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Quel geniaccio di Balzac

Non ho nessuna intenzione di scrivere la solita recensione, ossia di conformarmi ai canoni di chi riassume brevemente la trama del libro appena letto, ne analizza il contenuto, pretende di psicanalizzare i personaggi principali e si arroga il diritto di forgiare delle “chiavi di lettura” con le quali apre al lettore le porte del romanzo, finendo per influenzarne il giudizio, l’interpretazione e la ricezione dell’opera. Voi fidatevi di chi, come me, ne ha lette tante e limitatevi a leggere le recensioni sempre e solo dopo aver completato la lettura del testo. Sarà così più proficuo confrontare il vostro neonato punto di vista sull’opera con quello di chi l’ha recensita. Nascerà un dialogo ideale tra lettore e recensore e beneficerete del processo maieutico così come vi ha insegnato il buon vecchio Socrate.
Un altro valido motivo per il quale non è conveniente leggere le recensioni prima di affronta
re il testo originale è che esse contengono inevitabilmente delle anticipazioni sull’opera, o se preferite, contengono spoiler, visto che vi piace tanto anglicizzare una lingua – la nostra – che avrebbe invece molto da dare e poco da assorbire.

“La cugina Bette”


Che state aspettando dunque
? Andate a comprarvi “La cugina Bette” di Honoré De Bazac e vi garantisco che non ve ne pentirete. Adesso però la recensione ve la faccio a modo mio, cioè raccontandovi la mia esperienza di lettura.


In una domenica afosa
venni letteralmente trascinato in una gita fuori porta con la quale ci si prefiggeva di sconfiggere un mostro abominevole: la noia. Secondo i miei calcoli, per poter parcheggiare un’automobile di medie dimensioni è necessario reperire uno spazio libero di circa 14 metri cubi con la condizione imprescindibile che esso sia formato da una base quadrangolare di lunghezza pari ad almeno 4,80 metri. Non è un’impresa da poco ottenere tutto questo, in piena estate, in una cittadina lacustre bendisposta ad offrire ristoro e refrigerio per i turisti accaldati. Però ci riuscimmo in un tempo ragionevole. Solo che, appena scesi dalla macchina, i miei compagni di viaggio furono immediatamente attirati da un mercatino della domenica e dunque si dispersero subito in mezzo a bancarelle adorne di futilità, oggettistica improbabile e abbigliamento improponibile. Che potevo fare io? Vagavo disperato e disinteressato finché non mi imbattei nella bancarella dei libri usati. Ora, io ho letto diverse opere di Balzac, quelle più conosciute e apprezzate, ma nessuno mi aveva mai suggerito “La cugina Bette“, dunque quando mi trovai in mano quella vecchia copia in edizione economica non ero particolarmente entusiasta dell’acquisto. Pensavo si trattasse di un’opera minore, un romanzo giovanile e magari non tanto riuscito, un pò come succede oggi quando si acquista il CD di un grande artista contemporaneo, nel quale sono contenute tre o quattro tracce apprezzabili e una serie di deludenti canzonette riempitive: miserie della mediocrità dei nostri tempi. Nemmeno la copertina mi veniva in soccorso per attenuare la mia diffidenza e scardinare i miei pregiudizi poiché era tutta scolorita ed era illustrata da un dipinto di Joseph Tissot (chi sarà mai costui, mi chiedevo, non avendo mai sentito parlare di questo pittore col nome da orologiaio!) nel quale era raffigurata una donna adulta seduta in camera che mi rivolgeva uno sguardo malinconico e abbastanza deprimente. Se a tutto questo aggiungiamo un sottile strato di polvere, un odore di carta stantia, un titolo non certo allettante e un prezzo bassissimo, possiamo forse giusificare il fatto che io stessi quasi per rinunciare all’acquisto. Del resto, leggere significa investire il proprio tempo e io voglio sempre farlo nel modo più proficuo.
È possibile oggi comprare un autentico capolavoro per soli due eu
ro? È possibile nutrirsi l’anima per un’intera settimana leggendo ciò che costa meno di quello che serve a nutrire il corpo per un solo pasto?
Sì, è possibile, vi dico io
, ma per farlo vi serve un classico.

Portrait of Mademoiselle LL
James Jacques Joseph Tissot
1864 – olio su tela
Musèe d’Orsay

Mi sedetti in riva al lago e iniziai subito a leggere, quasi svogliatamente, tanto per ingannare il tempo nell’attesa che il resto della mia comitiva tornasse a reclamare la mia compagnia. E quando ciò avvenne ne fui quasi infastidito, talmente piacevole mi era risultata la lettura dei primi capitoli che aprono la storia presentandoci una situazione scabrosa e appassionante. Non volevo staccarmene e lo feci con ritrosia anche nei giorni seguenti, ogni volta che i miei impegni mi impedivano di restare in compagnia di Balzac.

La trama

La lettura deLa cugina Bette” fu fin da subito una sorpresa perché l’autore mi catturò immediatamente seducendo il mio interesse con una scena tanto inattesa quanto audace per un libro scritto più di 150 anni fa: un tentativo fallimentare di comprare l’inalienabile bene dell’amore. L’ex profumiere Crevel, diventato in seguito un danaroso speculatore, cerca di convincere Adeline, baronessa decaduta (per il momento solo finanziariamente parlando), cugina della protagonista, a concedersi a lui in cambio di una cospicua somma. Questo intento di porre in essere una inhonesta mercimonia deriva in parte da una sincera passione nutrita per l’ancora bellissima cinquantenne baronessa e in parte da un desiderio di vendetta da parte di Crevel nei confronti del suo amico e rivale di libertinaggio: il barone Hector Hulot d‘Ervy, marito di Adeline. Quest’ultimo è colpevole di aver sottratto a Crevel la sua giovane amante Josepha, cantante molto in voga e donna particolarmente avvenente. Inutile dire che tale ratto sentimentale si è compiuto per mezzo di lusinghe in denaro e di regalie spropositate; piuttosto è importante spiegare che tali spese sono state compiute da Hulot per mezzo di cambiali, prestiti a usura e sotterfugi vari. Crevel sa che l’amico barone è quasi sul lastrico, che trascura la famiglia e gli interessi dei suoi due figli: Victorin, il primogenito, è sposato con Celestine, figlia unica proprio del malaccorto Crevel, mentre Hortense, la secondogenita, necessiterebbe di una dote per maritarsi. Però tutti i soldi di Hulot vanno a finire tra le grinfie delle cortigiane e dissanguano la famiglia. Proprio la consapevolezza di questa situazione rende Crevel talmente spavaldo da giocare a carte scoperte e da parlare apertamente alla baronessa Adeline, che tuttavia rifiuta scandalizzata le proposte indecenti del consuocero.
È questo un romanzo nel quale amore e denaro viaggiano di pari passo, si incontrano, si scontrano, si sposano, si lasciano, si
ricattano l’un l’altro e non trovano mai pace. Proprio come i personaggi che vi sono rappresentati: tutti soffrono o soffriranno, tutti sono affetti da una smania insaziabile che li fa cadere vittime dei loro vizi o delle loro virtù, delle loro ossessioni e delle loro ambizioni. Vizi e virtù rendono i personaggi schiavi e ostinati, terribilmente ostinati. Si affannano a perseguire il loro fine, sia esso moralmente disdicevole oppure encomiabile, sino al punto dell’autodistruzione. È ovvio che si tratta di caricature: Balzac esaspera i caratteri e i temperamenti dei protagonisti per raccontarci il vizio, per aprirci gli occhi sulle conseguenze sociali della liberalizzazione dei costumi che caratterizzava i suoi tempi (il romanzo uscì nel 1846). Ciò non vuol dire che l’autore sia un moralista o un retrogrado, quanto piuttosto un nostalgico. Egli rimpiange i tempi dell’ancien régime, ma non lo fa con il proposito di sollecitare una restaurazione, bensì con l’atteggiamento malinconico di chi ricorda i tempi andati mentre fotografa con occhio analitico la nuova società, più evoluta e più libera, della quale egli stesso fa parte, dal momento che nella sua vita privata non mancò mai né gaudenza né libertinaggio. Qualcuno potrebbe chiedersi dunque che senso abbia leggere oggi, in un contesto sociale molto più evoluto e progressista di quello che è oggetto della narrazione, tale romanzo. La risposta sta nella perizia con la quale Balzac manovra il suo scandaglio nell’animo umano e ci dà notizia di quelli che sono turbamenti, contraddizioni, debolezze, meschinerie e infamie messe in atto allora come oggi. È inolte interessante riflettere su quanto sia vischioso il processo di evoluzione degli usi e dei costumi e su quanto siano ripetitive e prevedibili le rimostranze dei cosiddetti conservatori. E poi ci sono le magistrali doti narrative di chi come lui è capace di tenerti incollato per ore a seguire la trama del suo racconto, riuscendo di volta in volta a sorprenderti con colpi di scena e risvolti inattesi. Anche se il romanzo è suddiviso in capitoli di lunghezza ridotta, la narrazione dà sempre l’impressione di non voler concedere pause al lettore e di procedere formando un unico blocco, dal quale risulta davvero spiacevole separarsi. Leggere questo libro mi ha fatto sorgere numerosi interrogativi e mi ha regalato tanti spunti di riflessione.


È possibile che degli uomini maturi, scaltri, smaliziati, tanto adusi alla doppiezza inveterata del mondo degli affari, tanto tenaci nella contrattaz
ione economica, tanto arditi e spregiudicati nell’arena finanziaria e sfrontatamente egoisti nel loro contesto familiare, vengano puntualmente beffati dalle moine di una bella donna?

È possibile che degli uomini che hanno dato incontrovertibili prove di coraggio in battaglia, che hanno sfidato la morte, che hanno piegato il destino ai loro piedi, non siano poi capaci di negare un capriccio irragionevole al cuore volubile di una giovinetta dissennata?

È possibile che siffatti uomini mettano a rischio, per il subitaneo impeto della passione, tutto ciò che la vita gli ha donato, patrimonio, rendite, carriera, onore, famiglia, reputazione e perfino la libertà personale, il tutto per non saper rinunciare alle grazie ammaliatrici di un’avida arrivista in gonnella?


È possibile, ci dice
Balzac.


“Gli inganni dell’amore venale sono più seducenti della realtà. L’amore vero comporta dei battibecchi in cui ci si può ferire al cuore; ma il litigio fatto per finta è, al contario, una carezza fatta all’amor proprio dell’ingenuo.”

E invero le cronache ufficiali e ufficiose del tempo danno numerose testimonianze di uomini del bel mondo completamente rovinati dal perseguire i loro istinti lubrici. “Libertini” li chiama l’autore e il libertinaggio viene trattato alla pari di uno dei tanti inguaribili vizi nei quali l’uomo degenera. Del resto, lo stesso Balzac non era uno stinco di santo. Spesso, durante la lettura, mi sono soffermato a guardare la riproduzione in bianco e nero di un disegno di Cassal, riproposta tra le prime pagine del libro, e raffigurante l’autore in una mise elegante. I grandi occhi da malinconico di Balzac avevano un guizzo di dissolutezza, il tipico riflesso sornione del viveur, e non ho potuto fare a meno di pensare che egli abbia certamente avuto un’esperienza diretta, almeno parziale, di quegli stessi vizi che racconta così bene.
La narrazione delle scellerate vicende dei libertini non è una novità in Balzac, av
endone egli già dato mirabile prova nel suo romanzo “Splendori e miserie delle cortigiane“, a sua volta prosieguo de “Le illusioni perdute” e certamente più famoso e blasonato de “La cugina Bette“. In quest’ultimo però, le consuete tematiche del vizio, della lussuria, dell’arrivismo e dell’avidità vanno a costituire un sostrato narrativo al di sotto del quale viene a presentarsi il rancore. L’odio striscia furtivamente nel romanzo per tutta la durata della narrazione (che si esplica in 5 anni) e tale dannoso sentimento nasce, cresce e viene covato nel cuore della protagonista. Esso è tanto forte e radicato in lei, poiché atavico, ancestrale, dunque inestricabile e tale da aggirare il tipico problema del parossismo: non si manifesta in eccessi di rabbia, in irragionevoli scoppi d’ira, bensì in freddo e calcolato desiderio di rivalsa.


“I godimenti dell’odio soddisfatto sono per il cuore i più forti e i più ardenti. L’amore è in un certo qual modo l’oro, e l’odio è il ferro di quella miniera di sentimenti che si trova dentro di noi […]poiché si odia sempre di più, come si ama ogni giorno di più, quando si ama. L’amore e l’odio sono sentimenti che si alimentano da sé; ma, dei due, l’odio ha vita più lunga. L’amore ha per confini delle forze limitate, riceve i suoi poteri dalla vita e dalla prodigalità; l’odio somiglia alla morte, all’avarizia, è in qualche modo un’astrazione attiva, al di sopra degli esseri e delle cose.”

Bette è il diminuitivo con il quale in famiglia chiamano Lisbeth Fischer, che è francese ma ha un nome tedesco poiché proviene dalla Lorena. Non ditemi che le vostre reminiscenze scolastiche non si ridestano immediatamente per darvi notizia di quante volte nel corso dei secoli la Francia e la Germania si sono contese Alsazia e Lorena e di come quei due tormentati territori siano finiti per dar luogo a una ibridazione non solo linguistica, ma anche culturale negli usi e costumi degli abitanti.

La lorenese di cui Balzac vuole parlarci ha nel 1838 (data in cui ha inizio la narrazione) l’età di 43 anni ed è suo malgrado devota allo zitellaggio. Ha rifiutato ben cinque mariti che nel corso del tempo la sua famiglia aveva cercato di proporle. Ma l’aspetto cruciale del personaggio è l’invidia che la tormenta segretamente sin da quando era bambina. La sua invidia si origina dalla disparità di trattamento che la famiglia ha messo in opera tra lei, nata priva di grazie e per indole sempre caratterizzata da una certa rozzezza, e la cugina Adeline Fischer, di cinque anni più grande di lei, ma dotata di grande bellezza e raffinatezza. Bette è stata sacrificata alla cugina e ha dovuto rinunciare all’istruzione per sgobbare assiduamente come una qualsiasi popolana, dapprima facendo la contadina e successivamente impiegandosi come operaia. Tanti sacrifici furono imposti alla povera Bette quante attenzioni, delicatezze e vezzeggiamenti vennero invece rivolti ad Adeline, la quale aveva il solo merito di esser nata bella. C’è da dire però che l’adulazione sempre manifestatale dai familiari non ha insuperbito il carattere della bella Adeline né l’ha resa sdegnosa o viziosa. Il suo fascino, accompagnato da un carattere dolce e mansueto, le consentì da giovane di sposare colui che sembrava essere un ottimo partito: il summenzionato barone Hulot d’Ervy, allora benestante, aitante e avvenente nonostante avesse molti anni in più della moglie, e impiegato presso il Ministero della Guerra (oggi nessun governo chiamerebbe in questo modo la sua branca dedita all’amministrazione militare, preferendo invece la denominazione di Ministero della Difesa. Ciò non è certo dovuto al fatto che non si facciano più guerre, si fanno lo stesso, ma non  bisogna mostrarsene entusiasti o perlomeno bisogna spacciarle per necessarie). In tal modo Adeline poté abbandonare la provincia e trasferirsi a Parigi, cosa che a quei tempi rappresentava la prima soglia dell’ambizione sociale. Ma Adeline è l’anima candida del romanzo e non nutre nessuna ambizione al di fuori di quella di voler mantenere unita la famiglia e di dare continua prova di devozione al coniuge, seppure egli non la meriti affatto. Adeline è buona ma infelice (per colpa dei tradimenti di Hulot), è virtuosa ma assediata (dalle brame di lussuria e vendetta di Crevel), è affettuosa e onesta ma invidiata (da Bette). Ha deciso di invitare a Parigi la cugina per tenerla il più vicino possibile a sé e Bette è finita per diventare una balia per i suoi figli, una confidente per tutta la famiglia, una dama di compagnia per la cugina, una spalla su cui piangere e per ultimo anche un’agenzia di credito al consumo, visto che tutti le chiedono in prestito i suoi magri risparmi per poter tirare avanti nelle ristrettezze in cui il barone li ha lasciati. Tutti in famiglia vogliono bene a Bette, ma non la trattano come una loro pari poiché la considerano eccentrica, sgraziata e troppo grezza nei modi. Non smettono di canzonarla per il suo vestiario antiquato e strambo, per il suo aspetto dimesso, per la sua poca avvenenza e per la sua condizione di zitella. Nessuno ha idea del malanimo che la cugina cova dentro poiché ella non lo ha mai manifestato ed anzi ha sempre mantenuto un contegno mite e affettuoso con tutti i parenti. Però poi all’improvviso deflagra un ordigno potentissimo: Bette la zitellona confida alla giovane cugina Hortense di avere uno spasimante. Ciò è tanto insolito da far nascere una curiosità morbosa nella giovane, che oltretutto avrebbe una certa fretta di coniugarsi e rendersi indipendente, specie adesso che il suo progettato matrimonio è andato a monte per la perdita di quella che sarebbe dovuta essere la sua dote e che si è liquefatta tra le mani dissolute del padre Hulot. Hortense smania di voler conoscere e vedere colui che starebbe corteggiando la cugina Bette perché le sembra inverosimile che qualcuno si senta sinceramente attratto da quella donna. E in verità non si tratta di un vero corteggiatore, quanto piuttosto di un giovane che ha un debito di riconoscenza verso Bette. Il conte polacco Wenceslas Steinbock, di ben 15 anni più giovane di Bette, vive in una catapecchia al piano di sopra dell’appartamento della protagonista. Egli è un rifugiato politico clandestino che ha lasciato la sua patria dopo aver partecipato a un’insurrezione. Si trova in una miseria tale da ricorrere al suicidio per mezzo del braciere e del monossido di carbonio da esso esalato. Ma Bette lo salva giusto in tempo, si prende cura di lui, vi si affeziona e investe i suoi risparmi per aiutarlo a formarsi professionalmente come scultore e incisore. Il debito i riconoscenza porta Wenceslas a obbedire ciecamente a Bette e a diventarne quasi una vittima: lei gli impone ritmi di lavoro opprimenti né gli lascia spazio per alcuno svago perché cerca al più presto di mettere a frutto il suo talento e di fargli guadagnare del denaro. Bette sviluppa una notevole possessività nei confronti del suo protetto ma tra loro non nascerà mai una vera relazione d’amore prima di tutto perché Bette sconosce il piacere sensuale e rimarrà per sempre avvolta nel suo bozzolo virginale, in secondo luogo perché la differenza d’età tra i due è notevole, e infine perché Betterassomigliava a quelle scimmie vestite da donna che i piccoli savoiardi si portano in giro” e in più aveva qualche verruca sulla faccia. Sappiate voi che le verruche sul volto di una donna sono delle vere e proprie mine antiuomo, nel senso che terrebbero lontano qualunque corteggiatore dotato di un minimo senso dell’estetica. Ma, per farla breve, vi dico che un giorno Hortense incontra e conosce il bellissimo Wenceslas e se lo accalappia subito. Finisce per sposarlo e dunque lo sottrae al dominio di Bette. Costei, intimamente e segretamente furiosa per l’affronto subito, cerca perfino di farlo incarcerare ricorrendo a un sotterfugio, ma il suo intento fallirà. Bette inizia dunque a fare il doppio gioco, mantenendo da un lato la sua facciata di cugina devota con la famiglia Hulot, ma alleandosi segretamente con Valery Marneffe, la nuova fiamma del barone Hulot, allo scopo di rovinarli tutti.
Hulot perde la testa per la Signora Marneffe, la vera femme fatale della storia, e pur di farne la sua amante
finisce per sottrarre in modo fraudolento dei fondi allo Stato. La cosa strana è che la moglie Adeline e i figli gli perdonano sempre le sue sciagurate azioni poichè il barone Hulot è una persona seducente che riesce facilmente ad accattivarsi la benevolenza degli altri. Di certo i viziosi risultano più simpatici dei bigotti:


“Il moralista non potrebbe negare che , in genere, le persone bene educate e molto viziose sono assai più amabili delle persone virtuose; avendo delle colpe da farsi perdonare esse sollecitano in anticipo l’ndulgenza, mostrandosi tolleranti verso i difetti dei loro giudici, e passano per essere eccellenti. Benché fra la gente virtuosa vi siano delle persone affascinanti, la virtù si crede già abbastanza bella per se stessa e non si dà da fare per abbellirsi: poi le persone realmente virtuose, poiché bisogna escludere gli ipocriti, hanno quasi tutte dei lievi dubbi sulla propria situazione; si credono ingannate nel grande mercato della vita, e hanno parole un pò agre alla maniera di coloro che si pensano misconosciuti.”


Ma perché Hulot si comporta in tal modo? Per quale motivo non rende la moglie oggetto delle sue smodate passioni dal momento che ella è più che bella e desiderabile e invece ne disdegna le attenzioni per andare a ricercare soddisfazione altrove fino al punto della perdizione? Per il semplice motivo che Adeline, come la cugina Bette, non ha alcuna dimestichezza con l’ars amatoria. È una donna di puro sentimento, incapace di veicolare erotismo o di metterlo a frutto. Perfino quando la miseria la porterà a decidere di degradarsi sullo stesso piano della sua acerrima rivale (Valery Marneffe) e a tentare di prostituirsi per ricavare le somme che salverebbero l’intera famiglia dal disonore, il suo abbozzato tentativo di seduzione fallirà miseramente e susciterà solo pietà. Inoltre, tale sua pericolosa risoluzione, sebbene poi non messa in atto, le scombussolerà comunque il sistema nervoso al punto da minarne la salute.


Molte donne sposate, attaccate ai loro doveri e ai loro mariti, potranno domandarsi a questo punto perché quegli uomini così forti e così buoni, così facili alla pietà per delle signore Marneffe, non prendono le mogli, soprattutto quando somigliano alla baronessa Adeline Hulot, per oggetto del loro capriccio e delle loro passioni. Ciò ha a che fare coi più profondi misteri della natura umana. L’amore, questa immensa dissolutezza della ragione, questo virile e severo piacere delle grandi anime, e il piacere, questa volgarità messa in vendita sulla piazza, sono due facce differenti dello stesso fenomeno. La donna che soddisfi questi due enormi appetiti, è, in tutto il sesso femminile, tanto rara quanto il grande generale, il grande scrittore, il grande artista, il grande inventore lo sono in una nazione. L’uomo superiore come l’imbecille, un Hulot come un Crevel, sentono ugualmente il bisogno dell’ideale e quello del piacere; tutti vanno alla ricerca di questo misterioso androgino, di questa rarità che, nella maggior parte dei casi, risulta essere un’opera in due volumi! Questa ricerca è una depravazione dovuta alla società. Certo, il matrimonio deve essere accettato come un dovere, è la vita con i suoi tormenti e i suoi duri sacrifici, sostenuti in parte uguale da entrambi. I libertini, questi cercatori di tesori, sono altrettanto colpevoli quanto altri malfattori più severamente puniti di loro. Questa riflessione non è un’aggiunta posticcia di morale: essa ci fa capire molte infelicità incomprese“.

Balzac allude in tal modo alla contraddizione insita in ciascun uomo che vorrebbe poter riunire nella donna amata ora un angelo ora una puttana, che pretenderebbe di avere a fianco una compagna dolce affettuosa, tuttavia pronta a trasformarsi in una voluttuosa concubina in camera da letto. Povero Honoré, se le femministe avessero letto questa sua pretenziosa asserzione lo avrebbero sbranato. Fortuna sua che ai suoi tempi il femminismo non era ancora in voga, così come non era ancora stato inventato il moderno e troppo spesso artefatto contegno del politically correct“, altrimenti non avrebbe potuto inserire impunemente nel suo libro tutta una serie di considerazioni azzardate e generalizzanti sulla presunta avidità degli ebrei e sulla loro predisposizione a praticare l’usura, tutta una serie di riflessioni a carattere classista circa la tendenza all’imbroglio e al furto da parte dei proletari:

In tutte le famiglie la piaga del personale di servizio è oggi la più dolorosa di tutte le piaghe finanziarie. Salvo rarissime eccezioni […] un cuoco e una cuoca sono dei ladri domestici, dei ladri salariati, sfrontati, di cui il governo si è compiacentemente fatto il favoreggiatore, incoraggiando così la tendenza al furto quasi autorizzata fra le cuoche dal vecchio e arguto modo di dire: “fare la cresta sulla spesa“. […] A chi tenta di controllarli, i domestici rispondono con parole insolenti, o con le costose malefatte di una finta sbadataggine. […] Il male, giunto davvero al colmo […] potrà scomparire solo grazie a una legge che assoggetti i domestici salariati al libretto dell’operaio. il male cesserebbe allora come per incanto. Se ogni domestico fosse tenuto a esibire il suo libretto, e i padroni avessero l’obbligo di annotarvi le cause del licenziamento, la corruzione troverebbe senza dubbio un potente freno[…] Non esistono statistiche sull’enorme numero di operai ventenni che sposano delle cuoche di quaranta e di cinquant’anni arricchitesi mediante il furto. C’è di che fremere al pensiero delle conseguenze di simili unioni dal triplice punto di vista della criminalità, dell’imbastardimento della razza, della vita familiare di queste coppie.)

e, ancora, sulla natura selvatica, quasi ferina, degli slavi:

C’é negli slavi un lato puerile, come presso tutti i popoli primitivamente selvaggi, i quali, anziché civilizzarsi, hanno fatto irruzione nelle nazioni civilizzate. Questa razza è dilagata come un’inondazione e ha coperto un’immensa estensione del globo. Essa vi abita lande desolate dove gli spazi sono così vasti, che vi si trova a suo agio; non ci si sta gomito a gomito, come in Europa, e la civiltà è impossibile senza il continuo attrito di idee e interessi. L’Ucraina, la Russia, le pianure del Danubio, il popolo slavo insomma, è un trait d’union fra l’Europa e l’Asia, fra la civiltà e la barbarie. Perciò i polacchi, il gruppo più importante del popolo slavo, hanno nel carattere la puerilità e l’incostanza delle nazioni imberbi. Possiedono il coraggio, l’intelligenza, la forza; ma, privi di tenacia, questo coraggio e questa forza, questa intelligenza mancano di metodo e di direzione, poiché il polacco presenta una mobilità simile a quella del vento che regna su quell’immensa pianura inframezzata da acquitrini: se ha l’impetuosità degli spazzaneve, che dirompono le case e le trascinano via, come quelle terribili valanghe che precipitano dall’alto, egli però va a perdersi nel primo stagno che trova, e si dissolve in acqua. L’uomo prende sempre qualcosa dagli ambienti nei quali vive.

Queste ultime parole non sono poi così lontane dalle tesi slavofobe che quasi ottant’anni dopo avrebbero infiammato il Mein Kampf. Le dittature del Novecento sono diventate l’emblema del razzismo e dell’antisemitismo, ma in realtà l’odio sul quale esse fecero leva era già conclamato nel contesto sociale europeo da diverso tempo (il caso Dreyfus esplose in Francia nel 1894) e anche in quei paesi che non furono soggetti al regime dittatoriale. Inoltre queste sono parole che fanno specie poiché provenienti dalla penna di colui che mentre le scriveva intratteneva una focosa relazione con una donna polacca (Madame Hanska).


Naturalmente non è mia intenzione fare la morale a Balzac o peggio ancora additarlo come un reazionario illiberale, quanto piuttosto far notare come ogni uomo sia figlio del suo tempo, come cambino i costumi e il pensiero da un’epoca all’altra e come abbia poco senso giudicare e valutare con la mentalità odierna le convinzioni e le idee dei grandi del passato.


Tuttavia anche queste considerazioni censurabili
fanno parte delle sorprese che il romanzo ci riserva, al pari di alcune battute allusive e lascive, decisamente inconsuete per un’opera ottocentesca, e di un lessico che in determinate situazioni degrada dal livello aulico fino al punto più infimo della bestemmia quando la narrazione viene traslata nei bassifondi di Parigi.


Non sprecate il vostro tempo per cercare una chiave di lettura perché non la troverete: la storia narrata è chiara, limpida, lampante e s
viscerata in tutti i dettagli. È questa del resto un’opera che si inserisce nel contesto letterario del realismo, cioé ha lo scopo di fotografare la realtà così come essa è, e vi riesce appieno. Avrebbe senso ricercare la morale in un romanzo simile? Eppure quel geniaccio di Balzac lascia comunque trapelare un messaggio tra le sue splendide pagine: il vizio ha una forza corrompente potentissima e quasi inarrestabile. Finisce per travolgere tutto e trova un eccellente alleato nella miseria. Adeline, l’emblema della virtù, perderà la sua battaglia e morirà per il colpo fatale che l’immoralità del marito le infliggerà. Ella è, al pari di tutti gli altri, un personaggio statico, poichè come certamente avretepotuto intuire, i protagonisti del libro sono una manica di pazzi che perseverano ostinatamente nei loro errori:

Adeline rimarrà per sempre devota al marito fedifrago e scialacquatore e io ho perso il conto di quante volte ella sviene nel romanzo per colpa dei dolori che la condotta di lui le infligge.

Hulot rimarrà per sempre un seduttore e un sedotto, fino a rovinarsi completamente, fino a sfiorare la galera e il disonore (solo il fratello e il figlio potranno salvarlo a carissimo prezzo) e ogni suo tentativo di redenzione risulterà parimenti patetico e fallimentare.

Wenceslas rimarrà per sempre una promessa del mondo dell’arte non concretizzata e uno scansafatiche (in lui l’ozio vince perfino sulla lussuria che non riesce a corromperlo del tutto).

Bette rimarrà per sempre zitella e non riuscirà a vedere esaudito appieno il suo desiderio di vendetta nel gettare sul lastrico tutta la famiglia, nonostante si sia spinta fino al punto di fare da mezzana a una cortigiana.

Crevel rimarrà per sempre un povero illuso, credendo di essere il più furbo fra i viziosi edi potersi comprare l’amore con i suoi denari.

– La signora Marneffe rimarrà per sempre un’intrigante arrivista ma non riuscirà a portare a termine i suoi propositi di arricchimento perché la sua nemesi arriverà anzitempo: il misterioso veleno di un amante geloso la porterà a morire ancora giovane, ma non prima di essere orribilmente deturpata nella sua bellezza con pustole, piaghe e bubboni. Un pò come sarebbe accaduto alla sua collega Nanà, figlia della penna di Emile Zola.

– L’unico personaggio che sperimenterà un cambiamento è Victorin, figlio di Hulot e Adeline, uomo di legge integerrimo, dai principi saldi, che tuttavia finirà per sollecitare le morti del suocero Crevel e della sua promessa sposa Valery Marneffe, ex amante del padre Hulot, per salvare la propria eredità e quella della moglie, perdendo di fatto la sua integrità morale. Il vizio del padre scalfirà di riflesso la probità del figlio.

Finale


Adesso però non posso certo raccontarvi tutta la storia, altrimenti vi toglierei il piacere di scoprirla a poco a poco leggendo il libro, ma posso anticiparvi che il sodalizio Valery MarneffeLisbeth Fischer, cementato dall’odio e dall’ambizione, farà penare molto i familiari di Hulot e di Crevel e che entrambi i libertini saranno beffati come gonzi da colei (la Marneffe) che da rispettabile moglie diverrà presto la più abile delle cortigiane per ribellarsi alla sua iniziale condizione di miseria, che Balzac definisce “il più grande dissolvente sociale”, attribuendole dunque la causa di molti mali.


Adeline morirà e il vizio le sopravvive poiché il barone vedovo continuerà a perseverare nel male e convolerà a nozze con una semplice cuoca molto più giovane di lui.

A proposito, quasi dimenticavo, un colpo al cerchio e uno alla botte:


“È 
un’immensa prova di inferiorità in un uomo non saper fare delle moglie la propria amante.”


Datevi da fare dunque, ma non dimenticate di leggere perché vi fa bene.

Rosso Groviglio