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Artemisia è il mio nome

Racconto autobiografico immaginario di Artemisia Gentileschi

Uno dei ricordi di me da piccola, forse piccolissima, ancora tra le braccia di mia madre, che osserva mio padre Orazio dipingere nella mia casa romana. Mia mamma è morta presto, davvero troppo presto, perché avevo solo 12 anni e 5 fratelli più piccoli di me. Dovevo occuparmi di loro, ma l’unica cosa che mi interessasse era apprendere tutto da Orazio, avida di arte come può esserlo un assetato di acqua. In casa mia giravano i più grandi pittori dell’epoca: uno fra tutti colpiva il mio cuore per il suo grande genio, Michelangelo Merisi, meglio conosciuto come il Caravaggio. Non mi vergogno a dire che i suoi quadri hanno sempre influenzato le mie opere. Vivevo segregata in casa, perché mio padre era un vero tiranno, ma riuscivo a scappare a volte per poter ammirare le opere di Caravaggio.

Artemisia Gentileschi si racconta

Giuditta e Oloferne – olio su tela, 1597
Caravaggio (Palazzo Barberini, Roma)

Vivevo come una reclusa: mio padre non mi faceva uscire e nonostante tutto ho subito quello che nessuna donna al mondo dovrebbe mai subire! Sono vecchia ormai e ho avuto tanti figli io stessa: ma come un macigno la violenza carnale e l’umiliazione subita da Agostino Tassi è incisa profondamente in tutto il mio corpo. Non dimentico, non posso dimenticare. Ero poco più che una bambina graziosa, a quanto pare anche se di sicuro della mia bellezza mi sono sempre curata molto poco, costui, che sempre mi importunava con parole e con gesti, senza che mio padre Orazio se ne rendesse conto, un giorno mi stuprò, non senza che io mi dimenassi con calci e pugni per allontanarlo. Il vile, per rabbonirmi, mi prospettò un matrimonio riparatore, così per nove mesi andò avanti quella storia assurda. Si venne a sapere che il Tassi era già maritato e non poteva prendere moglie: lo denunciai con il coraggio che i giovani hanno e perché trovavo la cosa profondamente ingiusta. Subii un processo orrendo, come se fossi io la colpevole: mi torturarono persino per verificare che io dicessi la verità. Decisa ad andare fino in fondo a rischio di perdere o di avere i pollici rovinati per sempre: vorrei evitare di soffermarmi sulla tortura dei pollici legati con due cordicelle che stringono sempre più le falangi... Rischiavo di non poter dipingere mai più per le dita rovinate, ma non volevo darla vinta a quel fanfarone. Vinsi. Così doveva essere e così fu!

Dopo tutto quello che era successo, volevo allontanarmi da Roma, dalla presenza opprimente di Orazio, dalla gente che mi guardava come se fossi comunque io una donnaccia. L’occasione venne con il matrimonio con un altro pittore, Pierantonio Stiattesi che mi condusse a Firenze. Se non ricordate il suo nome, la cosa non meraviglia: senza peccare di modestia, l’artista in casa fui sempre io. La corte medicea, in particolare Cosimo II, si innamorò dei miei quadri. A Roma avevo fama di ritrattista, pur avendo dipinto quadri come Giuditta e Oloferne e tanto altro. A Firenze avevo commissioni su commissioni. La gloria arrivò insieme alla fama: mi osannavano e mi adulavano. Ma ancora una volta fu un uomo a rovinarmi. In questo caso mio marito che sperperava il mio denaro facendo la vita da gran signore senza occuparsi come avrebbe dovuto dei figli.

Giuditta che decapita Oloferne – olio su tela, 1620
Artemisia Gentileschi (Galleria degli Uffizi, Firenze)

Tornammo a Roma: varie le motivazioni. Non ero più nelle grazie di Cosimo e avevamo i debitori alle costole ovunque andassimo. Forse avete sentito parlare di mie relazioni extra coniugali. Non voglio parlarne. Sono un’artista e vorrei si parlasse esclusivamente della mia arte e dei miei quadri. Posso dire che mio marito era una persona algida. Freddo e distaccato a letto quanto amabile lo era in pubblico. Sia come sia, tornare nella mia città non mi dispiacque. Tanti erano i ricordi brutti, ma Roma è comunque sempre nel mio cuore. La mia città in cui ho vissuto la mia infanzia. La mia fama, dalla Toscana, era giunta fino a lì. Dimenticati gli scandali riuscii ad avere molte commesse: anche se la mentalità romana nei confronti di una donna non era proprio delle più aperte. Una donna può dipingere ritratti: non occuparsi di opere maggiori.

Da Roma cercai di staccarmi dalla mia fama di ritrattista e di pittrice di scene bibliche: ma non riuscendoci partii per Venezia per tre anni. Ma solo dopo il 1630 trovai una certa pace stabilendomi quasi definitivamente a Napoli. Quasi, perché per un brevissimo periodo andai a lavorare addirittura in Inghilterra con mio padre. Ma poi tornai a Napoli: le mie bellissime figlie si sposarono in questa deliziosa città che, più di altre, è divenuta la mia città.

Ester e Assuero – olio su tela, 1635
Artemisia Gentileschi (Metropolitan Museum of Art, New York)

Artemisia Gentileschi morì proprio a Napoli nel 1653. Le ultime notizie che si hanno di lei risalgono al 1650 con una lettera al suo mentore.

Per anni le opere di Artemisia rischiarono di restare nell’oblio, fin quando nel 1916, ben quasi tre secoli dopo la sua morte, Roberto Longhi scrisse un libro dedicato ai Gentileschi, padre e figlia, per riscattare Artemisia e inserirla tra i maggiori artisti del secolo XVII, pari agli artisti di livello quali Caravaggio.

Per chi volesse approfondire la sua vita, bellissimo il romanzo Artemisia di Alexandra Lapierre.

Al cinema “Artemisia è il mio nome” del 1997 diretto da Agnès Merlet.

 

Roberta Jannetti