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“Fiorirà l’aspidistra” di George Orwell – recensione

“Fiorirà l’aspidistra” di George Orwell è un romanzo scritto nel 1936 dall’autore dell’ormai noto “1984”. Il libro venne composto in un periodo storico cruciale: l’Inghilterra stava ancora risentendo degli effetti della Grande Depressione, e lo stesso Orwell viveva in condizioni di precarietà economica (argomento a lui ben conosciuto, già trattato nel breve libro “Senza un soldo a Parigi e Londra”), lavorando come commesso in una libreria di Hampstead. Questa esperienza personale, unita al clima sociale teso dell’epoca – con una classe media in difficoltà e un sistema capitalistico che mostrava le sue crepe più profonde – fornisce la tela su cui l’autore dipinge una storia che prende spunto dalla sua vita, riportandone alcuni aspetti e approfondendone altri di carattere più generale: la lotta quotidiana di ogni individuo nei confronti di una società capitalista.

La trama di “Fiorirà l’aspidistra”

Le vicende del libro ruotano attorno al protagonista Gordon Comstock, uno scrittore e poeta in lotta contro il “dio denaro” e perennemente in crisi, poiché vorrebbe vivere in un certo modo, ma non ci riesce in quanto è ormai parte di un sistema che non ammette certe scelte e ti relega nella sfera degli abietti, dei reietti, dei clochard. Gordon vive questo dualismo, questa scissione interiore, in modo viscerale. Vorrebbe vivere serenamente rispettando i propri principi e allo stesso tempo non essere parte di quella fetta di società che sopravvive nei bassifondi, dimenticata da tutti.

“In modo approssimativo, fanciullesco, aveva cominciato a capire il significato di questa faccenda del fare quattrini. Molto prima della stragrande maggioranza dei suoi simili, aveva intuito che TUTTO il commercio moderno è un imbroglio. Cosa strana, erano state le pubblicità nelle stazioni della metropolitana che gli avevano aperto gli occhi. Egli era ben lungi dall’immaginare allora, come dicono i biografi, che egli stesso avrebbe avuto un giorno un posto in una ditta di pubblicità. Ma c’era di più nella scoperta del semplice fatto che ogni commercio è una truffa. Ciò di cui si rese conto, e sempre più chiaramente col passar del tempo, fu che il culto del denaro è stato elevato a religione. Forse è la sola vera religione – la sola religione veramente ‘sentita’ – che ci sia rimasta. Il denaro è ormai ciò che Dio soleva essere. Bene o male non hanno più significato se non nel senso di successo o fallimento. Donde la frase magnificamente significativa, ‘fare bene'”

Gordon proviene da una famiglia della classe media inglese caduta in disgrazia. I suoi genitori erano benestanti, ma hanno perso il loro status sociale ed economico. Ha ricevuto un’educazione di buon livello, frequentando una scuola privata grazie a una borsa di studio e alle rinunce della sorella. Questo gli ha permesso di acquisire una buona cultura letteraria. Fin da giovane, Gordon ha nutrito ambizioni letterarie e ha sempre desiderato diventare un poeta. Dopo gli studi, ha trovato lavoro in un’agenzia pubblicitaria, un impiego ben retribuito ma che lui considerava “sporco” e in conflitto con i suoi ideali artistici; così, a 26 anni decide di abbandonare quella vita, quel lavoro ben pagato, per dedicarsi alla poesia; questa per lui sarà una sorta di dichiarazione di guerra contro il denaro e il sistema capitalista.

“Lo stipendio di Gordon fu aumentato di dieci scellini la settimana. E fu ora che Gordon cominciò a spaventarsi. Il denaro lo stava conquistando, dopo tutto; e lui scivolava, giù, sempre più giù, nel porcile dei quattrini. Ancora un po’ di tempo e lui sarebbe rimasto impegolato nel brago per tutto il resto della sua vita.”

Troverà un impiego mal pagato come commesso in una libreria – ed è qui che la somiglianza con Orwell emerge in modo distinto – e si trascinerà in una vita che, sebbene scelta, gli va stretta. Ha una relazione complicata con Rosemary, una ragazza che lo ama ma è frustrata dal suo atteggiamento verso il denaro e il successo. Gordon aveva già pubblicato una raccolta di poesie, che però non ha avuto grande seguito.

I temi di “Fiorirà l’aspidistra”

La relazione con Rosemary merita un’attenzione particolare. La ragazza rappresenta non solo l’amore nella vita di Gordon, ma anche la voce della ragione, il contrappunto razionale alle sue ossessioni. Ama Gordon nonostante (o forse proprio per) le sue contraddizioni, ma non può fare a meno di mostrargli quanto le sue scelte siano autodistruttive. La sua gravidanza nel finale diventa il catalizzatore del cambiamento di Gordon: di fronte alla responsabilità di una nuova vita, il protagonista è costretto a riconsiderare le sue posizioni ideologiche e a fare i conti con la realtà pratica dell’esistenza.

Orwell, attraverso il personaggio di Gordon Comstock, offre una critica acuta al sistema capitalistico, mettendo sotto la lente d’ingrandimento un sistema che valuta le persone solo in base al loro successo economico. Il protagonista lotta contro l’idea che l’arte debba essere commercializzata per avere valore, ma non solo: la critica è estesa alla pressione sociale a conformarsi agli standard di successo definiti dal capitalismo. Il denaro, in questo, gioca un ruolo primario: per Gordon è una forza onnipresente che controlla ogni aspetto della vita. Ha più importanza della cultura e dei rapporti umani, che senza denaro diventano impossibili da gestire e vivere in modo dignitoso. Più il rifiuto diventa potente, più la preoccupazione per lo status economico diventa preponderante. Il protagonista disprezza i soldi e il loro potere, ma ne subisce il fascino, perché vorrebbe una vita migliore di quella che si è liberamente scelto. Un conflitto che arriva a irritare il lettore stesso, visto il continuo passare dal “vorrei” al “non voglio”, dall’essere fiero della decisione presa al fastidio suscitato dalla condizione nella quale si è infilato.

“«Ma non capisci che uno non è un essere umano completo – che non si SENTE un essere umano – se non ha soldi in tasca?»”

Qui, proprio in questa comprensibile e attualissima guerra interiore, risiede tutta la cupezza estrema di questo romanzo. Anche in “1984” c’era una profonda oscurità, tuttavia era determinata dall’esterno: il protagonista si trovava già in un annichilimento indotto; l’ambientazione distopica lo teneva però sull’orizzonte di un domani non definito. In “Fiorirà l’aspidistra”, invece, è il personaggio principale a procurarsi tutto il dolore di cui soffre e, sebbene i principi che lo guidano siano insindacabili e corretti, la sua inflessibilità nel seguirli diventa alla fine un ostacolo per la sua felicità e realizzazione.

“O servire il dio quattrino o andare a fondo; non c’è altra norma di vita.”

Gordon arriverà a toccare il fondo, quasi ad anelare la dimenticanza sociale vivendo nei bassifondi e diventando – finalmente – invisibile, sognando tuttavia  la fama. Andrà così giù dentro se stesso da comprendere di non poterlo fare. Non potrà perpetrare questa sua condotta, questo suo rifiuto per il denaro, questa sua voglia di totale libertà, perché non esiste alcuna libertà in una società capitalista (ma non solo) e basata sul denaro. La libertà in un contesto del genere è solo una parola, non un dato di fatto; è un’illusione figlia del controllo.

“Quella notte di stravizio aveva segnato un periodo importante della sua vita. Lo aveva trascinato in basso con bizzarra subitaneità. Prima, egli s’era battuto contro il codice del denaro, pur aggrappandosi con tutte le forze a quel misero rimasuglio di decoro e dignità personali che ancora possedeva. Ma ora era precisamente alla dignità e al decoro che voleva sottrarsi. Voleva scendere, sempre più in basso, sempre più a fondo in un mondo dove decoro e dignità non avessero più importanza; tagliare i lacci del suo rispetto di sé, sommergersi interamente, SPROFONDARE, come aveva detto Rosemary. Era tutto associato nella sua mente al pensiero di essere SOTTO TERRA. Gli piaceva pensare alla gente perduta, alla gente del sottosuolo, vagabondi, mendicanti, criminali, prostitute. È un mondo buono quello in cui vivono nelle loro fetide pensioncine equivoche, nelle loro infermerie d’ospizio. Gli piaceva pensare che sotto il mondo del denaro si stendono i vasti bassifondi della sporcizia e della degradazione, dove sconfitta o riuscita non hanno più significato alcuno; una specie di regno di spettri, dove tutti sono uguali. Ecco dove desiderava essere, giù nel regno spettrale, AL DI SOTTO dell’ambizione. Lo consolava in certo qual modo pensare agli ‘slums’ velati dal fumo dei quartieri meridionali di Londra estendentisi all’infinito, immenso deserto implacabile dove ti puoi perdere per sempre.”

“Fiorirà l’aspidistra”: il significato

Veniamo ora all’aspidistra e a cosa c’entri questa pianta con il romanzo. È un simbolo. L’aspidistra era una pianta d’appartamento molto popolare nella Gran Bretagna degli anni ’30, particolarmente associata alla classe media. Nel romanzo, rappresenta il conformismo e le aspirazioni borghesi. Allo stesso tempo è un fiore che ha la capacità di sopravvivere in condizioni difficili, un po’ come il nostro Gordon e la stessa borghesia. È racchiusa della satira in questo simbolismo, poiché tale pianta appare sistematicamente durante la lettura proprio per accentuare in Gordon la repulsione verso quella classe sociale tanto ligia alle apparenze.

"Fiorirà l'aspidistra" di George Orwell – recensione e trama

@foto gardenbulzaga.com

È interessante notare come il titolo originale del romanzo, “Keep the Aspidistra Flying”, contenga una sfumatura di significato più militante rispetto alla traduzione italiana. “Far garrire l’aspidistra” come una bandiera suggerisce una forma di resistenza, seppur conformista: la classe media che mantiene fieramente i propri simboli di rispettabilità nonostante le difficoltà. La traduzione italiana, “Fiorirà l’aspidistra”, sposta l’accento sulla resilienza della pianta, sulla sua capacità di sopravvivere e prosperare anche in condizioni avverse.

“Tu mordi l’esca; la molla scatta, ed ecco, ci sei, incatenato per la gamba a qualche ‘buon’ posto, fino al giorno in cui ti trasporteranno al cimitero. E che vita! Leciti amplessi all’ombra dell’aspidistra.”

Alla fine, il nostro antieroe per eccellenza si piegherà di fronte alle necessità ormai non più soffocate ma ululanti di bisogno di soddisfazione, e vedremo come l’aspidistra stessa cambierà abiti: da reietta a parte integrante di quella vita sofferta. Lei ha resistito, Gordon è sopravvissuto.

“Sapevano di essere soltanto marionette che ballavano solo quando il denaro tirava i fili? C’era da scommettere la testa che non lo sapevano. E quand’anche lo avessero saputo, non gliene sarebbe importato nulla. Erano troppo occupati a nascere, sposarsi, far figli, lavorare, morire. Poteva non essere poi una cosa malvagia, riuscendovi, sentirsi uno di loro, uno della folla di falliti. La nostra civiltà è fondata sull’avidità e la paura, ma nelle vite della gentarella comune avidità e paura sono misteriosamente tramutati in qualcosa di più nobile. Quei piccoli borghesi là, dietro le loro tendine ricamate, coi loro figli, i loro mobili dozzinali e le loro aspidistre, essi vivevano secondo il codice del denaro, senza dubbio, e riuscivano ciò nonostante a conservare la loro dignità. Avevano le loro norme, i loro inviolabili punti d’onore. Si ‘mantenevano rispettabili’: facevano garrire le loro aspidistre, come bandiere. E poi, erano vivi. Erano avvolti nell’involto della vita. Generavano figli, cosa che i santi e i salvatori di anime non hanno mai avuto il modo di fare. L’aspidistra è l’albero della vita, Gordon si disse a un tratto.”

Conclusioni

Questo romanzo si inserisce in un periodo particolarmente significativo della produzione di Orwell, in “Fiorirà l’aspidistra” Orwell si concentra sulla classe media e sui suoi conflitti interni, utilizzando la fiction per esplorare temi che gli stavano particolarmente a cuore: il rapporto tra arte e denaro, tra idealismo e praticità, tra ribellione e conformismo.

Ma nessuno vivrà felice e contento. Semplicemente vivrà. E forse, suggerisce Orwell attraverso l’evoluzione di Gordon, in questo semplice vivere, in questo accettare i compromessi senza perdere completamente la propria dignità, risiede una forma di saggezza che l’idealismo più puro non può comprendere.

 

Giorgia Golfetto