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MIO ASSOLUTO AMORE di Gabriel Tallent

 

Titolo fuorviante. Un astuto espediente letterario per prendere all’amo il lettore e trascinarlo dentro una storia agghiacciante. Una storia nella quale la parola amore è usata volutamente a sproposito, giusto per rendere l’idea di quanto malsano possa rivelarsi il fraintendimento di un sentimento che è spesso benigno, spesso illusorio.

Trama e personaggi di Mio assoluto amore

Da qualche parte, nella California settentrionale, c’è una catapecchia in mezzo ai boschi. Ci vive la quattordicenne Julia Alveston, bionda come il grano e selvatica come le ortiche. Simili metafore le calzano a pennello perché la natura è il suo habitat naturale e la flora ha un ruolo più che rilevante nel romanzo. La protagonista si muove fra rose selvatiche, felci, arbusti di lamponi e labirinti di sequoie. Si inoltra nel sottobosco e nelle radure, calpestando tarassaco, bambagione, acetosella, pastinaca, simplocarpo, festuca rossa ed altre delizie per botanici incalliti. Non è un caso che il suo soprannome sia “Turtle”, perché del carapace ha l’istinto e il temperamento. La sua pazienza sfocia nella sopportazione inumana di maltrattamenti disumani. Non li accetta, ma non vi si sa opporre. Le è impossibile reagire. La ribellione le è preclusa dalla dipendenza affettiva nei confronti del padre, Martin. Un padre abietto, disturbato, morboso, sadico, crudele e meritevole di ulteriore aggettivazione prosaica. A conferma che la cultura non è sinonimo di rettitudine, Martin è un uomo colto: legge i classici, si interessa di filosofia, di scienza. Ma è ossessionato da visioni apocalittiche e catastrofiche. Ha cresciuto la figlia come se fosse un marine, insegnandole a usare le armi e a prendersene cura; la sottopone a continue prove di forza, di coraggio, di resistenza, di precisione con la pistola; la sprona a “combattere” sempre; la idealizza fino all’ossessione:

“C’è un’interiorità spaventosa in te” dice (Martin, ndr). “Guardati. Sei una cosina così graziosa, maledizione. I tuoi occhi. Li guardo e vedo… niente. Dicono che puoi guardare una persona negli occhi e conoscerla, che gli occhi sono una finestra sull’anima, ma io guardo nei tuoi e c’è solo buio, per me, crocchetta. Sono sempre stati bui, per me. Se c’è qualcosa in te, non lo si può leggere, non lo si può conoscere. La tua verità, se esiste, si trova al di là di un invalicabile e irriducibile salto epistemologico.”

Il mistero che si cela in Turtle viene reso indecifrabile dalla sua immoderata introversione. Lei si chiude nel guscio corazzato del suo io e non permette a nessuno di varcarne la soglia. È una forma di protezione, certo, l’estremo tentativo di preservare quel poco di se stessa che non è accessibile o violabile. Turtle ha dentro una sofferenza atroce ma silente, e cerca di tenerla ben nascosta. Vive come un soldato, è capace di prove fisiche estenuanti, di abilità degne del boy scout provetto. Abbandonata a se stessa, sa nutrirsi senza bisogno di fare la spesa, raccogliendo ciò che la natura le offre. Cucina alghe, ortiche, erbe di ogni genere; cattura crostacei, dischiude cozze, eviscera ricci, sguscia lumache di mare, pesca anguille a mani nude. Turtle è un animale. Una bestiola dall’innocenza violata, che sopravvive affidandosi integralmente alla natura. Una natura che sa essere benevola e malevola con lei, come con tutti. La differenza sta nel fatto che Turtle sa adattarvisi, sa vivere in simbiosi con essa, come solo un animale saprebbe fare. Un animale solo, ovviamente, chiuso in se stesso e incapace di dare un nome al proprio dolore inespresso.

“Certe notti, quando si sveglia nel momento più freddo e striscia fuori dal suo sacco a pelo per sedersi accanto alla finestra, la paura la fa star male, e allora si dice: la solitudine ti fa bene, ragazza, si dice: questa non è nemmeno solitudine, è un’altra cosa. Siede a gambe incrociate nel vano della finestra e la brezza fredda dell’oceano si mangia le parti morte.”

Il tormento di Turtle non cessa mai. L’autore riesce a rendere perfettamente il contrasto fra il retropensiero della protagonista, che è ora espressione della razionalità, ora manifestazione del super io, e le parole che lei effettivamente pronuncia, spesso pentendosene. In lei insorgono i sensi di colpa tipici di chi è vittima di maltrattamenti, l’inganno di chi non sa più distinguere il bene dal male, i dubbi di chi è solo con se stesso. Nessuno si occupa di lei. Del resto, lei non permette ad anima viva di prestarle aiuto, mostrandosi sempre indifferente, sprezzante, riottosa. Eppure, le sue scortesie nei confronti delle altre persone sono la chiave per smuovere la sua coscienza bloccata, imprigionata. Nel suo contegno burbero riconosce le qualità nascoste del proprio animo sopito. Capisce di essere diversa dal padre, di avere virtù a lui sconosciute. Ma non sa palesarle. Le viene in soccorso l’amicizia, la prima amicizia della sua esistenza, che è istintiva e incontenibile come solo l’amicizia fra ragazzi può esserlo.

“Turtle si sente sventrata, senza niente dentro di sé e senza niente da dire, non riesce a pensare a niente, non riesce a sentire niente. Se c’è della tristezza in lei, non sa dirlo. Ha la sensazione che le abbiano strappato qualcosa dalla pancia, come le radici di un vecchio ontano, e al loro posto adesso c’è un vuoto disgustoso, ma è tutto ciò che riesce a sentire, nessuna tristezza, niente. Sarebbe capace di fare del male, del male terribile, se solo volesse. Potrebbe fare qualsiasi cosa e non c’è limite al male che potrebbe commettere, solo che adesso vuole chiudere gli occhi e far scivolare la mente su quel vuoto come si fa scivolare la lingua sulla cavità lasciata da un dente caduto. Se potesse, farebbe smettere quel terribile tintinnio continuo che le invade le orecchie.”

 

Gabriel Tallent ha creato un personaggio unico e seducente, una storia magnifica e raggelante, un romanzo avvincente e doloroso. Ha scelto di non cedere a nessun compromesso linguistico, pertanto il lessico è sempre crudo, essenziale, spesso volgare. Arriva a degradare fino alla bestemmia. Ma non potrebbe essere diverso, ben si addice all’asprezza della storia. Le frasi sono brevi, ma intensissime. I periodi instradano la narrazione verso il percorso dell’assoluta efficacia. Il lettore ne è catturato, si trova intrappolato in una storia agghiacciante, che sembra non lasciare alcuno spazio alla speranza. Vi sono scene commoventi e situazioni brutali, che sfiorano l’iperrealismo dello splatter ma non lo raggiungono mai. Meglio così, sarebbe stato eccessivo, si sarebbe trattato di pornografia del dolore.
Il cognome dell’autore include la forma anglofona del talento, e si tratta di una coincidenza suggestiva: bravissimo e spietato, lo si potrebbe definire. Ne è venuto fuori un romanzo ossimorico, bello e terribile, difficile da leggere senza avvertire la paura, l’indignazione, la partecipazione alle sorti della meravigliosa protagonista. Se non avete mai provato il sentimento dell’odio in vita vostra, lo sperimenterete fra queste pagine; e se già lo conoscete, ne ritroverete il sapore venefico seguendo Turtle lungo il suo cammino impervio. Ve ne parlerà un narratore anonimo, che non fa sfoggio di onniscienza e disvela passo passo ogni terrificante verità.

 

Perché leggere un simile romanzo?  


A recensione conclusa, sopraggiungono caterve di interrogativi. Soprattutto ci si chiede per quale motivo il lettore dovrebbe sottoporsi a un tale maltrattamento letterario. Se partiamo dall’assunto che la letteratura ha il compito di sensibilizzare il pubblico su determinate tematiche, allora la crudezza di Tallent si giustifica come strumento per rendere compartecipe il lettore delle sofferenze della protagonista. Solo conoscendo nei dettagli l’abiezione ci si rende conto delle sue conseguenze. Solo prendendo “visione” della violenza si prova piena empatia verso le vittime. Solo l’efficacia descrittiva del tormento rende bene l’idea di cosa sia la prigionia psicologica e il disturbo post traumatico da stress. Il fatto che uno scrittore si cimenti in una simile opera non può essere solamente frutto di una fantasia malsana, né la si può relegare nell’ambito della semplice “esternazione” di sofferenze proprie, di pulsioni recondite, di frustrazioni arcane. Non può trattarsi, in questo caso, di una perniciosa ricerca del macabro. C’è senza dubbio dell’altro. È la volontà di far conoscere fino a che punto si possa essere vittime e di quanta forza c’è bisogno per venire fuori dal baratro. È chiaro che non tutti possono avere lo “stomaco” o l’interesse per leggere un romanzo come questo, ed è ovvio che chi porterà al termine la sua lettura non ne ricaverà un semplice insufflaggio di adrenalina. Ne verrà segnato. Ci penserà due volte prima di pronunciarsi su determinati argomenti, prima di sentenziare sulle persone vittime di maltrattamenti; rifletterà sull’inerzia che immobilizza chi subisce la violenza, smetterà di catalogarla come “codardia”; capirà quanto possa essere “contagioso” e suadente il male e quanto sia difficile non emularlo per chi lo subisce; coglierà i segnali inequivocabili di chi tenta di nascondere il proprio disagio. Siamo davvero sicuri che questo non sia interessante o socialmente utile?

 

Orazio C.