TEODOLINDA. SENZA COGNOME
Da qualche giorno, assisto attonito a una diatriba grottesca. Cioè, è grottesca per me, per il mio modo di vedere le cose. Per tutti gli altri, invece, sembra essere una questione molto seria, tant’è che discutono, litigano e si azzuffano come matti. Il problema – il problema nuovo, quello d’attualità – sarebbe il cognome.
Oggi le donne hanno il diritto di tramandare ai figli il proprio cognome, allo stesso modo di come ne hanno diritto gli uomini. Però, un importante consesso di savi giuristi ha da poco sancito che i nascituri beneficeranno di entrambi i cognomi dei genitori, qualora questi ultimi non dovessero mettersi d’accordo su quale dei due affibbiargli.
Ma tu guarda che disgrazia! – mi sono detto, appena letta la notizia, sentendomi sinceramente dispiaciuto per chi incapperà in tale situazione. Il fatto è che io detesto i cognomi ed è per questo che mi firmo Orazio C., omettendo gran parte di ciò che non mi piace. E che me ne importa della tradizione di famiglia e di tramandare un Montecchi o un Capuleti? Non credo affatto di essere venuto al mondo a questo scopo. Mi piacerebbe essere ricordato per altro, mi piacerebbe lasciare un’impronta molto diversa e molto più memorabile dei miei miseri dati anagrafici. Fosse per me, firmerei ogni scritto con il solo nome di battesimo, ma il mio editore me lo proibisce categoricamente. Dice che una volta c’era un tizio, mio omonimo, che scriveva cose fuori dal comune e che è diventato tanto famoso da avere l’esclusiva sull’uso del nome Orazio. Pazienza.
Tornando alla questione tanto dibattuta, mi rendo conto che se io fossi nato oggi, e se i miei genitori fossero stati due acefali incapaci di mettersi d’accordo su un’inezia simile, mi sarebbero toccati ben due cognomi. E poi avrei dovuto provvedere ad abbreviarli entrambi. In tal caso, voi stareste leggendo un articolo di Orazio C. M.: bella roba, non c’è che dire. Ah, no, aspettate un attimo: forse sarei stato Orazio M.C., perché mica è giusto anteporre il cognome del padre a quello della madre! Eh, no, non son cose da farsi.
Comunque, questa problematica mi ha fatto venire in mente una storia che riguarda dei personaggi sprovvisti di cognome. Ve la racconto subito:
C’ero una volta io e mi stavo annoiando. Siccome era domenica, telefonai ad alcuni amici per proporgli di uscire insieme. Andammo a fare un giro per il centro di Monza che, fino a quel momento, non avevamo mai visto prima. A un certo punto, decidemmo di entrare nel Duomo e ci trovammo di fronte a questo affresco:

Matrimonio di Teodolinda e Agilulfo, realizzato dai fratelli Zavatteri nel 1444
La prima cosa che mi colpì di questa bellissima opera furono le facce serie delle due figure in primo piano. Caspita, che gran voglia di sposarsi che avevano! – pensai, e subito mi divennero simpatici. In particolare, notai che la donna incoronata veniva quasi spinta, costretta, a lasciarsi inanellare il ditino. Lo sposo, con una mano le teneva il polso e con l’altra le infilava l’anello, mentre una donna alle sue spalle bucava il suo regale mantello per sostenerle il gomito con una manina incoraggiante. Pensai si trattasse di uno di quei matrimoni “obbligati”, così tipici dei tempi antichi. Mi sbagliavo.
Forse perché mi trovavo in una chiesa, alla Provvidenza dovette far compassione la mia totale ignoranza sull’argomento. Così, una voce anglofona venne in mio soccorso. La sentivo spiegare dei dettagli storici interessanti. Si esprimeva con sufficiente lentezza perché io potessi tradurre e codificare i punti essenziali. Avvicinandomi, notai che la voce apparteneva a una guida turistica impegnata ad intrattenere dei visitatori. Insieme ai miei amici, decisi di soffermarmi ad ascoltare perché… perché fa sempre piacere scroccare una storia.
Dunque, la sposa si chiamava Teodolinda e di mestiere faceva la regina longobarda. Pare che fosse una donna molto affascinante, particolarmente arguta e piuttosto intraprendente. Qualcuno ha da ridire sul suo nome proprio, che suonerebbe troppo kitsch, ma io non sono d’accordo. A me Teodolinda piace. Preferisco cento Teodolinda a una sola Jennifer. E soprattutto mi piace che questa cristiana – tale era, poiché preferiva Gesù Cristo a Odino – non aveva un cognome. Teodolinda e basta. Con un nome del genere era difficile essere scambiata con qualcun altro, soprattutto perché i longobardi erano molto fantasiosi quando si trattava di battezzare qualcuno. Infatti, la bella Teodolinda era figlia di un certo Garibaldo (senza cognome e senza giubba rossa) e si unì in prime nozze al signor Autari, che di professione faceva il re dei longobardi. Autari non era molto fortunato e fu vittima di una congiura di palazzo che lo lasciò morto stecchito a seguito di avvelenamento. Fra i congiurati vi era il signor Agilulfo, che di mestiere faceva il duca di Torino ma aspirava a ottenere una promozione. Ora, Agilulfo è proprio lo sposino che si vede nell’affresco. Impalmando Teodolinda, divenne lui il nuovo re dei longobardi.
Nonostante questo Agilulfo organizzasse intrighi di palazzo, non doveva essere un tipo tanto sveglio. Secondo quanto raccontano i cronisti dell’epoca, al suo primo incontro con Teodolinda, le si avvicinò con fare ossequioso e le baciò una mano nell’atto di sancire il loro fidanzamento. I testimoni riportano che Teodolinda gli disse: “Perché mi baci la mano quando hai il diritto di baciarmi la bocca?”
Forse è per questo che nell’affresco Teodolinda ha una faccia così seria: era consapevole di andare in sposa a un imbranato. Tuttavia, riuscì presto a fare un figlio con Agilulfo e, tanto per non smentire la tradizione longobarda, gli affibbiò un nome strambo: Adaloaldo.
Capite adesso quanto fossero avanti i cari longobardi? Sceglievano un unico nome, purché fosse assurdo, e risolvevano per sempre il problema. Alcuni storici dicono che potevano permettersi questa scelta solo perché ai tempi la popolazione mondiale era molto più ridotta di adesso. I longobardi erano un piccolo popolo in movimento, composto da circa centomila persone e da qualche migliaio di bestie da soma e da pascolo. Si spostavano lungo la penisola italica per conquistare terreno e proliferare. Ma non proliferarono abbastanza, a quanto pare, perché se fossero diventati milioni – dicono gli storici – ci sarebbero state migliaia di Teodolinda e migliaia di Agilulfo. Quindi la confusione sarebbe stata grande e si sarebbe presentata la necessità del cognome. Insomma, al cognome sembra non esserci scampo. Sembra essere una vera e propria condanna.
Ora che ci penso, una volta ho conosciuto un essere che si chiamava Amato Amato. Vi giuro che non sto scherzando, questo tizio faceva (e fa tutt’ora) Amato di nome e Amato di cognome. Cioè, i suoi genitori scelsero la iterazione per evitare che fosse confuso con qualsivoglia suo simile. Per prenderlo in giro, noi “amici” lo chiamavamo “Loved-Loved” e lui si alterava notevolmente. Al momento dello scherzo, mormorava “tu si nu sciem” nel suo dialetto salernitano e subito girava le spalle, abbandonando la compagnia. Ma questa è un’altra storia…
Ciò che rese famosa la regina Teodolinda non fu la stramberia del nomare la gente come meglio le piaceva, bensì la capacità di ritagliarsi un ruolo importante in un mondo governato da soli uomini. Teodolinda era una specie di tedesca: nata a Ratisbona, più o meno nel 570 d.C., si era trasferita in Lombardia solo successivamente, man mano che il suo popolo conquistava il settentrione italico. Era andata in sposa al sovrano Autari a soli 15 anni ed era rimasta vedova dopo solo un anno di matrimonio. Eppure, nonostante la giovinezza, seppe gestire al meglio la situazione. La sua scelta di sposare in seconde nozze colui che le aveva avvelenato il marito, servì a salvaguardare il regno e la prosperità del suo popolo. Quel popolo che la adorava e le tributava grandi onori ad ogni occasione. Una delle missioni di Teodolinda fu quella di evangelizzare la sua gente e di diffondere il cristianesimo in un contesto avverso e in tempi tutt’altro che pacifici.
I longobardi litigavano spesso con i Franchi, con i Bizantini, con gli Avari (forse perché questi ultimi erano tirchi) e con il papato. Insomma, non c’era mai pace. Quando si sfiorò una guerra sanguinosa, Teodolinda fu la principale interlocutrice di Papa Gregorio Magno (e bevo). Questo papa preferiva trattare con lei perché le riconosceva forti meriti nella diffusione della fede cristiana e perché sapeva anche lui che Agilulfo, il secondo marito, era un cretino. Teodolinda condusse le trattative in maniera magistrale, riuscendo ad avvicinare le parti contendenti e ponendo fine alla guerra.
Sebbene Teodolinda e Agilulfo si fossero stabiliti a Mediolanum, lei aveva un debole per la cittadina di Monza. La leggenda vuole che il nome lo avesse inventato lei mentre girava a cavallo per la campagna. In piena crisi mistica, cercava un bel posto per erigere una basilica da dedicare a Giovanni Battista, il suo santo preferito. A un certo punto si fermò e disse: “Modo etiam”, cioè “Qui sì” (Qui va bene). Da ciò deriverebbe il nome Modoetia, cioè Monza in latino. Successivamente Teodolinda fece costruire un palazzo reale e diversi edifici nella città ed è per questo che i monzesi le sono tutt’oggi molto grati.
A un certo punto, Teodolinda si liberò anche del secondo marito. Coso, lo scemo, Agilulfo morì e lasciò il trono al figlio Adaloaldo. Ma questi era troppo giovane per fare il re, quindi fu Teodolinda a dover gestire il regno in attesa che il figlio maturasse. La situazione era difficile e in bilico, anche perché il fratello di Teodolinda, che non poteva non chiamarsi Gundoaldo, avrebbe voluto prendersi il trono. Per evitare che ci riuscisse, venne fatto fuori con il veleno. Si sospetta che Teodolinda fosse la mandante di questo fratricidio, ma sono dettagli trascurabili…
Ciò che conta è che Teodolinda riuscì a rendersi utile e memorabile pur non potendo donare il proprio nome a nessun erede. Un nome che il popolo adorava perché qualificava la regina come una predestinata: Teodolinda deriva da thiod e linde, termini gotici che significano “scudo del popolo”. Era stata battezzata con un nome che le attribuiva una missione importante. Non le serviva alcun cognome.
Ora, io lo so che quelli più pignoli fra di voi stanno già obiettando che il problema non consiste nella scelta di usare o meno il cognome, e neppure nel sistema per tramandarlo, bensì nella parità di diritti fra i sessi. E io sono d’accordo, credetemi. Io adoro la parità e professo l’uguaglianza dei diritti. Ma non possiamo cercare di essere pari senza complicarci la vita? Non possiamo cercare di essere pari prima di tutto nei fatti piuttosto che nella forma? Spero che l’anima di Teodolinda ci aiuti a rispondere a queste domande e ci protegga da lassù, anche perché alla sua morte fu dapprima inumata nel Duomo di Monza e dopo divenne beata. Beata lei.