigmatiche e quasi mistiche lo condurranno – suo malgrado – verso l’essenza più pura dell’arte, fino a condurlo alla perdita della stessa ragione che lo ha alimentato per tutta la vita. In fondo, Aschenbach è un “artista” e, per creare, deve lasciarsi guidare dalla passione e non dal raziocinio; deve essere libero di provare, di sentire, di ambire a quei territori tanto temuti.

“Era desiderio di viaggiare, null’altro; ma, in realtà, sopravvenuto con la violenza di un accesso, spinto al parossismo, all’allucinazione. L’ansia in lui diventava veggenza; l’immaginazione, ancora eccitata dalle ore di lavoro, foggiava esempi di tutte le meraviglie e le paure dell’orbe innumerevole, che ora d’improvviso agognava a evocare; ed egli vide, sì vide, un paesaggio, una palustre regione tropicale sotto un cielo greve di vapori, rorida, lussureggiante e mostruosa, quasi un groviglio primordiale di isole, di lagune, di lutulente anse fluviali; vide da rigogliose macchie di felci, da fondi di vegetazione grassa, tumida e convulsa, rizzarsi, di qua, di là. palme villose, e alberi bizzarramente contorti affondare dall’alto le radici nel suolo, o tuffarle in acquitrini dai riflessi verdastri, dove tra fiori natanti, bianchi come il latte e grandi come vassoi, stavano appollaiati, volgendo l’occhio immobile, uccelli di forme strane, dal collo infossato tra le ali, dai becchi enormi; vide in un folto di nodosi bambù scintillar; le pupille di una tigre all’agguato – e si sentì batter: il cuore di terrore e d’inesplicabile smania. Poi la visione dileguò; e Aschenbach, scotendo la testa, riprese la sua passeggiata lungo le palizzate degli scalpellini.”

Colto impreparato, ammaliato da una città che è essa stessa essenza di decadenza e perdizione, Aschenbach si abbandona. Venezia, con le sue calli avvolte dalla nebbia e gli odori molesti, gli si rivela come un simbolo della caduta, e qui incontra Tadzio, un giovane polacco, che attira la sua attenzione. Tadzio diventa per lui una prigione: Aschenbach è rapito dall’innocenza della sua bellezza. Agli occhi del lettore, questa fascinazione è un precipizio estremo e inesorabile. Come può, quindi, un uomo maturo e coscienzioso abbandonarsi a una metamorfosi radicale, passando dal principio apollineo a quello dionisiaco, dove caos, passione e irrazionalità dominano senza riserve?

Per Aschenbach questa transizione è il risveglio di qualcosa che aveva represso per tutta la vita. Un estremo che divora un altro estremo, e ai limiti, ahimè, non c’è speranza. La bellezza di Tadzio appare a lui come un’epifania, uno spiraglio di un mondo perfetto e incontaminato. È in quel giovane che vede l’ideale platonico, una bellezza pura che risveglia in lui un desiderio non solo carnale, ma quasi spirituale. Tadzio diventa così simbolo di ciò che l’arte stessa ambisce a creare: un’estetica irraggiungibile che, per un artista come Aschenbach, non può essere ignorata.

Eppure, questa ammirazione non è innocua. La bellezza, come un veleno lento, lo avvolge e lo corrode dall’interno. È proprio questo tormento interiore, causato dall’impossibilità di possedere o persino di avvicinarsi a quel mondo ideale, che porta Aschenbach a smarrirsi. Ogni giorno che passa, sente il proprio desiderio crescere e con esso il senso di vergogna, di inadeguatezza, di fallimento. La sua ammirazione si trasforma in ossessione, e l’ossessione, a sua volta, in una consapevolezza di essere prigioniero dei suoi stessi ideali.

L’ambientazione di “La morte a Venezia”

Venezia, decadente e misteriosa, diventa così lo specchio di questa crisi. La città, un tempo maestosa, è ora un luogo di ombre, di odori di acqua stagnante, di vicoli stretti e soffocanti. La sua bellezza è ormai corrotta, ma proprio per questo è affascinante agli occhi di chi, come Aschenbach, vive ormai sul limite tra ordine e rovina. Ogni dettaglio sembra avvertirlo della sua imminente decadenza, eppure lui è incapace di allontanarsi. Come un moderno Icaro, sente che il suo destino è legato a quella luce troppo intensa e seducente, che lo spinge sempre più vicino al precipizio.

L’influenza del neoclassicismo, in questo racconto, è forte e costante. La ricerca della bellezza richiama il “Simposio” di Platone e le discussioni su amore ed Eros. Aschenbach si lascia trascinare dai suoi impulsi, ormai incontrollati, verso un’autodistruzione irrazionale, alimentata da immagini trascese dalla realtà. Anela a una bellezza tipica del decadentismo, una bellezza che trae forza dalla disperazione profonda.

“Le riflessioni e le occasioni di chi è uso al silenzio e alla solitudine sono più vaghe e al tempo stesso più penetranti in confronto a quelle dell’uomo socievole, e i suoi pensieri più gravi e più bizzarri, né mai esenti da un velo di mestizia. Immagini e impressioni che altri degnano tutt’al più di un’occhiata, di un sorriso, di un commento scambievole, occupano il suo spirito con smodata intensità, si radicano in silenzio, acquistano significati, si mutano in avvenimento, in avventura, in nuova sensibilità. La solitudine condiziona l’originalità, l’audace e sorprendente bellezza, la poesia, ma condiziona pure il contrario: l’abnorme, l’assurdo, il proibito. In tal modo le apparizioni del recente viaggio – l’orrendo vecchio damerino col suo farfugliare dell’amata, il sospetto gondoliere lasciato a bocca asciutta – inquietavano tuttora l’animo dello scrittore. Senza risultare inaccessibili alla logica, né offrire particolare materia alla meditazione, erano senza dubbio eccezionalmente strane; e proprio questa contraddizione le rendeva inquietanti un ragazzo dai capelli lunghi sui quattordici anni. Aschenbach notò con meraviglia la bellezza perfetta di quest’ultimo. Il volto pallido e gentilmente assorto, incorniciato dai capelli biondo miele, la linea schietta del naso, la bocca vezzosa, l’espressione soave e divina di gravità, ricordavano le sculture greche dell’epoca aurea; e alla pura compiutezza dell’aspetto si univa una grazia così rara e insigne che lo scrittore si confessò di non aver mai veduto, né in natura né in alcun prodotto delle arti figurative, un simile capolavoro.”

Questa aspirazione alla bellezza ideale, che si richiama ai valori neoclassici, fa risuonare l’influenza di Platone, ma anche quella dei miti greci, nei quali la bellezza è spesso un dono pericoloso, in grado di distruggere chi osa avvicinarvisi. Tadzio diventa per Aschenbach non solo l’incarnazione del kalos kagathos (in questo le note al testo mi hanno aiutato a comprendere meglio l’influenza neoclassica), l’ideale di perfezione fisica e morale dell’antica Grecia, ma anche un moderno Narciso: una bellezza impassibile e inconsapevole che si specchia in chi lo guarda, conducendo chiunque alla rovina.

“Chi nel mettere piede per la prima volta, o dopo una lunga assenza, su una gondola veneziana, non ha dovuto reprimere un brivido fugace, un senso segreto di disagio o di avversione? Giunto immutato a noi dai tempi delle ballate, nero come nere al mondo sono soltanto le bare, lo strano legno evoca alla nostra mente tacite, delittuose avventure nel sussurro notturno delle acque; e soprattutto evoca la morte stessa, il feretro, il corteo tetro, il silenzio dell’ultimo viaggio. E chi ha notato che il sedile di tale barca, quel piccolo sofà verniciato di funebre nero, provvisto di tenebrosi cuscini, è il più molle, invitante e rilassante di tutti i sedili?”

 

L’opera suggerisce una riflessione su come l’artista stesso possa essere tanto attratto dall’ideale da perdere ogni contatto con la realtà. Mann, attraverso Aschenbach, sembra suggerire che la tensione verso un’ideale irraggiungibile porti l’artista a rinunciare al proprio equilibrio psicologico e morale. La bellezza perfetta e inaccessibile di Tadzio finisce per alienare Aschenbach dal mondo e dai suoi valori, portandolo a un destino simile a quello di Icaro, spinto verso il sole dalla sete di perfezione.

“Aschenbach non capiva una parola dei suoi discorsi; e forse si trattava di cose banalissime, ma ai suoi orecchi suonavano come un’armonia diffusa. Così la parlata straniera del ragazzo si trasfigurava in musica, il sole accecante effondeva su lui fiumi di luce, e a risalto e sfondo della sua figura era sempre la maestosa prospettiva del mare.”

In questo contesto, Venezia assume un ruolo quasi mistico, un labirinto che rappresenta l’interiorità dell’artista, un luogo dove le passioni proibite e le tensioni represse vengono a galla. L’acqua stagnante dei canali è come il desiderio che scorre in Aschenbach, inevitabile e impossibile da arginare. La città stessa, con la sua bellezza decadente e il suo fascino mortale, simboleggia il punto di non ritorno per Aschenbach, che è ormai prigioniero della sua ossessione. La morte a Venezia diventa così inevitabile, non solo come evento finale ma come metafora della distruzione spirituale dell’artista, incapace di mediare tra il desiderio per la bellezza e l’esperienza umana.

“Ebbro nel cervello e nel cuore, seguiva passo passo i cenni del demone che si diletta di calpestare sotto i piedi l’umana ragione e dignità.”

Aschenbach, che si era sempre considerato un creatore, scopre che l’amore platonico per la bellezza può portare, paradossalmente, a una forma di disgregazione, di rinuncia alla propria essenza. Mann offre così un monito sulla natura stessa dell’arte e della bellezza, su come il raggiungimento di un ideale perfetto, se non bilanciato dalla realtà e dalla moderazione, possa rappresentare la fine dell’umanità dell’artista.

L’ispirazione in “La morte a Venezia”

Un chiarimento è d’obbligo, in quanto mi ha incuriosito la scelta di Mann di scrivere un testo così stilisticamente impeccabile, ma così lontano dalla retorica dell’epoca. Così ho cercato delle informazioni al riguardo e ho scoperto che, molto probabilmente, Mann si è ispirato a un’esperienza personale. Sembrerebbe, infatti, che durante un soggiorno a Venezia con la moglie nel 1911, incontrò un giovane polacco di nome Władysław Moes, che, con il suo aspetto elegante e affascinante, lasciò una forte impressione su di lui. Questo incontro sembra aver risvegliato in Mann delle riflessioni profonde sulla bellezza ideale, sul desiderio e sull’inaccessibilità di un amore puro e spirituale, temi centrali nell’opera.

Anche il personaggio di Aschenbach possiede alcuni tratti autobiografici. Come lui, Mann era uno scrittore rigoroso e disciplinato, fortemente legato alla cultura tedesca e agli ideali borghesi. L’attrazione per la bellezza e la tensione di un desiderio represso rispecchiano in parte le sue stesse riflessioni interiori. In questo modo, “La morte a Venezia” diventa un’opera di profonda introspezione psicologica, in cui Mann riesce a esplorare con autenticità i temi della bellezza, della passione e della decadenza.

In conclusione

Questo racconto mi ha lasciato un senso di malinconia, una sorta di struggente bellezza che mi ha ammaliato durante la lettura, come fosse il canto di una sirena, per poi togliere ogni speranza di salvezza, sebbene lo stile di Mann sia sempre un toccasana, di una raffinatezza raramente raggiungibile.

Giorgia Golfetto